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Biografia dell'autore
 

Emiliano Racca

 

 

 

TINTE FOSCE OVVERO BOSCHIANA

 

NERO  e  ROSSOFUOCO

È il nero della simil-Dite sullo sfondo, rotto da roghi e bagliori biancastri e giallicci. Edifici diroccati e fumanti. Torme di dannati si calpestano come spettatori in fuga da un cinema in fiamme. Luci rossastre inondano corpi indistinti, a formare un tappeto di carne pulsante. Rossofuoco è il vessillo dell’esercito in marcia: creature ripugnanti.

 

Sal prese per mano Paulette. «Via di qui, presto!» le gridò. Non si conoscevano neppure, ma adesso non contava. Solidarietà anzitutto. Come nelle catastrofi, così adesso.

Paulette non sapeva dove fermare lo sguardo, tant’era l’orrore che li circondava. D’acchito, la minaccia poteva arrivare da qualunque punto, e in qualsiasi momento. Erano nella zona peggiore: quella appena fuori la nera città incendiata, dove decine di disperati s’accalcavano urlanti.

Sal si beccò una gomitata alle tempie, e Paulette una testata sul seno. Andò peggio a un loro vicino, cui dalla nuca penetrò una freccia che sradicò il bulbo oculare. Un’altra gli trafisse il collo subito dopo.

Cadendogli il corpo addosso, le punte delle frecce si piantarono nel petto di Sal, ma non profondamente.

«Non preoccuparti, non è niente» s’affrettò a rassicurarla lui, spingendo lontano il corpo rantolante. «Pensiamo piuttosto a lasciarci alle spalle ’sta bolgia.»

I rantoli dei morenti si confondevano con le urla disperate di chi era assalito dall’angoscia. E non solo da quella.

Un corpo scuoiato, ma ancora vivo, cadde davanti a loro, mentre una testa con elmo rotolava leggera.

Una delle tante la cui duplice bava imporporava il suolo.

 

ROSA

Rosa sono le sesquipedali orecchie trafitte dal verrettone, con in mezzo il coltellaccio azzurrino. Simbolo fallico questo, testicolari quelli. È il rosacupo della più parte dei dannati, carnaio tormentato senza posta da demoni senza corna, eppure orripilanti. Metà bestie, metà uomini con drappi: un tutt’uno rivoltante.

 

Eran fuori pericolo, per ora. Poco distante, incombeva la colossale lama fra le altrettanto colossali orecchie. Sotto i lobi spietati, ossa scricchiolanti e braccia che gestivano impotenti. Stritolavano come schiacciasassi. Ma su quel roccione, potevano al momento dirsi al sicuro. Persino l’ammorbante puzzo di carogna, lassù sembrava meno acre.

«Che cazzo è successo?» chiese Paulette a Sal, ansante. «Dove ci troviamo?»

«Nel dipinto, mi pare evidente. Nell’ala destra del Trittico delle delizie di Bosch[1]. Quello che stavamo ammirando al museo. Ma come ci siamo finiti, ne so quanto te.»

«Stiamo sognando o cosa?»

«Lo spero di cuore. Sennò siamo fritti.»

«Come ne siamo entrati, così possiamo uscirne. Dobbiamo.»

«Proprio questo è il punto: come siamo finiti qui? Finché non l’avremo scoperto, difficilmente potremo andarcene.»

 

GRIGIOVERDE

Più d’un verde e più d’un grigio. Verdemarcio, e grigio-ghisa, soprattutto. Putridi come ciò che raffigurano. Verdecupo come le barcacce che sono i piedi dell’Uomo-Albero, e che si confondono col laghetto ghiacciato su cui poggiano. Verdepiombo come la cabina. Verde-cedro come i tre levrieri affamati sulle interiora del soldato. Idillî infernali.

 

Erano scesi dalla collinetta, diretti al laghetto ghiacciato.

«Dentro l’Uomo-Albero saremo al sicuro,» propose Paulette. «Entriamoci, dài.»

 

BIANCO

Il bianco boschiano è incarnato cadaverico. Come l’osceno Uomo-Albero, nel volto del quale molti studiosi propendono a vederci l’autoritratto dell’artista stesso. Col ventre-bettola trafitto e sorretto dai suoi stessi rami, l’ibrido sorride, novello Monna Lisa. Bianca anche la tesa del barocco copricapo, su cui fan la passerella creature d’un talk-show medievale. È il pallore del dannato supino, azzannato alla gola da due cani loricati.

 

ROSSO

È il rosso venoso della zampogna fumante – simbolo fallico – retta dal capo dell’Uomo-Albero. Ma anche del paonazzo demone accucciato che soffia in culo a uno tramite cannello, a mo’ di strumento musicale. È il caldo rosso acceso degli avventori del ventre-bettola, del tavolaccio a cui siedono e del sangue che imbratta i rami. Quello arterioso del sangue dei dannati. Soprattutto di quello sgozzato dietro il tavolo capovolto, da una spada stretta da nessuno. Lui ha una benda sugli occhi, noi no.

 

Il concerto infernale si fece più assordante. Quasi non comunicavano più, se non a gesti, trovandosi ora tra due fuochi sonori: dietro la zampogna gigante, davanti il liuto-lira. Senza contare i lamenti dei dannati, controcanto onnipresente.

Abbandonata l’idea di rifugiarsi nel ventre-bettola – troppe biffe da tagliagola, avevano stabilito concordi alla fine – s’avvicinarono al primo piano del dipinto, sperando in un’uscita da quella parte.

D’un tratto una fitta alla schiena, entrambi. Si videro affiorare una cuspide dal torace, allagato di rosso.

Fecero in tempo a udire il vocione cavernoso dell’Uomo-Albero dietro di loro, echeggiante come un tuono nella landa. «Ben fatto, figli miei,» parve loro di sentire. «Siete più in forma oggi che quando v’immortalai. Sono fiero di voi.»

 

La guida, Henry Blatt, s’accorse che all’appello mancavano due persone. Mister Weaver e mademoiselle Grineau.

Cercò in girò dappertutto, invano. Poco male, pensò. La strada dell’albergo la conoscono.

Ripassando davanti al Trittico delle delizie, poco prima di uscire dal museo col suo gruppo, Henry si bloccò di colpo.

Lo colse una strana sensazione. L’avesse raccontato a qualcuno l’avrebbe preso per pazzo. Eppure il dipinto era come mutato, diverso. Impossibile, appunto.

La donna fulva, prima in piedi dietro il tavolo capovolto, a osservare inebetita lo strazio di un suo simile, adesso era accanto a quest’ultimo, e davanti al tavolo, appoggiata. Soprattutto non più rossa di capelli, ma castana. Il particolare più bizzarro era però un altro. Il demone-coniglio le stava ora accosto come un safarista al suo trofeo di caccia. Perché la donna, occhi al cielo e braccia lungo i fianchi sanguinanti, era impalata dal raffio del demone. I due denti uncinati uscivano uno dalla fronte, l’altro dalla bocca.

Idem per il poveraccio a destra, pochi minuti prima seduto vicino alla scrofa-monaca, e risparmiato dall’inquietante sgorbietto col testone nel cimiero dinanzi a loro. Adesso non solo era inchiodato a terra, ma dilaniato in eterno dal rostro facciale del mostriciattolo, e i suoi visceri cibo per il suino, che ci immergeva avidamente il grifo.

Che contorto, quel Bosch, disse Henry fra sé e sé.. Di certo avevo rimosso inconsciamente quei dettagli, prima, rimpiazzandoli con modelli mentali meno truci. Autosuggestione. Scioccanti e schifosi come sono, non mi sorprende.

 


 

[1] Hieronymus Bosch, pseud. di Hieronymus van Aeken (Bois-le-Duc c. 1450 – 1516), pittore fiammingo. Creature grottesche e architetture fantasy ante litteram popolano i suoi quadri, tanto quelli sacri che i profani. Il terzo pannello del trittico noto come L’Inferno musicale, pur nella cupa visione apocalittica d’insieme che raffigura, è tra i più emblematici e stupefacenti esempi della vis satirico-umoristica dell’artista, nonché del suo allucinato e inconfondibile simbolismo. Il suo stile suggestivo influenzò enormemente la scuola fiamminga successiva, da Pieter Huys a Jan de Cock, fino a Pieter Bruegel e a una sterminata accolita di (talora anonimi) imitatori, del passato e di oggi.