TINTE FOSCE
OVVERO BOSCHIANA
NERO e
ROSSOFUOCO
È
il nero della simil-Dite sullo sfondo, rotto da roghi e bagliori biancastri e
giallicci. Edifici diroccati e fumanti. Torme di dannati si calpestano come
spettatori in fuga da un cinema in fiamme. Luci rossastre inondano corpi
indistinti, a formare un tappeto di carne pulsante. Rossofuoco è il vessillo
dell’esercito in marcia: creature ripugnanti.
Sal prese per mano
Paulette. «Via di qui, presto!» le gridò. Non si conoscevano neppure, ma adesso
non contava. Solidarietà anzitutto. Come nelle catastrofi, così adesso.
Paulette non sapeva dove
fermare lo sguardo, tant’era l’orrore che li circondava. D’acchito, la minaccia
poteva arrivare da qualunque punto, e in qualsiasi momento. Erano nella zona
peggiore: quella appena fuori la nera città incendiata, dove decine di disperati
s’accalcavano urlanti.
Sal si beccò una gomitata
alle tempie, e Paulette una testata sul seno. Andò peggio a un loro vicino, cui
dalla nuca penetrò una freccia che sradicò il bulbo oculare. Un’altra gli
trafisse il collo subito dopo.
Cadendogli il corpo
addosso, le punte delle frecce si piantarono nel petto di Sal, ma non
profondamente.
«Non preoccuparti, non è
niente» s’affrettò a rassicurarla lui, spingendo lontano il corpo rantolante.
«Pensiamo piuttosto a lasciarci alle spalle ’sta bolgia.»
I rantoli dei morenti si
confondevano con le urla disperate di chi era assalito dall’angoscia. E non solo
da quella.
Un corpo scuoiato, ma
ancora vivo, cadde davanti a loro, mentre una testa con elmo rotolava leggera.
Una delle tante la cui
duplice bava imporporava il suolo.
ROSA
Rosa sono le sesquipedali orecchie trafitte dal verrettone, con in mezzo il
coltellaccio azzurrino. Simbolo fallico questo, testicolari quelli. È il
rosacupo della più parte dei dannati, carnaio tormentato senza posta da demoni
senza corna, eppure orripilanti. Metà bestie, metà uomini con drappi: un
tutt’uno rivoltante.
Eran
fuori pericolo, per ora. Poco distante, incombeva la colossale lama fra le
altrettanto colossali orecchie. Sotto i lobi spietati, ossa scricchiolanti e
braccia che gestivano impotenti. Stritolavano come schiacciasassi. Ma su quel
roccione, potevano al momento dirsi al sicuro. Persino l’ammorbante puzzo di
carogna, lassù sembrava meno acre.
«Che
cazzo è successo?» chiese Paulette a Sal, ansante. «Dove ci troviamo?»
«Nel dipinto, mi pare
evidente. Nell’ala destra del Trittico delle delizie di Bosch.
Quello che stavamo ammirando al museo. Ma come ci siamo finiti, ne so quanto
te.»
«Stiamo sognando o cosa?»
«Lo spero di cuore. Sennò
siamo fritti.»
«Come ne siamo entrati,
così possiamo uscirne. Dobbiamo.»
«Proprio questo è il
punto: come siamo finiti qui? Finché non l’avremo scoperto, difficilmente
potremo andarcene.»
GRIGIOVERDE
Più
d’un verde e più d’un grigio. Verdemarcio, e grigio-ghisa, soprattutto. Putridi
come ciò che raffigurano. Verdecupo come le barcacce che sono i piedi
dell’Uomo-Albero, e che si confondono col laghetto ghiacciato su cui poggiano.
Verdepiombo come la cabina. Verde-cedro come i tre levrieri affamati sulle
interiora del soldato. Idillî infernali.
Erano scesi dalla
collinetta, diretti al laghetto ghiacciato.
«Dentro l’Uomo-Albero
saremo al sicuro,» propose Paulette. «Entriamoci, dài.»
BIANCO
Il
bianco boschiano è incarnato cadaverico. Come l’osceno Uomo-Albero, nel volto
del quale molti studiosi propendono a vederci l’autoritratto dell’artista
stesso. Col ventre-bettola trafitto e sorretto dai suoi stessi rami, l’ibrido
sorride, novello Monna Lisa. Bianca anche la tesa del barocco copricapo, su cui
fan la passerella creature d’un talk-show medievale. È il pallore del dannato
supino, azzannato alla gola da due cani loricati.
ROSSO
È
il rosso venoso della zampogna fumante – simbolo fallico – retta dal capo
dell’Uomo-Albero. Ma anche del paonazzo demone accucciato che soffia in culo a
uno tramite cannello, a mo’ di strumento musicale. È il caldo rosso acceso degli
avventori del ventre-bettola, del tavolaccio a cui siedono e del sangue che
imbratta i rami. Quello arterioso del sangue dei dannati. Soprattutto di quello
sgozzato dietro il tavolo capovolto, da una spada stretta da nessuno. Lui ha una
benda sugli occhi, noi no.
Il
concerto infernale si fece più assordante. Quasi non comunicavano più, se non a
gesti, trovandosi ora tra due fuochi sonori: dietro la zampogna gigante, davanti
il liuto-lira. Senza contare i lamenti dei dannati, controcanto onnipresente.
Abbandonata l’idea di rifugiarsi nel ventre-bettola – troppe biffe da
tagliagola, avevano stabilito concordi alla fine – s’avvicinarono al primo piano
del dipinto, sperando in un’uscita da quella parte.
D’un
tratto una fitta alla schiena, entrambi. Si videro affiorare una cuspide dal
torace, allagato di rosso.
Fecero
in tempo a udire il vocione cavernoso dell’Uomo-Albero dietro di loro,
echeggiante come un tuono nella landa. «Ben fatto, figli miei,» parve loro di
sentire. «Siete più in forma oggi che quando v’immortalai. Sono fiero di voi.»
La
guida, Henry Blatt, s’accorse che all’appello mancavano due persone.
Mister
Weaver e
mademoiselle
Grineau.
Cercò
in girò dappertutto, invano.
Poco male,
pensò. La strada
dell’albergo la conoscono.
Ripassando davanti al
Trittico delle delizie,
poco prima di uscire dal museo col suo gruppo, Henry si bloccò di colpo.
Lo
colse una strana sensazione. L’avesse raccontato a qualcuno l’avrebbe preso per
pazzo. Eppure il dipinto era come mutato, diverso. Impossibile, appunto.
La
donna fulva, prima in piedi dietro il tavolo capovolto, a osservare inebetita lo
strazio di un suo simile, adesso era
accanto
a quest’ultimo, e
davanti
al tavolo, appoggiata. Soprattutto non più rossa di capelli, ma castana. Il
particolare più bizzarro era però un altro. Il demone-coniglio le stava ora
accosto come un safarista al suo trofeo di caccia. Perché la donna, occhi al
cielo e braccia lungo i fianchi sanguinanti, era
impalata
dal raffio del demone. I due denti uncinati uscivano uno dalla fronte, l’altro
dalla bocca.
Idem
per il poveraccio a destra, pochi minuti prima seduto vicino alla scrofa-monaca,
e risparmiato dall’inquietante sgorbietto col testone nel cimiero dinanzi a
loro. Adesso non solo era inchiodato a terra, ma dilaniato in eterno dal rostro
facciale del mostriciattolo, e i suoi visceri cibo per il suino, che ci
immergeva avidamente il grifo.
Che contorto, quel Bosch,
disse Henry fra sé e sé..
Di certo avevo rimosso inconsciamente quei dettagli, prima, rimpiazzandoli con
modelli mentali meno truci. Autosuggestione. Scioccanti e schifosi come sono,
non mi sorprende.