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Biografia dell'autore
 

Margherita Rosso

 

 

 

 

TU SEI IL PONTE

 

Andreij ansimò strisciando il pennello sulla tela lucida di colore ad olio: doveva fare in fretta, la luce del tramonto stava per dissolversi dietro ai monti.

“Tu sei il ponte…”

Ancora rivedeva il volto rugoso di Padre Cristopher, la cicatrice che gli stirava la palpebra destra, quando glie lo aveva sussurrato alla fioca luce delle candele nel confessionale.

Ecco quello che era. Il ponte

Anni di paura, solitudine, risate di scherno ed inutili peregrinaggi da psichiatri: “Schizofrenia paranoide con grave forma di somatizzazione”, era stata la diagnosi.

Per poi sentirsi dire dal vecchio esorcista che gli squarci che gli si aprivano sul corpo e le urla di terrore che udiva solo lui erano vere.

“Sei una delle poche creature che ha il dono di sentirli…  Il dono e la maledizione di udire i lamenti degli innocenti  sacrificati da Colui che Sta nell’Ombra! Essi parlano attraverso di te, il loro dolore trova sfogo nella tua anima…  “

“Colui che Sta nell’Ombra?...”

“Il sovrano dei Figli del Male” Il prete aveva socchiuso gli occhi mentre parlava, poi sospirò: “La terra fu creata al servizio di ogni creatura. I frutti su di essa avrebbero dovuto bastare. Ma venne il momento in cui il primo essere non si accontentò… E si nutrì di un suo simile. Così nacquero i carnivori.  Ma lui, il primo, si guadagnò vita eterna da Satana, per aver adempiuto al suo disegno perverso.

Gli diede per milioni di anni rifugio e protezione, e attraversò le ere come un ragno nascosto sotto la trave di una soffitta.

 E gli uomini che erano vittime sue o dei suoi servi sono dannati  ad essere sospesi tra questo mondo e quell’altro, perché la loro vita aveva contribuito ad alimentare il Male… E tu li puoi udire: ciò che senti non sono altro che anime in pena”

L’esorcista lo aveva fissato un istante con stupore, poi aveva aggiunto mormorando: “Non so come tu abbia fatto a non impazzire… Son pochi quelli come te che sopravvivono fino alla tua età: ho visto ragazzini col tuo dono disfatti nel corpo e nella mente dai tormenti di cui si facevano carico… Come hai fatto a salvarti dalla follia?”

Andreij si era guardato le mani, come sempre sporche di pittura: “Io dipingo…” Aveva balbettato.

Il prete lo aveva guardato senza capire.

Allora, con una sforzo immenso,  era riuscito a dire la verità: “Io sono sempre stato… stupido, credo. Ma fin da bambino mi dicevano che avevo un talento non comune nei miei disegni. Era come se fossero vivi, dicevano…

Ma erano sempre tristi. Perché era quello che sentivo! Eppure… Eppure quei disegni erano così belli! La gente mi ammirava, per questo… Ed io mi liberavo. La notte, quelle urla non mi lasciavano dormire.  Ed io sentivo com’era quella persona che si lamentava, me la immaginavo anche senza vederla… Sentivo la sua pena. E poi, quando ci dicevano di disegnare, io…. Io traducevo il dolore che sentivo in un disegno. Poteva essere il suo volto, o un albero troncato a metà da un fulmine, o un fiore schiacciato che tendeva ancora gli steli al cielo…

A volte qualcuno si commuoveva, a vederli. E non capivo perché… Ma sapevo solo che, ogni volta che facevo un disegno, quelle urla si zittivano”

Padre Cristopher trattenne il fiato: “Andreij, me ne faresti vedere uno per favore?... Ti prego”

 

Andreij aveva maledetto l’istante in cui avevano lasciato le mura della Chiesa.  Avevano arrancato fino a casa, spinti dall’inspiegabile foga del prete che si era placato solo quando il contenuto della sua cartellina da disegno fu sparpagliato sul tavolo.

Padre Christopher si era portato  alcuni fogli al petto ed aveva trattenuto  il fiato per qualche istante, dopo averli guardati.

“Padre?...” Era rimasto attonito nel vedere gli occhi castani del prete pieni di lacrime: “Tu hai un dono ancora più grande, ragazzo mio: tu con questi puoi liberare le anime sospese… Tramuti il loro dolore in qualcosa di bello, capisci? E con queste immagini riesci a toccare il cuore degli uomini… Signore, ti ringrazio” Aveva sollevato gli occhi al soffitto; fu allora che la creatura avvolta nell’ombra l’aveva azzannato alla gola.

“Salvati, figliolo, salvati tu…  Tu hai un dono, fà un quadro! Un quadro che sopravviva, che…” Erano state le ultime parole dell’esorcista, mentre soffocava nel proprio sangue.

 

Ansimò strisciando il pennello sulla tela lucida di colore ad olio: doveva fare in fretta, la luce del tramonto stava per dissolversi dietro ai monti.

E poi sarebbero arrivati loro, e avrebbero finito quel che non avevano potuto portare a termine la notte precedente.

La confessione fatta al prete aveva segnato la condanna di entrambi: non gli avrebbero lasciato scampo, ora.

Aveva freddo. L’emorragia era ripresa, quasi avvertisse il fiato di Colui che stava per arrivare…

Ci pensò un istante, poi immerse il dito nella macchia rossa e sfumò meticolosamente i contorni delle figure del suo dipinto. Nonostante il dolore  e la consapevolezza di essere giunto allo stremo delle forze, guardare la propria opera gli faceva scordare il peso del suo corpo. Si sentiva schiacciato dalla palpitante forza che trasudava dalla tela attraverso il miracolo dell’arte: sarebbe stato il suo capolavoro.

Rimase senza fiato: era un quadro carico di tutta la sofferenza umana, l’urlo di chi sta oppresso dall’ingiustizia, dal terrore, dalla solitudine…

Era screziato del suo sangue, della vita che aveva trascinato fino a vent’anni come un macigno, corrosa dal dolore altrui, inconsapevole spiraglio verso la salvezza per alcune di quelle anime oppresse dal Male, che sgattaiolavano dal loro limbo attraverso di lui.

Io sono il ponte” Mormorò sorridendo, gli occhi che si chiudevano per la pesantezza. Sarebbe  morto prima che arrivassero loro, e ne era felice. Guardò l’unica stella del cielo e capì che quel raggio di chiarore era una porta che si socchiudeva per lui. Gemette. L’ultima immagine che videro i suoi occhi fu quel ponte al tramonto sospeso tra i due mondi di tenebra e luce, avvolto dalle fiamme che si alzavano in urlanti crepitii. Immagine intrappolata in eterno su quella tela.