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TU SEI IL PONTE
Andreij ansimò strisciando il pennello sulla tela lucida di
colore ad olio: doveva fare in fretta, la luce del tramonto
stava per dissolversi dietro ai monti.
“Tu sei il ponte…”
Ancora rivedeva il volto rugoso di Padre Cristopher, la
cicatrice che gli stirava la palpebra destra, quando glie lo
aveva sussurrato alla fioca luce delle candele nel
confessionale.
Ecco quello che era. Il ponte…
Anni di paura, solitudine, risate di scherno ed inutili
peregrinaggi da psichiatri: “Schizofrenia paranoide con
grave forma di somatizzazione”, era stata la diagnosi.
Per poi sentirsi dire dal vecchio esorcista che gli squarci
che gli si aprivano sul corpo e le urla di terrore che udiva
solo lui erano vere.
“Sei una delle poche creature che ha il dono di sentirli…
Il dono e la maledizione di udire i lamenti degli innocenti
sacrificati da Colui che Sta nell’Ombra! Essi parlano
attraverso di te, il loro dolore trova sfogo nella tua
anima… “
“Colui che Sta nell’Ombra?...”
“Il sovrano dei Figli del Male” Il prete aveva socchiuso gli
occhi mentre parlava, poi sospirò: “La terra fu creata al
servizio di ogni creatura. I frutti su di essa avrebbero
dovuto bastare. Ma venne il momento in cui il primo essere
non si accontentò… E si nutrì di un suo simile. Così
nacquero i carnivori. Ma lui, il primo, si guadagnò vita
eterna da Satana, per aver adempiuto al suo disegno
perverso.
Gli diede per milioni di anni rifugio e protezione, e
attraversò le ere come un ragno nascosto sotto la trave di
una soffitta.
E gli uomini che erano vittime sue o dei suoi servi sono
dannati ad essere sospesi tra questo mondo e quell’altro,
perché la loro vita aveva contribuito ad alimentare il Male…
E tu li puoi udire: ciò che senti non sono altro che anime
in pena”
L’esorcista lo aveva fissato un istante con stupore, poi
aveva aggiunto mormorando: “Non so come tu abbia fatto a non
impazzire… Son pochi quelli come te che sopravvivono fino
alla tua età: ho visto ragazzini col tuo dono disfatti nel
corpo e nella mente dai tormenti di cui si facevano carico…
Come hai fatto a salvarti dalla follia?”
Andreij si era guardato le mani, come sempre sporche di
pittura: “Io dipingo…” Aveva balbettato.
Il prete lo aveva guardato senza capire.
Allora, con una sforzo immenso, era riuscito a dire la
verità: “Io sono sempre stato… stupido, credo. Ma fin da
bambino mi dicevano che avevo un talento non comune nei miei
disegni. Era come se fossero vivi, dicevano…
Ma erano sempre tristi. Perché era quello che sentivo!
Eppure… Eppure quei disegni erano così belli! La gente mi
ammirava, per questo… Ed io mi liberavo. La notte, quelle
urla non mi lasciavano dormire. Ed io sentivo
com’era quella persona che si lamentava, me la immaginavo
anche senza vederla… Sentivo la sua pena. E poi, quando ci
dicevano di disegnare, io…. Io traducevo il dolore che
sentivo in un disegno. Poteva essere il suo volto, o un
albero troncato a metà da un fulmine, o un fiore schiacciato
che tendeva ancora gli steli al cielo…
A volte qualcuno si commuoveva, a vederli. E non capivo
perché… Ma sapevo solo che, ogni volta che facevo un
disegno, quelle urla si zittivano”
Padre Cristopher trattenne il fiato: “Andreij, me ne faresti
vedere uno per favore?... Ti prego”
Andreij aveva maledetto l’istante in cui avevano lasciato le
mura della Chiesa. Avevano arrancato fino a casa, spinti
dall’inspiegabile foga del prete che si era placato solo
quando il contenuto della sua cartellina da disegno fu
sparpagliato sul tavolo.
Padre Christopher si era portato alcuni fogli al petto ed
aveva trattenuto il fiato per qualche istante, dopo averli
guardati.
“Padre?...” Era rimasto attonito nel vedere gli occhi
castani del prete pieni di lacrime: “Tu hai un dono ancora
più grande, ragazzo mio: tu con questi puoi liberare
le anime sospese… Tramuti il loro dolore in qualcosa di
bello, capisci? E con queste immagini riesci a toccare il
cuore degli uomini… Signore, ti ringrazio” Aveva sollevato
gli occhi al soffitto; fu allora che la creatura avvolta
nell’ombra l’aveva azzannato alla gola.
“Salvati, figliolo, salvati tu… Tu hai un dono, fà un
quadro! Un quadro che sopravviva, che…” Erano state le
ultime parole dell’esorcista, mentre soffocava nel proprio
sangue.
Ansimò strisciando il pennello sulla tela lucida di colore
ad olio: doveva fare in fretta, la luce del tramonto stava
per dissolversi dietro ai monti.
E poi sarebbero arrivati loro, e avrebbero finito quel che
non avevano potuto portare a termine la notte precedente.
La confessione fatta al prete aveva segnato la condanna di
entrambi: non gli avrebbero lasciato scampo, ora.
Aveva freddo. L’emorragia era ripresa, quasi avvertisse il
fiato di Colui che stava per arrivare…
Ci pensò un istante, poi immerse il dito nella macchia rossa
e sfumò meticolosamente i contorni delle figure del suo
dipinto. Nonostante il dolore e la consapevolezza di essere
giunto allo stremo delle forze, guardare la propria opera
gli faceva scordare il peso del suo corpo. Si sentiva
schiacciato dalla palpitante forza che trasudava dalla tela
attraverso il miracolo dell’arte: sarebbe stato il suo
capolavoro.
Rimase senza fiato: era un quadro carico di tutta la
sofferenza umana, l’urlo di chi sta oppresso
dall’ingiustizia, dal terrore, dalla solitudine…
Era screziato del suo sangue, della vita che aveva
trascinato fino a vent’anni come un macigno, corrosa dal
dolore altrui, inconsapevole spiraglio verso la salvezza per
alcune di quelle anime oppresse dal Male, che sgattaiolavano
dal loro limbo attraverso di lui.
“Io sono il ponte” Mormorò sorridendo, gli occhi che
si chiudevano per la pesantezza. Sarebbe morto prima che
arrivassero loro, e ne era felice. Guardò l’unica stella del
cielo e capì che quel raggio di chiarore era una porta che
si socchiudeva per lui. Gemette. L’ultima immagine che
videro i suoi occhi fu quel ponte al tramonto sospeso tra i
due mondi di tenebra e luce, avvolto dalle fiamme che si
alzavano in urlanti crepitii. Immagine intrappolata in
eterno su quella tela.
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