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TUTTE LE CARTE IN REGOLA
L’ufficio era come Simone se l’aspettava: niente finestre,
nessun quadro attaccato alle grigie pareti, nessuna
macchinetta del caffè.
Il
computer, nuovo di zecca, faceva bella mostra di sé sulla
scrivania. Simone non vedeva l’ora di provarlo. Del resto,
era stato assegnato a quell’ufficio proprio in virtù della
sua grande abilità informatica, che l’aveva salvato da
lavori ben più umilianti e dolorosi. A lui non
importava avere venti piante di ficus, quadri d’autore alle
pareti e poltrona in pelle umana. Quando le dita scorrevano
sulla tastiera e la sua mente si perdeva in un oceano di
milioni di bit, il resto del mondo non esisteva più.
Esistevano solo protocolli di rete, dati, codici, programmi,
tutto ciò che poteva donare l’eterna felicità a un
cracker come lui.
Simone
si sedette e si arrotolò i polsini della camicia, poi iniziò
a ispezionare il suo strumento di lavoro. Oltre al case e al
monitor, c’erano una stampante laser, un hard disk esterno e
una pila di cd contenenti software e utilities di ogni tipo.
Gli obiettivi da raggiungere in quel primo giorno di lavoro
erano segnati su un foglio poggiato di fianco al mouse.
Simone li lesse con attenzione, constatando che i suoi capi
miravano davvero molto in alto. Una riflessione che lo fece
sorridere per l’involontaria ironia. Mise via il foglio, si
passò una mano nei capelli, quindi premette il tasto di
accensione del pc. Lo schermo del monitor rimase nero,
mentre dal case non si levò l’usuale ronzio del processore.
Perplesso, Simone riprovò ad avviare il computer.
Niente.
Imprecò, quindi si alzò e controllò i collegamenti del cavo
d’alimentazione. Sembrava tutto a posto, ma il pc continuava
a non dare segni di vita. Certo il problema non era
l’assenza di corrente elettrica, dato che il lampadario
illuminava l’ufficio.
Simone
controllò ancora una volta il cavo, inutilmente. Si arrese
all’evidenza, il guasto era imputabile a qualcosa di rotto
nello slot del cavo di alimentazione oppure a un danno nei
circuiti. Bestemmiò, pensando che erano già le otto passate
e ancora non aveva combinato un accidente.
E
proprio in quel momento, il capoufficio entrò, perfetto nel
suo completo gessato.
Soppesò Simone con sguardo severo.
-
Qualcosa non va, signor Marli? Come mai non è al lavoro?
- Mi
scusi, signore, ma il computer non vuol saperne di
accendersi. Ma basterà un cacciavite per smontare il case e
individuerò il problema.
Il
capoufficio ridacchiò.
- È
tutto a posto, signor Marli, quel computer è perfettamente
funzionante. La colpa è mia, devo essermi dimenticato di
parlarle della nostra speciale password.
Simone
non capì. Speciale password? Com'era possibile inserire una
password a pc spento?
- Lei
sarà anche un mago in informatica ma è poco sveglio per
tutto il resto. Si è per caso dimenticato che questo ufficio
è una succursale dell’Inferno sulla Terra? Si rende conto
che se qualcuno della parte avversa riuscisse ad accedere al
nostro mainframe subiremmo uno smacco non da poco?
- Si,
sissignore.
- Per
questo motivo, il suo computer, così come i servers e gli
altri computer, è protetto da un incantesimo. Lei deve
semplicemente espandere la sua aura malvagia e
pronunciare mentalmente la password. Quando lei spegnerà il
computer, l’incantesimo avrà di nuovo la sua forza. Tutto
chiaro?
-
Perfettamente, signore.
- Ci
aspettiamo molto da lei. È stato promosso al rango di
diavolo, ma veda di ripagare la nostra fiducia, altrimenti
sa bene cosa lfaspetta,
oltre al naturale declassamento a dannato.
Simone
annuì.
In
effetti, le miniere di sale di Golconda non erano una
prospettiva molto allettante.
Ma non
c’era pericolo. Lui era il migliore, e se avesse voluto, con
tempo e fatica, forse sarebbe riuscito a violare perfino i
sistemi del Pentagono.
Il
capoufficio rivelò la password, quindi uscì senza aggiungere
altro.
L’orologio segnava le 17:50.
Simone, una volta sbloccato il pc, aveva lavorato senza
sosta. Era addirittura in anticipo sulla tabella di marcia,
nonostante l'intoppo di inizio giornata. Decise di prendersi
cinque minuti di pausa, frugando nel taschino della camicia
in cerca delle sigarette. Godere dei piaceri terreni era un
altro dei privilegi dello status di diavolo.
Sgranchendosi, accese la Camel e aspirò, pensando a Cristina
– la sua ragazza – che rompeva sempre le palle quando lui
fumava.
Un
giorno o l’altro ti verrà un cancro ai polmoni e schiatterai
nel giro di sei mesi,
gli diceva.
Meglio
che finire sotto un’auto e schiattare a vent’anni,
pensò.
Tutta
colpa di zio Luigi, quel vecchio ubriacone. Aveva insistito
per giorni perchè andasse ad aiutarlo col computer nuovo. A
cosa gli serviva, poi… nemmeno era capace di accenderlo.
-
Pausa sigaretta, vedo – disse una voce, destando Simone dai
suoi pensieri.
- Si.
Sono già a buon punto con il lavoro, signore.
Il
capoufficio si avvicinò alla scrivania e diede un’occhiata
agli appunti e agli stampati.
-
Molto bene, signor Marli. Vedo con piacere che non mi ero
sbagliato sul suo conto.
Simone
abbozzò un sorriso.
- A
ogni modo, non sono passato solo per controllarla. Ho una
comunicazione per lei.
-
Comunicazione? – chiese Simone, stupito.
- Per
una certa ironia del destino, poche ore dopo di lei è
passato a miglior vita anche suo zio, Luigi Marli. Dopo i
controlli di rito, è diventato gradito ospite degli Inferi.
- Come
è successo?
-
Diciamo che non vedendo arrivare un certo nipote, ha pensato
bene di accomodare il suo pc, rimanendone, ecco,
elettrizzato. Comunque, essendo lei un diavolo e
considerando la sua indubbia utilità alla nostra causa, le
concediamo di scegliere una destinazione di favore
per suo zio. Dubito che lei conosca già tutti i gironi
infernali e i vari sottogironi, però posso dirle che il più
leggero è quello dei golosi.
Simone
rimase in silenzio, quindi spense la sigaretta.
Si
sedette alla scrivania, pronto a ricominciare il lavoro.
-
Signor Marli? – chiese il capoufficio – Ha capito cosa le ho
detto?
Simone
lo guardò, ghignando.
- Le
miniere di sale di Golconda andranno benissimo, signore.
Il
capoufficio annuì, soddisfatto.
Il
ragazzo aveva tutte le carte in regola per diventare un
bravo diavolo.
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