UN TAGLIO AL
PASSATO
Faccio bene a sposarmi.
A mia madre sarebbe venuto
un infarto se non avessi accettato la proposta di matrimonio di Liam.
Liam si sarebbe buttato
giù da un ponte, probabilmente.
E’ tutto pronto per la
cerimonia: stamattina è arrivato l’abito da sposa, quello per cui ho scomodato
sei diversi sarti.
Lo prendo in braccio come
fosse un neonato e lo stendo sul mio letto con la massima delicatezza.
Si, è bellissimo. Se non
fosse per quel fiocco enorme sul davanti: mi fa sembrare una bomboniera, penzola
sulla pancia come il colletto sbilenco di un clown.
Faccio bene a sposare
Liam.
Ha un’ottima reputazione
ed è il tipo di uomo che non ti fa mancare nulla. Comunica tutto a rose rosse e
pendenti di oro bianco: l’ho sentito parlare talmente di rado che non saprei
dire che timbro di voce abbia.
Perché dovrei ripensare a
Vince? Proprio ora che sto lisciando la seta color crema del mio abito nuziale!
Forse perché lui parlava
tanto e mi versava da bere, un anno fa.
Amsterdam, durante il
temporale, sembrava uno di quei paesaggi sotto vetro: ad un minimo refolo, mille
foglie volavano per aria, ribaltando i tavolini dei bar e le biciclette. Lui
sorrideva: “Torniamo in hotel”.
In giornate così piovose,
Vince dava il meglio di sé: si sbottonava la camicia con tale lentezza da farmi
impazzire, avrei voluto supplicare ogni bottone di scivolare nell’asola più
velocemente, più velocemente ancora e lasciarmi intravedere quel petto color
bronzo, glabro, modellato come creta, pronto a gonfiarsi di lunghi respiri,
gemiti soffocati.
Una sola scossa lungo la
schiena, un brivido arroventato mi pizzica i capezzoli, un’improvvisa vacuità è
nel ventre e fra le cosce: che diavolo mi succede?
Torno al mio abito, al suo
abominevole fiocco di raso, mi sembra la cosa migliore. Il ricordo dell’ Olanda
e di Vince che si muove su di me come un serpente, intenso come il peggiore dei
mal di testa, forte come una boccata di tabacco dopo un whisky, sfuma in una
trama di organza scadente.
Ora ne sono certa. Questo
vestito è il più dozzinale insieme di perline e merletti che io abbia mai visto.
E Vince è sepolto nel
cimitero di Vollendam, da dove si vede il faro.
“Tesoro, l’hai visto? E’
arrivato.”
E’ mia madre, non c’è
bisogno che mi volti, saprei descrivere ad occhi chiusi l’espressione di
inebetita beatitudine che deve avere stampata sul viso.
“Bellissimo”
Le parole escono dalla mia
bocca come due scolarette impertinenti in fuga dalla scuola.
“Provalo, più tardi. Ti
dona tanto, secondo me”
“Lo proverò”
Molto più tardi, spero.
Il rumore delle sue
vecchie pantofole taglia trentotto sparisce nel corridoio ed io resto di nuovo
sola, col cadavere di un fiocco fra le mani.
Si sta facendo un the al
piano di sotto, mia madre si fa sempre un the, in questi casi.
Avrei preferito non
incontrare l’espressione di diniego impressa sul viso delle colombe bianche che
intrecciano il volo sui miei inviti nuziali. Mi stanno ancora guardando. Gli
farò passare la voglia di scrutarmi, le chiudo nel cassetto.
Ora sono ufficialmente
sola nella mia stanza.
Sento un fruscio
lievissimo alle spalle, devono essere le tende.
No, la finestra è chiusa.
Farei bene a darmi da
fare: è ora di scegliere i centrotavola: mazzi di gigli intervallati da
insignificanti candeline rosa.
Può andare.
Vince accendeva una grande
candela alla cannella e metteva su un cd di Barry White tutte le volte che
voleva cogliermi di sorpresa nel letto, mentre ancora sonnecchiavo. Gli bastava
infilare una mano sotto le lenzuola, respirare ad un palmo dal mio viso. Io
capivo subito, ero di nuovo sveglia.
Il fruscio alle mie spalle
si è fatto continuo, quasi ritmico. Il vestito dev’essere caduto dal letto.
No, mi sbaglio, ma di
poco.
Il vestito si è solo
mosso.
Le pieghe della gonna si
sono improvvisamente stirate, il bustino si è leggermente irrigidito, le spalle
si alzano come se qualcuno se lo stesse infilando.
Il fiocco sembra un
pendolo impazzito, ondeggia su di un seno d’aria, si scuote.
Potevo tagliarlo, quel
maledetto fiocco!
Ora le braccia di raso
fiorato si sollevano, si allungano verso di me come un sudario ricamato a
piccole rose. Sotto le balze della gonna, movimenti di gambe inesistenti:
avanzano verso di me, col passo di una marcia nuziale strascicata, vacillante,
ineluttabile.
Il vestito è in piedi, di
fronte a me.
Indietreggio.
Lui pare indovinarlo: per
ogni passo che muovo indietro, lui ne muove uno in avanti. Precede le mie mosse.
E’ vivo.
Un grido esce dal mio
petto, talmente acuto e straziante da intimorirmi: non credevo di poter emettere
un suono così infantile. Il lungo velo mi copre il viso, mi imbavaglia.
Ora il nastro si stacca
dal corpetto, si annoda attorno al mio collo: è un capestro di tulle, pare un
filo di ferro, esercita una stretta mostruosa, senza pietà.
Mi manca il fiato. Un
reflusso di sangue bollente mi sale alla testa ed inizio a boccheggiare.
La testa.
Mi sta staccando la testa.
L’ abito mi danza davanti,
è affamato di me. Le braccia bianche mi si avvinghiano addosso, percuotendomi,
con suono spettrale di stoffa strappata. La gonna si alza di colpo, si arriccia
attorno alle mie gambe, paralizzandomi.
L’abito umido è tutt’uno
col mio corpo e mi inghiottisce. La mia vista si è fatta annebbiata ed
acquiginosa.
Un paio di forbici si alza
in aria, abbandona la mia toletta: un suono tagliente e sottile riempie l’aria.
“Zac”, “Zac”, “Zac”… le
forbici si muovono da sole, sfrecciano come un’ape inviperita verso il fiocco
attorno al mio collo.
È il fiocco, vogliono
tagliare via il fiocco.
E il mio collo.
Mentre piccole punte mi
scalfiscono meticolosamente, come rasoi, ed il sangue sgocciola sul tappeto, ho
appena il tempo di mugolare qualcosa. Non so nemmeno io cosa. Devo avere lo
stomaco pieno di sostanze incendiarie, mi sento esplodere.
Le mie unghie si
artigliano al tappeto, spaccandosi ad una ad una, un liquido vischioso mi inonda
la bocca.
“Vince…sei tu?”