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Biografia dell'autore
 

Maria Silvia Avanzato

 

 

 

UN TAGLIO AL PASSATO

 

Faccio bene a sposarmi.

A mia madre sarebbe venuto un infarto se non avessi accettato la proposta di matrimonio di Liam.

Liam si sarebbe buttato giù da un ponte, probabilmente.

E’ tutto pronto per la cerimonia: stamattina è arrivato l’abito da sposa, quello per cui ho scomodato sei diversi sarti.

Lo prendo in braccio come fosse un neonato e lo stendo sul mio letto con la massima delicatezza.

Si, è bellissimo. Se non fosse per quel fiocco enorme sul davanti: mi fa sembrare una bomboniera, penzola sulla pancia come il colletto sbilenco di un clown.

Faccio bene a sposare Liam.

Ha un’ottima reputazione ed è il tipo di uomo che non ti fa mancare nulla. Comunica tutto a rose rosse e pendenti di oro bianco: l’ho sentito parlare talmente di rado che non saprei dire che timbro di voce abbia.

Perché dovrei ripensare a Vince? Proprio ora che sto lisciando la seta color crema del mio abito nuziale!

Forse perché lui parlava tanto e mi versava da bere, un anno fa.

Amsterdam, durante il temporale, sembrava uno di quei paesaggi sotto vetro: ad un minimo refolo, mille foglie volavano per aria, ribaltando i tavolini dei bar e le biciclette. Lui sorrideva: “Torniamo in hotel”.

In giornate così piovose, Vince dava il meglio di sé: si sbottonava la camicia con tale lentezza da farmi impazzire, avrei voluto supplicare ogni bottone di scivolare nell’asola più velocemente, più velocemente ancora e lasciarmi intravedere quel petto color bronzo, glabro, modellato come creta, pronto a gonfiarsi di lunghi respiri, gemiti soffocati.

Una sola scossa lungo la schiena, un brivido arroventato mi pizzica i capezzoli, un’improvvisa vacuità è nel ventre e fra le cosce: che diavolo mi succede?

Torno al mio abito, al suo abominevole fiocco di raso, mi sembra la cosa migliore. Il ricordo dell’ Olanda e di Vince che si muove su di me come un serpente, intenso come il peggiore dei mal di testa, forte come una boccata di tabacco dopo un whisky, sfuma in una trama di organza scadente.

Ora ne sono certa. Questo vestito è il più dozzinale insieme di perline e merletti che io abbia mai visto.

E Vince è sepolto nel cimitero di Vollendam, da dove si vede il faro.

“Tesoro, l’hai visto? E’ arrivato.”

E’ mia madre, non c’è bisogno che mi volti, saprei descrivere ad occhi chiusi l’espressione di inebetita beatitudine che deve avere stampata sul viso.

“Bellissimo”

Le parole escono dalla mia bocca come due scolarette impertinenti in fuga dalla scuola.

“Provalo, più tardi. Ti dona tanto, secondo me”

“Lo proverò”

Molto più tardi, spero.

Il rumore delle sue vecchie pantofole taglia trentotto sparisce nel corridoio ed io resto di nuovo sola, col cadavere di un fiocco fra le mani.

Si sta facendo un the al piano di sotto, mia madre si fa sempre un the, in questi casi.

Avrei preferito non incontrare l’espressione di diniego impressa sul viso delle colombe bianche che intrecciano il volo sui miei inviti nuziali. Mi stanno ancora guardando. Gli farò passare la voglia di scrutarmi, le chiudo nel cassetto.

Ora sono ufficialmente sola nella mia stanza.

Sento un fruscio lievissimo alle spalle, devono essere le tende.

No, la finestra è chiusa.

Farei bene a darmi da fare: è ora di scegliere i centrotavola: mazzi di gigli intervallati da insignificanti candeline rosa.

Può andare.

Vince accendeva una grande candela alla cannella e metteva su un cd di Barry White tutte le volte che voleva cogliermi di sorpresa nel letto, mentre ancora sonnecchiavo. Gli bastava infilare una mano sotto le lenzuola, respirare ad un palmo dal mio viso. Io capivo subito, ero di nuovo sveglia.

Il fruscio alle mie spalle si è fatto continuo, quasi ritmico. Il vestito dev’essere caduto dal letto.

No, mi sbaglio, ma di poco.

Il vestito si è solo mosso.

Le pieghe della gonna si sono improvvisamente stirate, il bustino si è leggermente irrigidito, le spalle si alzano come se qualcuno se lo stesse infilando.

Il fiocco sembra un pendolo impazzito, ondeggia su di un seno d’aria, si scuote.

Potevo tagliarlo, quel maledetto fiocco!

Ora le braccia di raso fiorato si sollevano, si allungano verso di me come un sudario ricamato a piccole rose. Sotto le balze della gonna, movimenti di gambe inesistenti: avanzano verso di me, col passo di una marcia nuziale strascicata, vacillante, ineluttabile.

Il vestito è in piedi, di fronte a me.

Indietreggio.

Lui pare indovinarlo: per ogni passo che muovo indietro, lui ne muove uno in avanti. Precede le mie mosse.

E’ vivo.

Un grido esce dal mio petto, talmente acuto e straziante da intimorirmi: non credevo di poter emettere un suono così infantile. Il lungo velo mi copre il viso, mi imbavaglia.

Ora il nastro si stacca dal corpetto, si annoda attorno al mio collo: è un capestro di tulle, pare un filo di ferro, esercita una stretta mostruosa, senza pietà.

Mi manca il fiato. Un reflusso di sangue bollente mi sale alla testa ed inizio a boccheggiare.

La testa.

Mi sta staccando la testa.

L’ abito mi danza davanti, è affamato di me. Le braccia bianche mi si avvinghiano addosso, percuotendomi, con suono spettrale di stoffa strappata. La gonna si alza di colpo, si arriccia attorno alle mie gambe, paralizzandomi.

L’abito umido è tutt’uno col mio corpo e mi inghiottisce. La mia vista si è fatta annebbiata ed acquiginosa.

Un paio di forbici si alza in aria, abbandona la mia toletta: un suono tagliente e sottile riempie l’aria.

“Zac”, “Zac”, “Zac”… le forbici si muovono da sole, sfrecciano come un’ape inviperita verso il fiocco attorno al mio collo.

È il fiocco, vogliono tagliare via il fiocco.

E il mio collo.

Mentre piccole punte mi scalfiscono meticolosamente, come rasoi, ed il sangue sgocciola sul tappeto, ho appena il tempo di mugolare qualcosa. Non so nemmeno io cosa. Devo avere lo stomaco pieno di sostanze incendiarie, mi sento esplodere.

 

Le mie unghie si artigliano al tappeto, spaccandosi ad una ad una, un liquido vischioso mi inonda la bocca.

 

“Vince…sei tu?”