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Biografia dell'autore
 

Andrea Fadda

 

 

 

TOPI

 

La luce che la luna proiettava era perfetta per potersi muovere nel bosco tranquillamente senza dover ricorrere all’utilizzo di una torcia. Il silenzio, quasi totale, era rotto solamente dal rumore delle macchina che percorrevano la statale  a poche centinaia di metri da dove si trovavano e la brezza estiva li avvolgeva con i suoi profumi. Luca si muoveva senza fretta, sia per evitare rumori sia per permettere a Sara di riuscire a seguirlo senza inciampare in qualche ramo o in qualche radice che faceva capolino dal terreno. Erano quasi arrivati. Attraverso gli alberi si poteva scorgere la sagoma dell’edificio a circa cento metri di distanza. Era una vecchia casa di due piani, disabitata da più di dieci anni. Le finestre erano state chiuse con delle travi di legno e l’ingresso principale era stato addirittura murato dai vecchi proprietari. Luca prese per mano Sara e girò intorno alla casa sino ad arrivare all’inizio di una scala in cemento che scendeva di una ventina di gradini verso un’oscurità quasi totale.

“Non mi piace l’idea di scendere là sotto! Mi avevi assicurato che sarebbe stato come essere in albergo.” La ragazza aveva pronunciato le parole sottovoce ma Luca era riuscito comunque a percepire una vena di paura nella sua voce. Avrebbe dovuto tranquillizzarla, altrimenti addio serata di passione.

“Non preoccuparti, appena saremo dentro potremo accendere una torcia.” Cominciò a scendere i gradini tenendo sempre per mano Sara. “Stai attenta a non scivolare” le disse bisbigliando.

Quando furono in fondo alla scalinata Luca cercò con le mani la maniglia e la ruotò. I cardini emisero un leggero cigolio ma la porta si aprì senza difficoltà. Entrarono e si richiusero il battente alle loro spalle. L’oscurità totale venne infranta dal fascio di luce della torcia che Luca aveva portato con sé. Illuminò un ampio locale che in passato doveva essere stato utilizzato come sala di lavoro oppure come sala hobby.

“Chi ti ha detto di questo posto? Scommetto che è stato quel matto di Peppe. Ce lo vedo a portare qui le sue anime gemelle”. Mentre faceva questa domanda Sara aveva sorriso, segno evidente che si stava rilassando.

“Hai indovinato, è stato Peppe a raccontarmi di questo posto. Ma lui non lo usa come “scannatoio”. Lo ha scoperto facendo una perizia per il comune. C’è un tipo che vuole acquistarlo per farne un albergo”. Mentre parlava Luca aveva diretto la sua torcia verso tutte le pareti e alla fine aveva trovato quello che faceva al caso suo, un divano da tre posti.

“Certo il posto non è il massimo, ma almeno possiamo avere un po’ di intimità”. Appena terminata la frase si diresse verso il divano e si mise a sedere. Lei lo guardò da lontano e sorridendo disse:

” Se credi che io mi sieda su quel cumulo di pulci e pidocchi sei fuori strada caro”. Non aveva tutti i torti. Per un uomo era normale ma per una donna il contatto con animali invisibile e polvere era inaccettabile. Si alzò, si tolse la giacca e la stese sul divano.

“Adesso va meglio” disse Sara sempre sorridendo. Si sedettero uno vicino all’altro e cominciarono a baciarsi. Dopo pochi secondi lei si irrigidì. “Che c’è? Non dirmi che già ti prude la pelle per colpa degli acari!?” chiese Luca.

“Non hai sentito quel rumore”? Gli occhi di Sara guardarono a destra e a sinistra senza posare lo sguardo su qualcosa in particolare. “Sembrava il verso di un animale, di un topo”.

“ Possibile, anche se non vedo cosa potrebbero trovare da mangiare dei topi in una catapecchia come questa”. Cercò di sembrare tranquillo e continuò a baciarla. Pian piano sentiva che si lasciava andare e quando finalmente lui le toccò il seno la sentì gemere. Poi tutto precipitò alla velocità della luce. Lei gridò forte e si staccò da lui. “Ma che diavolo ti prende”? le chiese. Lei non rispose. Era immobilizzata, gli occhi spalancati fissi davanti a lei. Luca si girò e finalmente vide cosa aveva terrorizzato così tanto la sua ragazza. Una marea di topi era uscita da chissà dove e si era avvicinata in silenzio al divano. Ce n’erano dappertutto. Un’infinità di occhi rossi li fissava immobili.

Sara arretrò, raggomitolandosi sul divano e scalciando nel tentativo di allontanarsi il più possibile dal pavimento e quel gesto scosse dal torpore l’orda di topi affamati. I ratti scattarono in avanti arrampicandosi sul divano. Sara gridò di terrore. Luca cominciò a tirare calci più velocemente possibile ma gli animali erano troppi e troppo assetati di sangue. Ne sentì un paio che si arrampicavano sulle sue gambe.

“Dobbiamo uscire da qui, corri”. Si voltò verso Sara per tenderle la mano ma quello che vide lo pietrificò all’istante. I topi si arrampicavano affannosamente lungo il suo corpo. Lei mulinava le braccia come un’indemoniata, schiaffeggiando più animali possibile, ma per ogni topo che allontanava da sé altri due o tre guadagnavano terreno. In pochi secondi ebbe la peggio e le sue grida si fecero più forti e di intensità maggiore. I topi avevano cominciato a morderla, adesso il suo viso e le sue mani erano rigati di sangue. Questo aveva reso i ratti ancora più feroci. Luca era ancora paralizzato. Le grida di Sara erano agghiaccianti ma man mano che i secondi passavano  venivano attutite dalla mole di animali che ormai ricoprivano quasi interamente il corpo della povera ragazza. Vide chiaramente un topo affondare con feroce accanimento il proprio muso all’interno dell’orbita di un occhio. A scuoterlo dal torpore fu il morso di un topo che era riuscito a salire lungo la sua schiena e ad affondare i denti nel suo collo. Si scrollò l’animale di dosso e corse via. Mentre guadagnava l’uscita schiacciò diversi ratti e quasi cadde, ma alla fine trovò la maniglia della porta e la spalancò. L’aria pulita gli diede nuovo vigore. Corse su per la scala e una volta in cima si tuffò nel bosco.

I topi non lo rincorsero ma si dedicarono invece a banchettare con la loro ultima ospite.