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di Ascari Andrea
L’ostetrica Carla lavora nel reparto di ginecologia
da tredici anni e il parto della signora Beni è solo
uno tra i tanti.
<La signora presenta dolori addominali, mancano due
settimane al termine>
<Preparate l’ecografo>
Il dottorino rimane immobile di fronte all’immagine
confusa in toni di grigio di tanti cuoricini che
battono all’unisono.
<Impossibile, ripetere>
<Non c’è più nessun battito, il cuore è fermo. Il
feto è morto. Dobbiamo rimuoverlo.>
L’ostetrica non dimenticherà mai le mani immerse nel
ventre squarciato, mani che invece di un cadavere
trovano un corpicino urlante e pieno di vita. Un
maschio.
La testa le gira, la stanza si fa buia.
Per un istante piccole mani grinzose escono dal
taglio materno, dal cassetto delle bende, dalle
pieghe delle coperte, ovunque.
Piccole mani cercano di afferrare il diritto negato
della vita.
L’ostetrica Carla non lavora più nel reparto di
ginecologia, la sua mente ha ceduto come un
cristallo in mille pezzi.
Il piccolo Jousuf gioca spesso nel parco pubblico, è
magro e scatenato e coinvolge tutti i bambini che
trova in storie inventate intorno al castello di
legno.
Spesso gioca con Matteo Beni, un signorino timido e
grassoccio.
Matteo si fa trascinare intensamente da Jousuf con
l’amore odio tipico dei bambini.
<Io sono il Re>
<No, facciamo che il re sono io e tu sei una
guardia>
Una piroetta azzardata, una manina scivola sul piolo
di legno lucido e il piccolo corpo candido cade
scomposto a terra.
Jousuf lo osserva e la sua testolina cerca di
trasportare la caduta nella sua storia.
<Jousuf! Jousuf! Portami vicino al cespuglio>
Sussurri provengono dalla siepe squadrata.
<Jousuf! Non è successo niente. Portami vicino alla
siepe e sarò guarito>
Jousuf si guarda intorno e non vede nessuno, scende
dal castello e afferra la mano dell’amico steso a
terra.
É dura e bloccata, il braccio scricchiola mentre lo
sposta.
<Jousuf! Non ti preoccupare! Sto benissimo.>
Vicino al cespuglio piccole mani bianche afferrano
Matteo che sparisce nel buio frusciando.
Jousuf fa per voltarsi, gli occhi bruciano, dove è
suo Padre? Ancora rumori dalla siepe.
<Allora io faccio il Re!> Matteo corre verso il
castello ridendo.
Il piccolo Jousuf non gioca più nel parco pubblico,
ora rimane chiuso in casa e spesso urla fino a
svenire.
<Vostro figlio non ha problemi in senso stretto.>
Il medico della mente parla pacato e saccente alla
coppia ingrigita davanti a lui.
<La pubertà oltre che una crescita fisica è una
profonda crescita caratteriale.>
<Avete riportato che alcuni episodi dell’infanzia
hanno segnato profondi cambiamenti comportamentali,
infatti hanno rappresentato la volontà di emergere
come persona completa.>
Una piccola pausa per permettere al suo sapere di
sedimentare.
<Il fatto che ora abbia molte fobie è sintomo della
paura del cambiamento.>
Matteo ha 15 anni e ha paura del buio, degli spazi
chiusi e di ogni anfratto stretto e scuro. Sta
lontano dai coltelli, dalle forbici e da tutto
quello che potrebbe essere anche lontanamente
pericoloso. Non sta mani da solo. Non dorme mai da
solo.
Ha cominciato a capire.
Loro aspettano nel buio.
Matteo aspetta fuori dal bagno, rassicurato dalla
presenza paterna oltre la porta sottile, cullato dal
suono elettrico del rasoio.
I sibili iniziano inattesi e ne è terrorizzato,
paura per lui, come da sempre da quando ha
coscienza… poi capisce troppo tardi quale è il loro
vero bersaglio.
Una mano scatta dal buio di un anta dell’armadietto
sopra il lavandino, la presa cinge l’uomo vicino
allo specchio. Un'altra mano si fa strada fuori da
un cassetto e rapida saetta un vecchio rasoio sul
ventre rigonfio di anni e birra.
Le budella si riversano di scatto sulla ceramica.
Seguono urla, isteria, corse forsennate, luci suoni
e facce sconosciute.
Matteo è nella stanza con il padre, infezioni e pus
lo stanno spegnendo senza rimedio, la camera
dall’intonaco verde è troppo stretta e troppo buia.
Gratta la parete ed è terrorizzato.
La madre piange sommessamente avvolta dalle lenzuola
del marito, come è stato possibile un simile gesto?
Non nota da sotto la brandina la forbice argentata
che si fa largo tra la gonna aprendo uno squarcio
sul polpaccio.
La donna grida e si getta di lato, Matteo l’afferra
e la porta fuori lungo il corridoio urlando.
Il corridoio è deserto e sembrano lontane chilometri
le voci che rispondono al baccano.
Lo stretto passaggio tra barelle diventa un inferno
di braccia e oggetti acuminati, escono da ogni
angolo scuro e si protendono fameliche.
Dopo pochi passi la donna è piena di ferite e
schiuma di follia, Matteo la getta a terra e urla.
Urla una verità che ha capito da tempo, ma che solo
ora è abbastanza cinico da accettare.
<Se a voi non importa nulla, neanche a me importa
nulla di lei! Non mi importa di nessuno. Avete
capito!> Tutto si ferma.
Al diavolo tutto, la salvezza è vicina, le voci
stanno arrivando.
Si appoggia alla parete e non nota una presa
dell’aria alle sue spalle, due mani lo bloccano e un
bisturi tagliente gli recide a fondo la gola.
La donna non riesce a togliere gli occhi dal fiume
di sangue che sgorga dalla fenditura e le orecchie
sono immerse dai gorgoglii agghiaccianti.
Il corpo del giovane si accascia a terra e un
ulteriore orrore le inchioda gli occhi.
I passi degli infermieri sono vicini, da sotto la
pesante coperta marrone posta su una barella si
odono bisbigli.
Prima una, poi due e poi molte braccia si sporgono
verso il cadavere, lo afferrano avide per i vesti e
per i capelli.
Il giovane è issato e portato sotto il panno logoro,
la stoffa si gonfia e poi collassa… passano gli
istanti e le luci si accendono, la donna guaisce e
si rannicchia sempre di più.
La coperta si gonfia di nuovo e un paio di occhi
vivi e vispi fa capolino.
<Ciao Mamma>
L’oblio prende per sempre la mente della donna.
Matteo ora ha 20 anni. Suo padre è morto da anni e
sua madre è come se lo fosse… ma a lui non importa.
Vive costellato da mille fobie e da una moltitudine
di manie che lo rendono tenebroso agli occhi di
alcuni, e interessante agli occhi di altri.
Non si sposta mai, frequenta solo le lezioni più
affollate e vive in una grande casa da solo, una
casa bianca con molte finestre.
Marina lo conosce da poco, trova in lui un
attrazione dettata dal mistero e dalla solitudine di
Matteo.
Che sia una storia da poco o altro non le importa,
tra i suoi capelli c’è solo il vento.
Matteo conosce i rischi e ne è spaventato, ma
pretende anche lui il diritto all’amore che hanno
tutti gli uomini, che può avere anche lui.
<…e questa è la sala… da quando sono solo non occupo
tutta la casa…>
Matteo illustra nervoso le varie parti della
magione, Marina ha notato come si guarda sempre
attorno, sia mentre cammina sia quando si ferma.
Non apre mai le porte o gli sportelli… in questa
casa infatti non ce ne sono.
Un maniaco compulsivo o forse il trauma della
perdita dei suoi…
La promessa della serata è una cena insieme,
l’occasione è stata una banale ricerca nel
pomeriggio.
Marina è nervosa, quella casa ormai la soffoca,
anche se è aperta e luminosa.
<Hai cucinato tu?> Marina inghiotte nervosa un
boccone,
È delicato e saporito, ma la rende a disagio il
fatto di dover usare solo un cucchiaio come posata e
che tutte le pietanze siano già tagliate a tocchetti
come una cena da poppante.
Almeno il vino, dal sapore intenso, la sta aiutando
parecchio.
<Viene tutto dalla rosticceria, ma ho apparecchiato
io…> Matteo abbozza un sorriso e si fa più vicino.
Ancora vino viene versato dalla caraffa di plastica,
le parole vengono trasportate da onde e da emozioni…
malgrado tutto, malgrado anche le luci piazzate sul
pavimento e il tavolo composto da un blocco,
malgrado tutto Marina decide di lasciarsi
trasportare dalle onde.
Matteo sembra sorpreso da Lei, si avvicinano timidi
e ancora di più il primo bacio si trascina lento e
pauroso.
Lui tentenna, perde ancora tempo a guardarsi
intorno, poi…
Quando i due corpi si avvinghiano per terra e le
mani di entrambi cercano la pelle calda tra i
vestiti esplorando le forme… allora Loro capiscono
che possono agire.
Marina ha la camicetta aperta e il suo petto è
incollato a quello ampio di Matteo.
Sente una strana sensazione, un gonfiore innaturale
dalle pieghe scure degli abiti e molte braccia
escono veloci dalle grinze della seta afferrando il
giovane e scagliandolo contro la parete ammobiliata.
Marina si trova a terra violentemente, sconvolta.
Matteo è sommerso dalle ante cadute e da ciò che
sostenevano, malgrado tutta la luce si creano molte
zone di ombra.
Voci, lamenti e urla inondano la casa, mani
provenienti dal nulla lo trattengono.
<Andatevene!> urla lui e si dimena.
<Marina> Chiamano le voci. <Ascoltaci>
<Non mi importa nulla di lei, uccidetela pure> Urla
Matteo e scalcia.
<Marina, noi siamo in tanti, siamo soli nel buio e
siamo Matteo, ma lui non ci fa vivere.
Ha ucciso e promesso di farsi da parte, ma ci tiene
ancora qui a cibarsi delle sue briciole.>
<Uccidete quella puttana! Non me ne frega nulla!>
La giovane donna viene presa dalla frenesia della
paura, le pareti bianche sembrano quanto mai senza
angolazioni, si muovono e collassano verso di lei.
<Ti daremo tutto quello che vuoi>
Si alza in piedi, slitta sul marmo lucente, poi la
gomma fa presa e corre verso il primo corridoio.
<Faremo un patto, siamo tutti d’accordo>
La testa le gira, la gola brucia, ma continua a
correre prendendo aperture a casaccio.
<Un anno per uno, così che ciascuno possa godere di
un corpo giovane>
Le mani maledette sgorgano ancora, la luce non
arriva dappertutto.
<Tu sarai la testimone del patto e la nostra
guardiana. Saremo tuoi schiavi>
La porta, la salvezza.
<Aiutaci, sarai la nostra regina>
Molti occhi la guardano, un dito le sfiora la
guancia.
La voce di Matteo in lontananza, si è liberato.
Si slancia contro la porta aprendola e sbattendola
con foga, si lancia nel prato e rotola per terra
ansimando.
L’orrore ancora rimbalza tra i suoi occhi, i polmoni
minacciano di esplodere, si alza ancora in piedi e
lancia le sue gambe verso casa.
Matteo la guarda dalla finestra.
<Stupidi bastardi> sussurra alle pareti. <Ne trovo
mille come quella. Troverò anche il modo di tenervi
buoni del tutto>
Un altro giorno qualsiasi.
Il vento increspa la gonna viola di una giovane
donna.
La ragazza sta suonando il campanello della casa
bianca, la casa che ha già visitato prima.
Il proprietario sbircia, poi apre la porta sorpreso.
<Marina?!>
La giovane si stupisce, e si stupirà sempre in
futuro della sua freddezza, della sua decisione e di
come affonda quasi leggera la lama sottile
attraverso l’orbita, attraverso il cranio.
<Ho cambiato idea> Sorride. <Voglio tutto>
Matteo cade a terra e già si sentono alle sue spalle
passi raggianti.
Marina ora ha cinquantaquattro anni, una bella
signora curata nel viso e nel corpo.
Gira tra le mani una calice, aspetta sdraiata sul
letto sontuoso che si compia la fine
dell’anniversario.
Ha svolto il compito di guardiana, amica e amante
per tutti quegli anni, il pensiero che ogni volta
possa essere la fine è sempre dolce.
Si sono susseguiti drogati dal godersi ogni attimo
di vita, pazzi lussuriosi, dannati in cerca di
redenzione, malinconici e anime dolci.
Vi sono stati anche cercatori dell’origine della
maledizione, vani scavatori tra i miti di santi
risorti dalle proprie tombe.
É forse dannata anche lei?
Ha vissuto nell’oro e nell’opulenza, gli altri
nell’ombra forti del patto li hanno nutriti e
serviti prendendo senza remora tutto quello che
trovavano tra le pieghe di oscurità.
Marina sorride sorniona, ha abiti, gioielli e
amanti, tra se sue dita sottili ha il guinzaglio un
demone e ora…
Dal bagno di marmo non arriva nessun suono.
Chissà quanti altri aspettano il loro turno?
Se ne sono andati ognuno in modo diverso, dal
silenzioso al drammatico e spettacolare… e ora?
Nessun suono.
Marina sorride e beve il calice.