6:66
di De Carolis Andrea
Il signor Oregon si svegliò di soprassalto.
La sveglia stava suonando e la luce intermittente
del display era l'unica a brillare nel buio della
camera.
Il vecchio sbuffò; ogni notte era la stessa
storia.
Ma adesso si era proprio stufato.
"Ora fai un bel viaggetto dalla finestra..."
disse seccatissimo.
Prese la sveglia e... spalancò gli occhi.
Le cifre rosse non la raccontavano giusta.
"Sei ore e sessantasei minuti?!?"
Com'è possibile? Non può essere! Anche la
stanchezza e il sonno cominciavano a prenderlo in
giro?
Tornò a leggere, ma il display continuava a segnare
quelle tre cifre uguali. Si rassegnò.
" E' andata! Domani vado al negozio e ne compro una
nuov..."
Un tuono squarciò il cielo. La sveglia si ammutolì,
come terrorizzata.
Il signor Oregon la ripose al suo posto: la rabbia
gli era passata, non voleva più lanciarla di
sotto, voleva solo...
“Ehi, ma tu chi…?”
Non ebbe il tempo di concludere la frase.
"Timmy? Dove sei?"
La madre stava mettendo l'ultimo mobile sul
furgoncino.
Era riuscita a trovare l'acquirente per la casa del
padre.
Niente più "avanti e indietro", niente più
"affollamento di ricordi felici e infelici", niente
più rimorsi per non essere stata vicino al proprio
genitore, nel momento della morte.
La figlia scacciò quest'ultimo pensiero scuotendo la
testa. Quel ricordo, l'infarto fulminante,
quell'espressione paurosa; ancora ne era sconvolta.
Finalmente, dopo un anno, tutto sarebbe finito:
l'ultimo comodino e si poteva partire.
"Tesoro? Ma dove ti sei cacciato?"
"Eccomi!"
gridò una vocina, prima di spuntare dalla porta.
L'angioletto di casa.
E chi poteva dire il contrario? Capelli rossi e
riccioluti, iridi smeraldo, carnagione chiara e
lineamenti dolci; mancavano soltanto le ali.
Il bambino scattò verso il furgone.
"Scusa mammina, è che... avevo lasciato dentro il
Game Boy"
rispose lui.
Il birbante non diceva tutta la verità; e la verità
stava nell'oggetto che nascondeva dietro la schiena.
Alla madre bastò uno sguardo per capirlo.
"Timmy?"
cominciò lei, con tono serio "Che cosa stai
nascondendo dietro la schiena?"
Il ragazzino ebbe un po' d'imbarazzo, ma poi si fece
coraggio e mostrò ciò che aveva trovato.
La madre si chinò a vedere nelle mani del piccolo.
Era a forma di parallelepipedo, di un grigio freddo.
Un largo display e quattro piccoli bottoncini. Tre
linee disegnate su ambo i lati.
"Mamma, posso tenerla?"
disse Timmy.
Lei storse la bocca.
"Vuoi la sveglia del nonno? Ma dai, è brutta e
vecchia. E poi non hai quella col clown, che è più
bella e colorata?"
"E dai, mamma, a me mi piace! E poi quella col clown
è da bambini, mentre io voglio questa che è da
grandi"
La madre sospirò.
"E va bene... puoi tenerla. Però dobbiamo metterci
le bat..."
Timmy gettò le braccia al collo della madre e le
diede un bacio sulla guancia.
"Grazie mamma. Ti voglio bene"
gridò.
Lei sorrise.
In fondo una sveglia che cosa mai poteva fare di
male?
"I tre animali gli gridarono <<Vieni con noi! Con
la tua bella voce, conquisteremo Brema!>>"
La nuova sveglia era sul comodino, ed aveva appena
segnato le ventuno.
La madre smise di leggere.
"No, mamma, voglio sentire come finisce..."
protestò il figlio.
Quella favola non lo annoiava mai...
"No, Timmy, domani devi alzarti presto"
" E daaai, finiscila..."
"Timmy? Domani devi andare a scuola, Non vuoi
conoscere i tuoi compagni di scuola?"
"Si... Però...?"
Lei non volle sentire ragioni.
"Uffa!"
sbuffò il piccolo, rassegnato "Ma domani la
finisci..."
"Si, si, certo tesoro..."
rispose alzandosi dalla sedia
"Notte mamma"
fece il pargolo, chiudendo gli occhietti.
"Buonanotte, angelo mio..."
rispose, prima di dare un ultimo sguardo al figlio e
chiudere la porta.
Bip... Bip... Bip...
Timmy si svegliò di soprassalto.
Ma chi faceva tutto questo rumore?
Ah, ecco cos'era. La sveglia del nonno lo stava
avvertendo che era giunta l'ora di alzarsi.
"Finalmente!"
disse, felice. Sollevò con un gesto le coperte, si
mise subito in piedi, corse alla finestra e...
Le stelle e la luna bella bella erano ancora fisse
nel cielo.
Il bambino, deluso, abbassò la serranda e tornò al
letto.
Ma la sveglia non la smetteva di lamentarsi.
"Uffa..."
sbuffò, prendendo la sveglia "Adesso ti faccio
stare zitta io..."
Tolse lo sportello e cacciò fuori le batterie.
Il display si spense.
"Ecco così impari brutta stu... bip... bip...
bip..."
Timmy riguardò la sveglia.
Tre numeri lampeggiarono di luce rossa.
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Ma non fu solo quello ad ammutolire il ragazzino.
Tum... tum... tum...
Passi. Passi pesanti. Il pavimento tremava, la
sveglia scandiva a tempo di marcia. Una marcia che
si avvicinava sempre più alla cameretta.
Mamma mia che fifa! Chi era? L'uomo nero, il lupo
cattivo, la strega che trasformava i bambini in
topi?
Non lo sapeva e neanche voleva saperlo.
Lanciò sveglia e batterie sul comodino e si buttò
sotto il letto.
Zitto! Stai zitto! E smettila di tremare come una
foglia!
La porta si spalancò.
Non c'era nulla.
Niente piedi mostruosi, niente gambe scheletriche,
niente tentacoli.
Anche il pavimento aveva smesso di tremare.
Strano...
Coraggioso, uscì da sotto il letto e chiuse la
porta.
La sua stanza era a posto; controllò sotto la
scrivania, dentro l'armadio, nel cassettone dei
giochi.
Visto? Non c'è niente... Torna a dormire.
Timmy seguì la sua coscienza e si rimise sotto le
coperte.
Il sonno pian piano riprese il sopravvento su di
lui, le palpebre si chiusero e...
"Ciao Timothy"
Spalancò gli occhi, non appena sentì il suo nome.
Di chi era quella voce, dolce e inquietante allo
stesso tempo?
Un ombra. Qualcuno stava appoggiato alla sedia della
scrivania.
Timmy rimase a bocca aperta.
"Come fai a sapere il mio nome?"
"Oh, io so molte cose di te..."
disse l’altro.
Rise.
"Si, ma io non ti conosco... Chi sei?"
Rimasero in silenzio.
"Io sono un tuo amico..."
"Amico?"
"Esatto... Chi, se non un amico, ti farebbe un
regalo?"
Timmy voltò lo sguardo davanti a se, all'enorme
scrigno comparso dal nulla, come quello dei pirati.
"Ma che cos'è?"
domandò il bambino curioso.
"Aprilo... C'è la cosa che desideri più di tutto..."
"Sul serio?!?"
"Certo... Cosa aspetti ad aprirlo?"
Il bambino aveva già messo le mani sul baule.
Timmy?!? Ma che stai facendo? Non lo sai che non
devi accettare niente dagli sconosciuti?
Il bambino si bloccò.
"Non posso"
disse, dispiaciuto
"Non puoi... cosa?"
chiese l'ombra.
"Non posso accettarlo, papà mi ha detto..."
"Lascia perdere quello che dice tuo padre..."
lo interruppe "...apri il regalo..."
"No"
"Timmy, devi aprirlo!"
con la voce mutata, più tenebrosa.
"Ho detto di no!"
gridò il bambino, poi prese lo scrigno e lo buttò
per terra, scomparendo.
L'altro rimase per un po' in silenzio.
"Ahi ahi ahi Timmy..."
disse, "...se lo avessi aperto, non te ne
saresti accorto..."
"Che cosa?!?"
Non
riusciva a capire.
"Certo, adesso devo farlo con le mie mani..."
Dal buio, cinque lunghissimi artigli si conficcarono
nel letto. Timmy si era rannicchiato d'istinto.
“Ahhhhhh!”
gridò.
Scappa, Timmy, scappa!
Ancora una volta, quella aveva ragione.
Si appiattì sul materasso, scivolò fino ad arrivare
al pavimento, e corse verso la porta e verso la
rampa di scale.
"Mamma? Papà? Dove siete?"
gridò lui.
"E' inutile..."
disse l'altro "Non possono sentirti..."
Timmy non lo ascoltò e saltò l'ultimo gradino.
Il padre stava nel soggiorno.
"Papà! Papà!"
Il ragazzino si avvicinò all'enorme poltrona in
pelle rovinata. Il genitore era assorto dal
programma.
"Papà? C'è qualcuno in camera mia!"
gridò il bambino.
Il padre non rispose.
"Papà, non ho sognato! Ascoltami, Papà!!!"
Ancora nessuna risposta.
"Papà! Papà!"
strillò, strattonandogli la manica della giacca.
Beh, qualcosa si mosse; la testa mozzata si inclinò
prima all'indietro, poi rotolò fino al televisore,
rimbalzò e ritornò ai suoi piedi. La bocca si aprì,
vomitando un fiotto di sangue nerastro, mentre gli
occhi spalancati lo fissavano, vuoti.
Timmy urlò.
"Che ti dicevo? I tuoi genitori non possono
sentirti, adesso..."
La voce uscì da dietro la poltrona.
"Siamo soli, io e te..."
Timmy sentì uno schianto; il televisore si schiantò
al muro, dall'altra parte della stanza.
"E dai, smettiamola di giocare.. adesso tu vieni qui
e..."
"No, MAI!"
gridò il ragazzino, prima di riprendere a correre.
Sapeva dove andare. In cucina, al suo nascondiglio
segretissimo.
Un armadietto che la madre utilizzava per riporre
qualche piccolo vassoio.
"Timmy? E' inutile che ti nascondi, tanto ti
trovo..."
fece, avvicinandosi alla stanza.
Il ragazzino non lo ascoltò; aprì le ante e si
fiondò dentro quel piccolo spazio.
Il Diavolo cominciò il putiferio: i suoi passi erano
accompagnati dal fracasso dei piatti rotti, delle
posate lanciate in aria, del tavolo appena
rovesciato.
"Ah... sei nell'armadietto?"
ghignò "Ora ti vengo a prendere..."
Il bambino strinse gli occhi, si tappò le orecchie
con le mani e si accovacciò ancora di più.
Avrebbe voluto scomparire, volatilizzarsi come quel
mago della TV.
E invece...
Silenzio.
Aprì gli occhi e tolse le mani dai timpani.
"Timmy? Sono io..."
La voce era diversa.
Il bambino si aprì uno spiraglio che gli permise di
vedere.
"Nonno?!?!?"
gridò piangendo.
Il vecchio entrò nella cucina, avvolto da una strana
luce.
"Certo, nipotino... sono io"
disse, con un caloroso sorriso.
Si, era proprio lui, nonno Oregon, non c'erano
dubbi.
"Nonnino, nonnino mio!"
gridò, mentre si catapultò fuori dall'armadio, per
finire nelle braccia dell'amato parente.
Anche lui sembrava contento di abbracciarlo.
"Oh nonnino, nonnino... mamma mi ha detto che eri
morto..."
Lo strinse ancora più forte.
"No, piccolo mio, non sono morto... Ho fatto solo un
lungo viaggio... E sono arrivato in tempo; un altro
minuto di più e..."
"E-e-e quell'ombra?"
"Se ne è andata... Appena mi ha visto, è fuggito a
gambe levate... Non ci pensare più..."
Il vecchio prese per mano il bambino e salirono
lentamente le scale.
"Ma papà e mamma sono morti! E adesso che faccio?"
disse Timmy, piangendo.
"Stai tranquillo, non è vero che sono morti..."
Erano appena arrivati alla loro camera.
"Guarda"
lo invitò il nonno.
Timmy aprì leggermente la porta e guardò
all'interno. Fece un sospiro di sollievo: i due
genitori stavano dormendo beatamente nel loro letto.
"Visto?"
gli spiegò il nonno.
"Ma come è possibile?"
fece il ragazzino, non convinto.
"Vedi nipotino mio"
spiegò il nonno, chiudendo la porta "Questo è un
sogno. Quella creatura, in realtà, è uno spiritello
che riesce ad entrare nei sogni altrui e a
tramutarli in incubi. E si ciba della paura della
preda, prima di renderla inoffensiva... Ma adesso
sei al sicuro, stai tranquillo"
"Quindi questo è un incubo?"
domandò, varcando la soglia della cameretta.
"Esatto"
rispose "Ma è anche uno spiritello molto debole,
per questo, appena vede qualcuno che gli intralcia
la strada, subito scappa..."
"Ma no, nonno."
tentò di controbattere il nipote "L'ho visto
lanciare il televisore; ha distrutto la cucina; e
poi... e poi..."
"E' tutta illusione. Anche questo fa parte
dell'incubo. Ora però..."
Il vecchio prese Timmy in braccio e lo sdraiò sul
letto.
"... adesso dormi tesoro... dormi... domani sarà
tutto finito..."
disse, accarezzandogli la testa.
"Nonno, non te ne andare, ti prego! Ho paura!"
sussurrò Timmy.
"No, stai tranquillo, non ti lascio solo..."
disse, rimboccandogli le coperte " Adesso chiudi
gli occhi e conta le pecorelle..."
"Va bene nonno"
rispose, chiudendo le palpebre.
La mamma si alzò presto, come al solito.
Timmy non può fare ritardo il suo primo giorno di
scuola.
Uscita dalla camera, si avvicinò alla soglia della
cameretta.
"Timmy? Sei sveglio?"
chiamò il figlio, al di là della porta.
Nessuna risposta.
"Timmy?"
ripeté più convinta, mentre aprì la stanza.
I suoi occhi non riuscirono a sopportare quella
visione agghiacciante.
"Timmy!"
gridò, prima di accasciarsi a terra.