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Biografia dell'autore

 

 

 

 

---nota---

riporto la formattazione di testo, Maiuscole/Minuscole, così come è stato recapitato il file

Sognihorror.com

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ALICE

di Buesetti Fabio

 

Si pulì il naso con la manica ricamata del pigiama, era troppo impegnata a cercare nel giardino tracce del suo vecchio cane, Alice era preda di un terribile raffreddore e la tosse si era fatta più insistente.

Ma dall’alto dei suoi sei anni attendeva che il fantasma di Giada tornasse come sempre durante le notti in cui Venetas, la luna più piccola delle quattro del pianeta, illuminava le notti d’una luce di bianco riflesso.

 

Dal primo piano di casa scrutava con la testa in giù dall’olmo generoso di foglie sulla sinistra presso il muretto fino al giovane salice pieno di vita sulla destra un poco più basso, poi indagava in lontananza il cancellino principale della proprietà, scuro ed arrugginito per assicurarsi che non entrasse da li.

I sassi trasparenti di quarzo che Alice raccattò nella piccola mano durante il pomeriggio erano stati appoggiati sull’ara sacrificale anche se la mamma l’aveva rassicurata sul fatto che non fosse necessario, ma si sa che i bambini hanno tutte le loro teorie!

Si sporse ulteriormente dalla finestra per guardare giù, dove il tetto della cuccia in legno del suo cagnolino Serim appariva annerita dalle intemperie vicino ai tre gradini della porta d’ingresso.

Un debole soffio di vento caldo riscaldava la notte di Dicembre, qualche foglia si muoveva e questa sera Venetas mostrava un disegno tipicamente estivo, un fiore con un lungo stelo.

Alice stringeva le palpebre e si interrogava sul perché la mamma le avesse detto che non era un fiore vero, che era solo una serie di crateri o meglio, di buchi che da lontano non si distinguevano bene e che creavano un disegno ma Alice aveva annuito anche se non ci aveva capito un’acca. Per lei era un fiore.

Perché i crateri non li chiamano buchi? Non era uguale? La mamma era strana.

La cuccia era silenziosa mentre Alice si alzava sulle punta dei piedini per meglio trovare tracce di vita, si asciugo prima una goccia dal naso con una manica e poi, con l’altra, una lacrima di stenti dalla guancia.

Il suo cagnolino stava morendo, con una macchia che si estendeva sul ventre spelacchiato.

Dopo Giada che se n’era andata un anno fa anche Serim si era ammalato della stessa malattia e ora non usciva quasi più della cuccia limitandosi a dare qualche lappata all’acqua quando non si leccava la pancia coperta dalla macchia.

 

Quando la luce era quella bianca di Venetas gli spiriti polarizzavano la luce dei sassi di quarzo e li usavano per proiettare l’anima, facendoli ruotare dapprima nel loro baricentro e creando la luce che ne delineava il corpo, o meglio lo spirito; poi il sassolino ruotava in ogni parte dell’anima. Coroos, Masseure e Versiana erano gli altri tre che ruotavano attorno al nostro pianeta con luci differenti, causati dalla differente roba che avevano nell’aria; solo Venetas non ne aveva e rifletteva una luce pallida, così raccontava la mamma.

Gli altri satelliti non avevano la stessa capacità di far apparire le anime che in queste sere tornavano a fare visite, sempre a discrezione degli umori. Nonni e un cugino con cui giocava la mamma venivano di rado, guardavano la casa, il nonno si sedeva in giardino con la nonna e discorreva con essa agitando le mani, il cugino passeggiava nel viale, ma non sempre, non era un obbligo.

Qualche altro personaggio appariva nelle case vicine senza mai sconfinare nei posti che da vivi non frequentavano.

Solo Giada con le zampette corte non mancava alcun appuntamento nelle notti bianche e sceglieva sempre un piccolo sassolino che lasciava vicino alla cuccia del suo bambino perché proprio lì svaniva al tramontare di Venetas. Capitava che qualcuno calciasse il sasso con i piedi o che il robot delle pulizie lo buttasse nel cespuglio di bosso ma Giada lo ritrovava sempre. In forma assomigliava ad un… un… amidgala, o amiqualcosa diceva mamma, insomma una specie di mandorla!

Che ridere, quando parlo di mandorle con qualcuno nessuno sa di cosa parlo, su questo pianeta non ce ne sono e se… eccola, Giada!

Alice sgranava gli occhi neri mentre il piccolo sassolino trasparente si alzava di qualche centimetro come se una mano invisibile la sollevasse con discrezione per esaminarla da ogni angolazione, la forma della schiena della cagnolina iniziò a delinearsi nel momento in cui un refolo di vento spostò per un attimo la creazione del fantasma, creando un ricciolo di peli bianchi.

Il sasso tentennò nel cercare di rimanere presso la cuccia del suo piccolo, poi anche la zampetta che stava apparendo scivolò indietro e Alice fece un risolino.

Giada era sempre stata imbranata, spesso un poco goffa. I ricordi di quell’incrocio tra cocker e bastardino che avevano creato una bella cagnetta di struttura di razza ma dal pelo nero corto corto, rimanevano vivi nella piccola testolina di Alice grazie alle ripetute visite notturne.

“Anche da fantasma sei stupidina!” Bisbiglia all’aria calda, gradevole che si sposa con la sottile camicia da notte della bambina.

 

“Mamma!” Fa sorpresa nella camera buia all’aprirsi della porta.

“Ssst!” Le intima Nora con l’indice davanti alla bocca mentre la porta si richiude lasciando che il buio si riinsinui tra i mobili.

“Ho ancora il raffreddore e guarda!” Fa saltellando, coi codini ed un sorriso felice, trattenendo a sforzo la voce.

“E arrivata Giada?” Suppone nel giusto, vedendola spalancare gli occhi.

“Si…si vieni!”

“Calma, calma!” Fa lei appoggiandosi a sua volta alla finestra, Alice la scruta con solerzia, sa che la mamma cerca i nonni nel giardino e questi ultimamente si sono fatti più pigri. Poi guarda Giada che scodinzola, il sassolino ruota veloce nella sagoma, si fa un giro nella testa, brilla per un istante nell’occhio in un luccichio inquietante.

“Mmm, vorrei andare giù mamma!” Le fa sapendo già la risposta, Nora sospira.

“Quante volte te l’ho detto che non… ma che fai piangi?”

“Non voglio essere sacrificata!” Fa Alice scoppiando a piangere.

Nora la prende in braccio, si era presa un brutto raffreddore estivo.

“Perché dovresti essere sacrificata?” Le domanda e Alice tra i singhiozzi le risponde:

“Perché sono malata!”

Nora la stringe forte e guarda fuori, era da qualche settimana che i suoi genitori non venivano a trovarla.

 

Questa casa era la loro da qualche generazione, da quando i trisavoli erano sbarcati su questo pianeta in fuga dalla Terra. La missione dei terrestri era di colonizzare diversi pianeti nell’universo. I suoi trisavoli erano scesi qui.

Questo pianeta e relativa stella che lo scaldava era posto sulla parte più esterna della galassia, solo un altro pianeta ruotava attorno a questa stella e lambiva l’oscurità dello spazio interstellare che separava la nostra galassia dalle altre. In alcune notti le stelle non esistevano o si notavano piccoli e rari punti che altre non erano che lontanissime galassie, erano i momenti in cui il pianeta era orientato verso lo spazio sconosciuto.

 

Il fenomeno più degno di nota su Terra 31 erano i fantasmi.

Eravano oramai soli in questa parte dell’universo, nessun contatto con chi se n’era andato, senza sapere cosa fosse accaduto alle altre 30 Terre, ignari dell’esistenza di una Terra 32 o 33…

Chi scendeva accettava il destino che gli si parava davanti, tanto nessun soccorso sarebbe stato inviato.

 

Sulla nave madre zeppa di milioni di persone c’erano alcune persone che credevano nella religione, che cioè ipotizzavano che la loro esistenza dipendesse da una entità superiore. Alcuni di questi pensavano addirittura in un mondo parallelo in cui la vita non sarebbe mai finita.

Una di queste religioni credeva nei sacrifici terrestri, che la sofferenza terrestre sarebbe stata ripagata dopo la morte nel paradiso, che più stavi male in terra e più il riscatto in cielo sarebbe stato alto.

 

Nora accarezza la testa di Alice che non pareva volesse placare le lacrime.

“Piangi perché dobbiamo sacrificare Serim?” Bisbiglia lei.

“Lei scuote la testa in segno di assenso, poi di diniego e cerca di dire qualcosa tra i singhiozzi.

“Che vuoi dirmi allora?”

Ma lei continua a piangere.

 

Nora sospira e rammenta le prime apparizioni di spiriti. Si ebbero con la morte del primo colono, si chiamava Alexander Cosnow, dalla lunga barba e gli occhietti piccoli. Tornò dopo due mesi per parlare con il figlio. La comunità era centrata in un unico sito all’inizio, inutile dire il clamore dell’avvenimento, la gente si radunò accanto all’uomo trasparente nel cui corpo ruotavano due scaglie di quarzo.

Il figlio gli rivolse la parola e perse il senno, la gente corse in tutte le direzioni mentre, da racconti tramandati, alcuni narravano che ridesse, altri che si spaventò a sua volta; la gamma delle esposizioni era alquanto varia. Comunque oggi si afferma che gli spiriti vengano per comunicare ma, inconsciamente, facciano impazzire i loro interlocutori perché così accadde nei rari casi in cui un marito ancora innamorato follemente o una madre a cui era venuto a mancare un bimbo in fasce, si erano spinti a cercare un contatto verbale.

Gli spiriti però non entravano nelle case e non erano insistenti, si accontentavano di passeggiare e fare le cose che da vivi erano abituati a fare.

 

“Uffa ma perché continui a piangere Nora?” Le domanda mentre un soffio d’aria sposta la tenda lentamente, stasera metà cielo è pieno di stelle mentre metà è di una oscurità assoluta se non per una galassia, quella di Andraschia.

Nora si spazientisce e mette Alice sul letto, accende la lampada da comodino.

“Guarda che occhi rossi hai, somarella! Che ti accade?”

“Dobbiamo davvero… davvero sacrificare Serim perché è malato?”

“Si Alice, dobbiamo farlo per calmare gli spiriti! E lo faremo sull’ara come abbiamo fatto con Giada! Smettila di piangere che… toh prendi un fazzoletto!”

 

Non si sa perché ma i sacrifici di esseri viventi erano particolarmente graditi ai defunti che donavano fortuna e prosperità a chi rimaneva.

 

“Mamma devo dirti un segreto!” Fa lei furtiva.

“Che cosa c’è?”

“Anche io sono malata, sacrificherai anche me?”

La madre di Alice scoppia a ridere e abbracciandola le dice:

“Era per questo che avevi paura?” Le bisbiglia rincuorandola col dolce profumo di mamma che ogni bambino ha nel cuore.

“Guarda!” Le dice alzandosi la camicia di notte e mostrandole una macchia appena sotto l’ombelico,

“Sono malata come Serim, e prima di Serim come Giada!” Fa tra i singhiozzi.

 

Nora le guarda il pancino, la guarda seriamente per quasi un minuto e poi la conforta con: “E solo un neo!”

Alice smette di colpo di piangere, prende nuovamente il fazzoletto e soffia il naso, felice del nuovo futuro.

Scende dal letto a va a vedere nuovamente il cagnolino alla finestra.

 

“Mi guarda!” Fa Alice mentre la mamma le si riavvicina.

Nora ripensa alla macchia nera che aveva colpito dapprima la cagnolina, l’avevano sacrificata ma il male era tornato sul suo piccolo cucciolo.

Ma il sacrificio del cagnolino non sarebbe bastato, le macchie erano un male difficile da estirpare nelle case.

Mise una mano sulle mutandine di Alice, con l’altra la prese per i capelli.

Il male aveva preso anche lei e se non avesse dato un taglio a tutto ben presto sarebbero morti tutti.

Alice protesta per un istante mentre esiste solo l’aria, senza alcun appoggio terreno e con gli occhi spalancati vede la cuccia avvicinarsi rapidamente.

 

Nora la guarda con una lacrima che non vuole uscire mentre Alice ha ancora gli occhi spalancati e guarda esanime il cagnolino che le lecca il viso.

I rumori sono già terminati velocemente, uno schiocco secco e basta.

È ancora lei ma con il corpo scomposto nella camicia e un filo di sangue che le esce dall’angolo della bocca, sottile ma senza fine.

A volte bisogna prendere decisioni drastiche.