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Biografia dell'autore

 

 

 

 

ASPETTANDO LA PIOGGIA

di Canelli Alessia

 

 

La prima volta che vidi delle ombre in prossimità del bosco la pioggia stava finendo, e io scrutavo il cielo scialbo attraverso i vetri della finestra. Osservavo assorta lo scorcio plumbeo con la testa appoggiata al cuscino, la maglia appena sollevata dal mio respiro lento. Pioveva anche la notte in cui avevamo raggiunto la casa, era la fine di ottobre e l’autunno avanzava portandosi appresso un alito grigio che staccava le foglie. Eravamo scesi dalla macchina sotto lo scroscio battente e avevamo varcato la soglia fradici. Forse per questo rabbrividimmo, o forse a causa dell’atmosfera desolata che ci circondava, e non avrei saputo dire se erano la terra o le mura a emanarla. Ricordavo di aver pensato che non sarebbe mai diventata casa mia e, a tratti, quando attraversavo i corridoi, ancora mi sembrava che le pareti trasudassero un inospitale sentore di antichità. Affondai il viso nel cuscino pensando a quanto detestavo quel luogo. Intanto il tempo scorreva e io ascoltavo annoiata gli ultimi rovesci chiudere quella triste sinfonia, quando dei suoni soffocati, simili al verso di animali che lottano, mi avevano destato dal torpore.

Mi affacciai sul cortile, ma vidi solo i cani abbaiare al vento che spazzava una gelida distesa di fango. Poi, con lo sguardo avevo risalito il sentiero ridotto a uno sporco torrente che scendeva dal bosco, dove avevo intravisto qualcosa sgattaiolare. Per un istante stetti immobile. Avevo scorto delle schiene scheletriche allontanarsi in una strana maniera, come se gli arti che le sorreggevano non si alzassero da terra, ma strisciassero immersi nella melma. All’improvviso, però, una di loro si era voltata.

Indietreggiai lentamente. Abbandonai la stanza senza fiatare e con mano tremante cercai un appiglio, mentre con l’altra mi appoggiavo al muro. Scesi le scale barcollando, avvinta nel silenzio, e trovai gli altri in cucina; sul tavolo brillavano fioche alcune candele perché il maltempo aveva manomesso l’elettricità, e quella tremula penombra accrebbe il senso d’indefinita angoscia che salì fino al mio viso. La pioggia era finita: il rumore martellante era quello del mio cuore sconvolto. In quel momento alzarono gli occhi e si accorsero di me; stavano per mangiare, ma vi erano due posti vuoti e, oltre a me, mancava qualcun altro. Domandai dove fosse, ma non lo avevano sentito; le linee erano fuori uso, eppure avrebbe dovuto essere lì da un pezzo.

Sentii l’aria gelida travolgermi mentre spalancavo la porta. I cani gironzolavano nervosamente per il cortile annusando la fanghiglia scura. Il cielo sembrava un vorticoso mosaico di nubi, e le pozzanghere erano specchi che mandavo in frantumi ad ogni passo. Il mio respiro era rotto. Più mi avvicinavo, più le mie gambe, deboli, iniziarono a muoversi lente. Qualcosa si spargeva dietro un muro, il rigagnolo raggiunse rapido una larga pozza, vi sparì, e all’istante la vidi tingersi di un rosso cupo e abbondante. Avrei dovuto fermarmi, e invece vidi una mano. Sparpagliate ovunque le dita. Un’orripilante maschera di fango cadde dinanzi a me e urlai, mentre il volto sprofondava lento nella pozzanghera colma di sangue. Una fessura si dischiuse e uscirono rantolando dei suoni, ma furono subito soffocati dal fango rosso che gli riempiva la bocca. Avrei dovuto scappare, e invece non ci riuscivo. Non potendo chiudere gli occhi sentii l’orrore riversarsi dentro di me, mentre un impeto caustico che li fece bruciare spazzò via ogni pensiero.

Furono gli ululati impazziti delle bestie a distogliere il mio sguardo immobile e bagnato quando mi sfrecciarono accanto, ma nella mia mente sentivo dibattersi solo sensazioni confuse. Udivo le fronde scuotersi, eppure non c’era vento, e ad accompagnare le gocce che ora cadevano copiose percepivo un rumore più basso. Indietreggiai disorientata tornando a fissare il cadavere che stava affondando nella melma, immerso ormai fino alle spalle. Qualcosa lo tirava sotto. Cercai di voltarmi e non ci riuscii: un arto viscido fuoriuscì dalla pozza per cingere le membra, e un attimo dopo vidi una creatura scheletrica emergere e inabissarsi rapida con il resto del corpo.

Corsi disperata arrancando fra la pioggia e la poltiglia che mi tratteneva senza fermarmi e, nel momento in cui sprangai la porta, sapevo che non avrei abbandonato viva quella casa.

Gli altri avevano visto tutto, così che da quel giorno iniziammo a sbarrare le finestre e ogni uscita, senza curarci di vivere avvolti nell’oscurità; e in quel buio iniziai a fare incubi orribili di cose senza nome. Non mi rendevo conto di quando finiva uno e iniziava un altro: sognavo sempre quelle creature anfibie, orribilmente viscide, muoversi nel bosco fra i tronchi, scivolare nel fango, confondersi, affiorare, e avvicinarsi sempre più, sempre più numerose. Aprendo gli occhi, però, la realtà non era migliore. La luce non tornò più; all’inizio credevamo fosse stato il temporale, poi avevamo capito che era opera di quei mostri: avevano reciso i cavi e ci avevano privato di qualsiasi mezzo per comunicare. Ci avevano tagliato fuori. Eravamo in balia di creature mostruosamente intelligenti, tanto che alle volte pensavo che fossero qui da prima di noi e attendessero questa strana pioggia, come ora attendevano un nostro passo falso.

Perfino i cani ne erano spaventati. Li avevamo legati nel cortile, e il loro ringhiare minaccioso ci aveva difeso per alcune notti. Quando gli altri erano usciti dopo l’ultima pioggia, però, era da molto che non li sentivamo abbaiare. Io non avevo il coraggio di farlo, un’angoscia troppo grande mi attanagliava le viscere al pensiero di mettere piede sulla stessa terra su cui strisciavano quegli schifosi esseri. Li avevo seguiti con gli occhi attraverso uno spiraglio e, sebbene non capissi cosa dicevano, vidi gli sbuffi di fiato trapelare dalle loro labbra a contatto con l’aria fredda, e i passi affondare nel fango. Li spiavo nervosa, a mano a mano che proseguivano le pozzanghere si facevano sempre più scure, fino a che, poco distante, vidi un mucchio di carne abbandonata. Un’altra parte giaceva divelta in un angolo del cortile, ma, sentendoli avvicinare, l’altro cane l’azzannò e la sottrasse avido senza che potessero evitarlo.

Distolsi lo sguardo disgustato e, quando mi riaffacciai, lo vidi allontanarsi a fatica: la corda pendeva spezzata dal collo e barcollava mentre affondava i denti. Poi, li guardai sollevare il cadavere mutilato dell’animale per gettarlo in un fossato e immaginai di sentirlo cadere con un tonfo nell’acqua che scendeva a valle, e che ciò che scorreva si tingesse di un rosso scuro e opaco.

Non sapevo se quello che stavo provando era vero dolore, o c’era dell’altro che non osavo esprimere. Ritornando verso casa notai che si lanciavano frequenti occhiate, e mi allontanai dalla finestra sconfortata. Qualcosa ardeva in fondo ai loro sguardi; qualcosa che si era spento nel mio, oscurato da una pesante patina di rassegnazione. Eppure temevo di sapere a cosa stessero pensando. Eravamo pochi: presto sarebbe toccato a noi.

L’indomani giunse in fretta. I fili della luce penzolavano a mezz’aria spezzati e c’era qualcosa d’inquietante nel loro abbandonarsi al vento. Sulla casa ristagnava il silenzio, nel bosco l’aria ferma, in mezzo il tempo separava gli attimi. L’ultimo cane giaceva stremato, come un sacco vuoto dimenticato in terra. L’avevamo sentito lottare quella notte, aveva resistito fino a che aveva potuto, ma ora non c’era nessuno a difendere la casa e dal cielo cadevano le prime gocce. L’animale guaiva trascinandosi in cerca di un riparo, e immobile, con le spalle al muro, sentivo ogni cosa: il picchiettio violento sul vetro, i lamenti del cane e il frastuono del diluvio nel bosco. Le creature stavano per uscire. Erano vicine e la bestia lo sentiva. Io lo sentivo. La sentivo ululare.

Poco dopo non si udiva più uggiolare; le creature dovevano essersi accontentate. Detestavo quello che sentivo, ma guardai gli altri e lo lessi anche sulle loro facce. Sospirai affranta. La morte di uno allungava la vita degli altri, e dentro di me sentii spandersi un triste sollievo.

Eravamo rimasti in tre, e loro erano usciti ancora, perché non si volevano rassegnare e cercavano di aggrapparsi ad ogni costo a quel fragile brandello di vita. Ma io no: avevo smesso di fingere che si potesse continuare. Mi chiesi se me lo leggessero in faccia. Mi guadarono in maniera diversa quando rientrarono, e per un attimo mi domandai cosa si fossero detti, poi mi sedetti con le spalle al muro e ascoltai per l’ennesima volta la pioggia battere. Sentivo il rumore di ogni goccia caduta, il sibilo viscido di quelle creature che si risvegliavano nel bosco, strisciavano sulle foglie lasciando una putrida scia e s’immergevano nel fango. Diventavano fango, e il fango circondava la casa. Serrando le palpebre sentivo ogni cosa, fino a che i subdoli suoni presero forma nella mia mente che scivolava nel sonno e gli incubi s’infiltrarono dalla finestra. Dapprima sognai solo gocce, come di pioggia, ma più dense, fino a che un filo si tramutò in un fiume: un fiume di fango che traboccava dalla finestra, mi raggiungeva, e come un guanto mi tappava la bocca trascinandomi sotto.

Mi svegliai di soprassalto sentendomi asfissiare e aprii gli occhi nel cuore gelido della notte. Mi misi in ascolto. La pioggia martellava la terra, e altri suoni, simili a ringhi soffusi, spezzavano lo scroscio monotono. Cercai di tranquillizzarmi: avevo solo fatto un incubo. Sapevo che era stato solo un incubo – ripetei. Feci scorrere le mani lungo la parete buia e m’issai sulle gambe intirizzite. Mi avvicinai alla finestra e appoggiai le dita tremanti sul legno umido che le sbarrava. La prima impressione fu di oscurità totale. Poi, qualcosa d’impercettibile si mosse, e un istante dopo vedevo la fitta rete di gocce sotto la luce pallida della luna.

 

Dischiusi le labbra in un urlo che non uscì, mentre distinguevo agghiacciata un rumore viscido disperdersi in lontananza; le creature erano lì fuori e ci stavano spiando. Un ragazzo si svegliò, ma non potevamo fare nulla. Per alcuni minuti restammo immobili nel buio, poi, quando lo sentii rigirarsi, tornai a sedermi contro la parete umida sperando solo che tutto finisse. Non mi sentivo al sicuro, la paura aveva contaminato tutto anche dentro la casa, e a me non bastava chiudere gli occhi per smettere di pensarci. Oltre al mio respiro affannato ora sentivo soltanto il rumore della pioggia insistente che intervallava il silenzio, ma quel tamburellare continuo non faceva che accrescere il mio timore.

Eravamo rimasti soli. L’indomani il ragazzo che si era svegliato si sedette accanto a me, parlandomi come se capisse quello che provavo. Anche l’altro si avvicinò e mi fece sollevare. Dissero che sapevano come mi sentivo e mi volevano dare una mano, però anch’io dovevo aiutare me stessa. Mi convinsero che dovevo uscire, ora o mai più, perché oggi il sole splendeva e forse non ne avrei più visti altri; e io mi fidai. Mi lasciai accompagnare fuori, allo scoperto, con il cuore che saltava in petto. A lungo rimasi inchiodata sulla soglia, osservandoli ripulire il cortile dai resti dei cadaveri, quindi mossi i primi passi sulla terra scura costellata di pozzanghere, facendo scorrere lo sguardo rapido e voltandomi per assicurarmi che la porta fosse sempre vicina. Sussultavo a ogni rumore, ma camminare sotto il sole non era mai stato così piacevole, e lo era per me che da tempo non rivedevo il mondo da così vicino. Poi, poco prima di mezzogiorno una nube oscurò il cielo. Levai il capo ansiosa e notai che se ne stavano affollando altre, ma tornando a guardarmi intorno un brivido mi ghiacciò il sangue. Non vedevo più nessuno. E l’aria iniziava a raffreddarsi veloce.

Corsi trafelata verso la porta. Afferrai tremante la maniglia e la feci girare. Scattava a vuoto. Gridai graffiando il legno fino a farmi sanguinare, ma l’angoscia mi schiacciò quando sentii dall’interno la spranga abbassarsi. Un peso opprimente fece cedere le mie ginocchia. Le nuvole basse gravavano sulla terra e non circolava un filo d’aria.

La morte di uno allungava la vita degli altri.

Una goccia cadde sulla mia fronte e mi voltai verso il bosco.

Le fronde cominciavano a scuotersi.

Stava iniziando a piovere.