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Biografia dell'autore

 

 

 

 

BERRETTO ROSSO

di Birtolo Patrizia

 

 

Ora sì che, finalmente, dopo tanto tempo posso dormire in pace.

L’incubo, quello vero, era diventato svegliarsi una mattina dopo l’altra accanto a lui.

Fu in ferie, eravamo andati in Scozia. Solo sette giorni, eppure quei sette giorni mi pareva non dovessero finire proprio mai.

Sempre a saltare da un posto all’altro, da un paesaggio all’altro, mi stupivo del fatto che le chiamassero “vacanze”. Io ero così stanca, stanca di ogni cosa. Stanca soprattutto del suo entusiasmo che pretendeva di essere contagioso fin dal primo mattino. Stanca del suo irritante e inguaribile ottimismo. Stanca della sua prepotenza abilmente mascherata da sollecitudine: decideva sempre anche per gli altri credendo di far loro un favore, convinto oltretutto che ci fosse immancabilmente una buona ragione per cui doverlo ringraziare di qualcosa.

Quel giorno si era fissato un’altra volta: voleva visitare ancora un castello, l’ultimo che ci restasse da vedere dell’intera zona. Durante il giro avevamo toccato tutti i siti: Duns, Hermitage, Hume, Etal, Norham…Ma mancava Cessford. Orrendo, a giudicare dall’immagine riportata sulla guida. La sinistra quinta teatrale di una guerra continua tra scozzesi e inglesi prima e tra le varie famiglie lungo il confine poi. Un tozzo cumulo di pietre affumicate e cadenti, non altro.

Anche avessi avuto più voglia di fare un’altra tappa, e non ne avevo affatto, quel posto non valeva assolutamente la strada per arrivarci.

Ma lui: andiamo? Incalzò tutto speranzoso. E io: andiamo… Replicai ormai rassegnata.

Di nuovo in macchina, ancora su e giù per il Border, e stavolta la meta non era affatto vicina, per giunta. La cartina parlava chiaro. Le miglia non sono chilometri. Ma lui si ostinava e, sorridendo caparbio: siamo vicini, manca poco, eccoci arrivati, non faceva che ripetere con petulanza infantile. Mi stava montando dentro una rabbia sorda, schiumavo come un pentolino col latte lasciato sul fuoco. Il giorno intanto cadeva e un sole rosso sangue rabbrividiva al limitare dell’orizzonte.

Una volta arrivati nell’aria c’era ancora un briciolo di luce. Ne volle approfittare subito per fare altre foto. Dai, mettiti là. Che sfondo! Sorridi…Ehi, sei bellissima. Vieni, ne facciamo un’altra da questo lato. Perché non ti siedi qui? Guardami!

Il rullino quello almeno ebbe pietà di me e, terminato, con un complice ronzio scattò per riavvolgersi. Io colsi al volo l’occasione e fuggii col pretesto di fare un giretto lì attorno.

Ormai era quasi buio. Solo in lontananza la brughiera era accesa da pennellate rosa, porpora, indaco, blu. Tutt’a un tratto si era messa a spirare un’aria fredda e tagliente, il genere di gelo che si può sentire scendendo in una cripta oppure avvicinandosi a un sepolcro scoperchiato. Si alzavano folate improvvise, innaturali. Passavano radente tra le pietre divelte e mugghiavano tra pietra e pietra, suonando come sirene di un porto triste. A pochi metri di distanza un cespuglio rinsecchito fluttuava nelle raffiche come una massa di capelli scarmigliati. Il ramo scheletrico più alto fra tutti quelli circostanti pareva il braccio spaventoso di una strega, alzato contro il cielo per scagliare un anatema. Agitato dalle folate sibilava, e malediceva il vento.

Mi avvicinai al maschio del castello, o almeno a ciò che ancora ne restava. Nel punto più oscuro, ecco: fu allora e là che lo vidi. Ma prima ancora di vederlo lo sentii. Mi sembravano i brontolii di un cane randagio che si arrovellava intorno a un osso. Quando la vista si abituò anche al buio fondo di quell’angolo distante, allora ne distinsi la figura. Era un nano, in abiti dalla foggia molto strana. Pareva si fosse tuffato nelle paludi per riemergerne poi decidendo di lasciarsi asciugare i panni sporchi addosso. La mano nodosa reggeva una falce. La lama brillava sinistra. L’ometto bizzarro ghignava, i denti ferini sporgevano dalla bocca immonda. Le agitate dita adunche torcevano senza posa un berretto rosso stinto. Mi indicava un punto oltre il muro. Ansimava, grugniva. Alla fine sdegnato mi tirò la falce quasi sui piedi.

Io sentii di doverla afferrare, e lo feci. Quando le mie mani vi si posero sopra, improvvisamente un lampo e tutto fu chiaro.

Tornai indietro sui miei passi veloce come il vento, sembravo sospinta da qualcosa più forte di me. Bastarono appena tre balzi e gli fui alle spalle. Stava ammirando le ultime luci del tramonto dal mirino della macchina fotografica. Col manico di legno della falce sferrai un unico colpo deciso proprio in mezzo alle scapole. Precipitò senza nemmeno un lamento esattamente dal punto più alto delle rovine.

Mi sporsi e cercai con lo sguardo di sotto, volevo accertarne la morte. La creatura nel frattempo si era portata lì e si affannava intorno al corpo immobile.

Era tutta intenta a raccogliere con bramosia il sangue grondante dalle tempie sull’erba, inzuppandovi il copricapo. Usava ogni cautela per non perderne neanche una stilla.

Quando ebbe ben bene intriso il berretto mi rivolse una smorfia beata. Levò quindi le braccia ossute a reclamar la falce. Gliela tirai poco distante.

Guardò ancora in su e rivolto al mio indirizzo alzò il berretto d’un bel rosso scarlatto a mo’ di saluto. Poi si dileguò, fra le ombre.

Tornai verso la macchina a passi lenti, pensosa. Soppesavo le chiavi facendole saltare ritmicamente nel palmo aperto della mano.

Quando entrai nell’abitacolo dell’auto, notai la guida. Era rimasta lì, abbandonata sul sedile accanto al guidatore, aperta alla pagina che riportava le “leggende locali”. Lo sguardo mentre vagava distrattamente tra le righe mi cadde con un sussulto su un trafiletto che diceva:

Berretto Rosso. Antico spirito del Border, assai malvagio. Infesta torri diroccate e castelli in rovina, specie quelli con un passato di crudeltà. Tinge e ritinge il copricapo nel sangue umano. Avvistato, è segno che presto qualcuno dovrà morire.

 

Neanche a dirlo, il caso venne archiviato come morte accidentale.

Alla stazione di polizia più vicina il mio buon inglese ebbe ragione delle poche domande che mi vennero rivolte col maggior tatto possibile. Un’aria fragile e disperata fece il resto. I poliziotti si intenerirono. Mentre sorseggiavo avidamente il mio tè bollente, tra gli agenti di guardia era una gara a cercare di consolare la povera turista segnata da una così atroce tragedia.