CONFRATELLI
di Fadda Andrea
Dovevano affrettarsi. Il convento non
distava ormai molto ma dovevano affrettarsi
comunque. Nessuno dei due frati voleva trovarsi
fuori dalle mura fraterne nelle ore notturne, non
dopo quello che era successo nelle ultime notti.
Frate Sisto, più giovane e più magro del suo
compagno di viaggio, dettava il passo con solerzia
procedendo a testa bassa lungo il sentiero che si
districava attraverso il bosco. Ogni tanto
controllava che il povero frate Germano non si
staccasse troppo e se questo succedeva lo incalzava
subito con parole incoraggianti rallentando
leggermente il passo per consentire al suo compagno
di ricongiungersi a lui.
“Coraggio fratello, siamo ormai a pochi
chilometri dalla nostra meta”, disse Sisto sbuffando
nell’aria fredda della sera. Germano non si
preoccupò nemmeno di rispondere, occupato com’era a
non perdere contatto con i sandali del battistrada.
Il sentiero era abbastanza visibile, grazie al
chiarore della luna che, nonostante fosse oscurata
da alcune nuvole, riusciva comunque a diffondere una
luce sufficiente a distinguere i contorni del
terreno e della vegetazione. I passi dei due uomini
si sovrapponevano l’uno con l’altro così come i loro
respiri affannosi, e fu proprio per questo motivo
che nessuno dei due si accorse che qualcuno li stava
seguendo. Superarono una piccola collinetta e si
lanciarono a passo sostenuto lungo il pendio in
discesa.
“Non manca molto ormai, fratello. Dopo
la discesa troveremo un piccolo ruscello e dopo di
questo il sentiero piegherà a sinistra verso la
salita che conduce alle mura del con….” Silenzio.
Entrambi quasi trovando un accordo telepatico si
erano fermati all’improvviso trattenendo il fiato
per ascoltare il silenzio del bosco che li
circondava.
“L’hai sentito anche tu?” chiese frate
Germano ricominciando a respirare. I due guardavano
nella direzione da dove erano provenuti senza
tuttavia riuscire a penetrare abbastanza la
profondità del buio. “Cosa sarà stato?”
“Forse un ramo caduto da un albero”,
rispose Sisto senza distogliere lo sguardo dalla
direzione da dove aveva sentito provenire il rumore.
“Non è insolito che rami marci si stacchino dal
tronco senza che nessuno li tocchi. Coraggio, non ci
fermiamo. Mi sembra già di sentire il rumore del
ruscello”. Tirò il suo confratello per il saio e
ricominciò a camminare, questa volta con ancora
maggiore foga e senza preoccuparsi se Germano
riuscisse o meno a stargli dietro. Non erano mossi
dalla semplice paura del buio. Entrambi, come del
resto tutti gli abitanti del convento, avevano
sentito nelle notti precedenti dei violenti ululati
echeggiare nel bosco. Inoltre il loro confratello
più giovane, Adelmo, era uscito per cercare alcune
erbe mediche e non aveva fatto più ritorno. La sera
della sua sparizione poi gli ululati si erano
susseguiti incessantemente per alcune ore con
spaventosa intensità.
Sisto stava ormai quasi correndo quando finalmente
giunse al ruscello e la vista del piccolo corso
d’acqua gli diede nuova fiducia, facendolo
addirittura sentire uno stupido per essersi lasciato
spaventare dal semplice ululare alla luna dei lupi.
“Ecco il ruscello Germano, coraggio,
ancora uno sforzo”, e senza neppure fermarsi spiccò
un salto atterrando agilmente sull’altra sponda del
piccolo corso d’acqua.
“Arrivo”, rispose Germano il quale
spinto dall’entusiasmo del confratello volle
imitarlo spiccando un salto in corsa. Fu a questo
punto che la fortuna li abbandonò. Germano, poco
avvezzo a quelle prove atletiche, atterrò male sul
piede d’appoggio e rovinò a terra. L’urlo di dolore
del compagno fece voltare Sisto riportandolo sui
suoi passi verso Germano. Quando lo raggiunse questi
gemeva dal dolore e si teneva con entrambe le mani
la caviglia sinistra.
“Coraggio, ti aiuto ad alzarti”. Sisto si mise un
braccio del compagno intorno al collo e spinse più
che poteva con le gambe riuscendo a rimettere in
piedi l’amico ferito.“Appoggiati a me”, gli disse
stringendogli l’altro braccio intorno alla vita.
Stavano per mettersi di nuovo in marcia quando da
poco distante dietro di loro giunse un grugnito. Nel
momento in cui si voltarono la luna fece capolino
dal suo nascondiglio tra le nuvole rischiarando il
terreno intorno a loro. Fu allora che la videro. A
circa cinquanta metri dal punto in cui si trovavano
una creatura simile ad un lupo ma assai più grande
li osservava senza muoversi. Nonostante la distanza
i due riuscirono a distinguere il rado pelo nero che
ricopriva il suo corpo e gli spaventosi occhi
illuminati da una lucida luce rossastra.
“Dio del cielo”, disse Sisto rompendo il silenzio
con un filo di voce. A questo punto la creatura
mosse lentamente tre passi nella loro direzione, si
alzò in piedi sulle zampe posteriori ed emise il più
spaventoso ruggito che un uomo potesse mai udire
senza perdere del tutto la regione. Sisto sentì il
sangue fermarsi lungo tutte le vene del suo corpo ed
un liquido caldo bagnargli l’inguine e l’interno
delle gambe. La bestia caricò e Germano con il suo
urlo di terrore li scosse entrambi dalla loro
mortale immobilità. Sempre sorreggendo il compagno
Sisto cominciò a correre più forte che poteva, ma la
gamba dolorante di Germano non dava loro alcuna
speranza. Così quando Germano cadde nuovamente a
terra Sisto semplicemente lo lasciò dov’era e si
lanciò più veloce che poteva in direzione del
convento. Germano si rialzò gridando di terrore ma
la bestia gli fu addosso rigettandolo subito a
terra. La creatura emise un altro latrato spaventoso
e affondò i denti nel ventre del povero frate. Le
urla di Germano salirono di intensità e volume
costringendo il suo amico a voltarsi. Quello che
vide non lo abbandonò più per tutta la vita. La
bestia lacerava con enormi morsi il ventre della sua
vittima facendo fuoriuscire le viscere e gli organi
interni del frate, il quale si dimenava
disperatamente emettendo delle urla ormai divenute
disumane. Poi la creatura si protese in avanti e
azzannò la sua vittima alla gola squarciando la
carotide e la giugulare. Le urla cessarono e fiotti
di sangue ricoprirono il volto del frate che dopo
pochi secondi smise di dimenarsi. Sisto si voltò e
ricominciò a correre ancora più forte nel momento in
cui la creatura demoniaca si accaniva con tremenda
ferocia sul corpo del confratello. Mentre correva a
perdifiato attraverso il bosco udì ancora il
violento ruggito ma non smise di correre e quando
finalmente arrivò in vista del convento iniziò a
gridare con quanto fiato aveva in gola affinché
qualcuno aprisse il portone e lo facesse entrare. Le
sue urla furono udite da un altro confratello il
quale, preoccupato per la sorte dei due compagni
avventuratisi alla ricerca del povero Adelmo, si era
attardato in preghiera nella piccola cappella del
cortile. Aprendo il portone il frate non riconobbe
subito il povero Sisto, non tanto per il fatto che
il suo volto sembrava quello di uno spirito, quanto
piuttosto perché i suoi capelli erano diventati così
bianchi da brillare al chiarore della luna.