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di Cantile Carmine
Si destò con un senso di nausea indescrivibile,
accompagnato da un leggero capogiro e, tutt’intorno
a lei, non vide altro che tenebre.
Tenebre e silenzio, a dire il vero.
Una quiete assoluta scandita soltanto dal suo
respiro affannoso, sincopato, smorzato dal tessuto
in lana garzato che le era stato posto sul capo per
impedirle di vedere.
Non aveva la minima idea di quel che era accaduto,
né tanto meno dove si trovasse.
Aprì e chiuse aritmicamente le palpebre, come per
accertarsi che fosse veramente sveglia, augurandosi
si trattasse di un brutto sogno.
Uno di quelli che muoiono all’alba, si ritrovò a
pensare. Ma ben presto intuì che l’incubo era di
tutt’altra natura.
Una sensazione claustrofobica si impadronì delle sue
membra e crebbe celermente a dismisura,
alimentandosi delle sue paure, nel momento in cui
cercò di portarsi le mani al volto. Un
impercettibile tintinnio metallico le anticipò la
terribile verità: era legata, mani e piedi, su una
superficie dura e insolitamente liscia.
Incatenata, a dire il vero.
E non soltanto agli arti.
Anche il busto era ben saldato al giaciglio di
acciaio, in modo da impedirle qualsiasi minimo
movimento e, cosa ancora più inquietante, avvertendo
il freddo della superficie a diretto contatto con il
suo corpo, intuì di essere completamente nuda.
Il panico le montò dentro in un baleno e cominciò a
urlare come un’ossessa.
“Stai calma” – esordì una diafana voce maschile, a
pochi metri di distanza.
“Urlare non servirà a nulla. Fidati!”. L’individuo
sembrò avvicinarsi lentamente.
“Nessuno riuscirà a sentirti da questo posto.
Nemmeno se avessi un megafono a portata di mano.
Siamo in aperta campagna, a una distanza
ragguardevole dalle prime abitazioni. E nessuno sa
che sei qui”.
L’uomo basso, tarchiato, con un camice bianco da
macellaio tale da conferirgli un aspetto spettrale,
attese una risposta dalla giovane incatenata.
Risposta che non si fece attendere.
“Cosa diavolo vuole da me?” – la voce, rotta dal
pianto, palesava tutta la propria inquietudine.
“La prego, non mi faccia del male… Non so chi sia
lei e perché sta facendo tutto questo… ma la
supplico, nel nome del Signore, di liberarmi”.
I polmoni le bruciavano, supplicando aria, mentre
diverse lacrime principiarono a rigarle il viso.
“La prego, mi lasci andare… Le giuro che non
racconterò a nessuno di quanto sta accadendo e poi…
non so nemmeno chi sia lei… non l’ho nemmeno vista
in volto… non potrei riconoscerla in nessun modo… La
scongiuro, mi lasci andare!”, terminò lo sfogo prima
di abbandonarsi a un pianto disperato.
Per tutta risposta, sentì una decina di passi
allontanarsi e il rumore di una porta chiudersi alla
sua destra.
La stanza piombò nel silenzio più assoluto.
Aveva 21 anni ed era una ragazza decisamente
avvenente. Una di quelle che non hanno bisogno di
chissà quali atteggiamenti vanesi per farsi notare.
Alta, bionda, occhi verdi e intensi, il sorriso
perenne sulle labbra. Una giovane affascinante sotto
tutti i punti di vista.
Era stato forse questo il motivo a spingerlo fino in
città, a correre rischi. Agire nel parcheggio di un
centro commerciale sempre affollato era stato molto
pericoloso, doveva ammetterlo, soprattutto alla luce
degli ultimi macabri ritrovamenti avvenuti nella
zona.
Ma ne era valsa la pena.
Le si era avvicinato di soppiatto e, in un batter
d’occhio, l’aveva narcotizzata con un panno imbevuto
di cloroformio, per poi prontamente caricarla nel
suo pick up.
Nessuno li aveva visti, altrimenti già l’avrebbero
braccato. Non sono poi tante le autovetture rosse
metallizzate di quella stazza.
L’aveva individuata da diverse settimane, ma
soltanto da pochi giorni aveva deciso di darle la
caccia.
Ora giaceva nel suo laboratorio, una vecchia baita
di campagna che, nonostante lo stato vetusto,
appariva tenuta bene. Bastava oltrepassare la soglia
d’ingresso per imbattersi in un ambiente attrezzato
come una vera e propria sala operatoria. Sulla
parete di fondo, appoggiati a un tavolo da
dissezione, facevano bella mostra i ferri del suo
mestiere.
E tutto questo lei non poteva certamente saperlo, né
tanto meno lontanamente immaginarlo.
Nel buio del copricapo, ammantata da un surreale
silenzio, la giovane donna si ritrovò a pensare a
quello che le era accaduto qualche…
Non era nemmeno tanto sicura di quando l’incubo
avesse avuto inizio.
Poi cominciò a rivangare, fra le macerie dei propri
ricordi, le numerose nozioni che aveva acquisito con
le sue letture preferite. Appassionata da sempre al
genere giallo e thriller, si era imbattuta in killer
spietati e inafferrabili, di qualsiasi specie, senza
minimamente immaginare che adesso, da semplice
lettrice e spettatrice distaccata di orrori
indicibili, si era ritrovata, suo malgrado, a
rivestire il ruolo della vittima.
Una crescente paura la attanagliò fra le sue spire
nel momento in cui singole istantanee di corpi
orrendamente mutilati, violati, scempiati, si
susseguirono nella sua mente in un caleidoscopio di
macabri trofei di morte.
Il cigolio della porta alla sua destra la strappò
dalle meditazioni, riportandola alla triste realtà.
Seguirono diversi passi che si arrestarono a meno di
un metro di distanza dal suo giaciglio.
Una mano le sfiorò il braccio, proprio all’altezza
dell’incavo e, prima che le sue recondite nozioni
letterarie le venissero in aiuto, sentì il morso di
un ago strapparle un breve ma intenso dolore.
Furono pochi secondi, ma sembrarono durare
un’eternità.
Urlò come un’ossessa intuendo quello che era appena
accaduto. D’altronde non era il primo, né sarebbe
stato l’ultimo killer a iniettare una dose di acido
muriatico nelle vene di una persona, per il sadico
gusto di poter assistere alle reazioni del corpo
umano.
Aveva letto diverse volte di quel killer avvezzo a
farlo alle proprie vittime, attraverso un foro
praticato nel cranio con un trapano, anche se, al
momento, rammentava soltanto il nome che gli organi
di stampa gli avevano affibbiato: il mostro di
Milwaukee.
Non riuscì nemmeno a capire le parole del proprio
carnefice, provata com’era dal terribile trattamento
subito o, almeno, non fu in grado di capire il senso
di quelle parole, proferite con una cadenza
raggelante, poco prima che la porta si chiudesse
alle sue spalle.
Lo faccio per te!
Un ronzio persistente la strappò da un lungo
torpore. Aveva dormito per un tempo immemore o
almeno così immaginava e, inizialmente, aveva
pensato che le fosse stato iniettato del veleno.
Fortunatamente non era così, si ritrovò a pensare,
altrimenti certamente a quell’ora non se ne sarebbe
stata lì a rimuginare sulle proprie sventure.
Poi quello strano ronzio, flebile ma persistente,
maledettamente lugubre in quel silenzio surreale, si
era fatto sempre più intenso, catapultandola
nell’incubo più assoluto.
I tasselli del puzzle guadagnarono i propri posti,
collimando alla perfezione, appena qualche istante
dopo. Non era stata avvelenata, né tanto meno le era
stato iniettato dell’acido nelle vene.
Era stata semplicemente narcotizzata. Sedata per
l’incubo che, di lì a poco, l’avrebbe
inesorabilmente travolta.
Quel ronzio, sempre più vicino, altro non era che il
rumore di un trapano o, peggio ancora, di una sega
elettrica da laboratorio.
Non resse all’abominio che stava per travolgerla e,
in preda allo scoramento, perse i sensi.
Quando rinvenne, intuì che stava imbrunendo.
Nonostante il massiccio copricapo, riuscì a
percepire che quella fioca luminosità che traspirava
attraverso il tessuto, di lì a poco, l’avrebbe
abbandonata e che, con essa, avrebbe perso anche
quella minima speranza di potersi salvare.
Sentiva un dolore lieve ma persistente agli arti e
non osò immaginare cosa gli avesse fatto quel pazzo
sadico, quando i sensi l’avevano abbandonata del
tutto.
Tese l’orecchio come un segugio sulle tracce della
propria preda e, in lontananza, non percepì altro
che il sommesso bubbolio di qualche gufo, a
testimoniare l’approssimarsi della notte.
Un sorriso le si materializzò sulle labbra.
Sicuramente il carnefice era andato via, a
quell’ora. Forse aveva una famiglia che l’attendeva.
Semmai ne avesse avuto una, si ritrovò a pensare. Ma
sapeva benissimo che la quasi totalità dei killer
seriali, di solito, preferisce vivere da soli, senza
nessuno fra i piedi a intralciare i loro perversi
passatempi, le loro fottutissime manie.
I serial killer non hanno…
“Non preoccuparti. Non sono andato via.” – tuonò dal
fondo della stanza l’ormai familiare voce diafana,
quasi avesse letto i suoi pensieri.
“Non ho nessuna intenzione di lasciare le cose a
metà! Anche perché il tutto deve necessariamente
compiersi stanotte”.
Le sembrò di aver percepito una sorta di perverso
sarcasmo in quelle parole.
“I trattamenti che hai subito sono solo preliminari.
Riti preparatori, niente più.”
In un crescendo di tono, concluse: “Adesso comincia
il bello!”.
Sentì il rumore di una sedia che si spostava,
seguito da uno strascico di passi.
L’uomo reggeva una candela nella mano sinistra e,
nel barlume della fiamma ondeggiante, lei riuscì a
percepirne la sagoma.
L’incedere era lento, claudicante, mentre un grosso
coltello ricurvo, dal manico d’osso, faceva capolino
dalla mano destra.
L’ombra, distorta dal tremolio della fiamma,
appariva mostruosa, inumana.
“La prego non mi faccia del male!”, implorò la
giovane con tutta il fiato che le era rimasto in
gola, cercando di guadagnare tempo.
“Nel nome del Signore, io non le ho fatto nulla”.
“A me non hai fatto nulla. E agli altri? Cosa mi
dici di quello che hai fatto agli altri?” – esplose
con una veemenza che sorprese perfino se stesso,
pronto ad avventarsi sulla giovane.
Proprio in quell’istante un refolo di vento, spirato
da chissà dove, spense la fiammella facendoli
piombare nell’oscurità più assoluta.
Seguì uno sferragliare di catene e un digrignare
violento di denti.
Tutto durò pochi secondi. Pochi attimi durante i
quali gli era sembrato di aver sentito uno strappo
simile allo squarcio di un tessuto che si lacera.
Si portò repentino una mano al taschino del camice,
in cerca dei cerini, ma si accorse di averli
lasciati accanto alla sedia.
Si mosse in quella direzione con una concitazione
sempre più montante, brancolando e tastando il
pavimento nel buio alla ricerca della piccola
scatola.
Finalmente la trovò e, in preda al panico, afferrò
un fiammifero.
Nello stesso istante, il digrignare e lo
sferragliare zittirono di colpo, contemporaneamente.
Sfregò la capocchia sulla striscia abrasiva della
confezione.
L’odore di zolfo aggredì violentemente le sue narici
mentre una flebile luce iridescente inondò
l’oscurità della sala.
La fiamma danzò innumerevoli volte sul legnetto,
prima di spegnersi.
Pochi decimi di secondo, ma comunque sufficienti a
palesargli l’abominio che l’attendeva.
Denti lunghi e acuminati, dischiusi in un ghigno
mostruoso, lo fecero sprofondare negli abissi della
follia mentre due puntini rosso fuoco cominciarono a
rilucere di vita propria nell’oscurità.
Un solo, prolungato ululato lacerò il silenzio della
notte, prima di venire lentamente inghiottito da
agghiaccianti urla umane mai udite prima.
Poi, ovunque regnò il silenzio.
Estratto de IL MATTINO
Ennesimo efferato omicidio compiuto nelle
campagne dell’alto casertano.
L’ipotesi del killer seriale prende sempre più
consistenza
Il corpo senza vita del dott. Angelo
Nardobardone, 45 anni, noto per le sue passioni
esoteriche alquanto singolari, è stato trovato
ieri, dopo giorni di estenuanti ricerche, in una
vecchia baita di campagna di sua proprietà. Il
cadavere, orrendamente mutilato, presenta lo
stesso deplorevole trattamento già rinvenuto
sugli altri tre corpi recuperati, negli ultimi
due mesi, nella stessa area casertana. Grossi
squarci irregolari, inflitti con una violenza
inumana, hanno reciso la maggior parte degli
organi interni, decretandone la morte per
dissanguamento.
Diversamente dagli altri omicidi, la testa,
troncata di netto, non è stata ritrovata.
Nella baita di proprietà della vittima sono
stati rinvenuti diversi indizi che, certamente,
aiuteranno gli inquirenti a fare luce sulla
macabra quanto assurda vicenda.
Fra di essi si segnalano la presenza di una
siringa ipodermica con macchie di sangue,
presumibilmente umano, prelevato poco prima che
la vittima venisse barbaramente trucidata e una
centrifuga per analisi da laboratorio contenente
delle provette con il medesimo sangue. Ma tutto
questo lo confermeranno le indagini tuttora in
corso. Si ignora, al momento, la provenienza del
liquido ematico. Così come molti dubbi lasciano
alcuni manuali esoterici, rinvenuti sul posto,
riguardanti specifici riti ancestrali da
svolgersi in particolari condizioni ambientali,
nonché il ritrovamento di catene di ferro e di
un pugnale arcuato di argento. Dalle prime
analisi, risultano di natura animale gli
innumerevoli peli rinvenuti su un lettino
operatorio, posizionato al centro dello
pseudo-laboratorio medico attrezzato dal dott.
Nardobardone…
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