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Biografia dell'autore

 

 

 

 

CONTINUA A PAG.7

di Cantile Carmine

 

 

        

Si destò con un senso di nausea indescrivibile, accompagnato da un leggero capogiro e, tutt’intorno a lei, non vide altro che tenebre.

Tenebre e silenzio, a dire il vero.

Una quiete assoluta scandita soltanto dal suo respiro affannoso, sincopato, smorzato dal tessuto in lana garzato che le era stato posto sul capo per impedirle di vedere.

Non aveva la minima idea di quel che era accaduto, né tanto meno dove si trovasse.

Aprì e chiuse aritmicamente le palpebre, come per accertarsi che fosse veramente sveglia, augurandosi si trattasse di un brutto sogno.

Uno di quelli che muoiono all’alba, si ritrovò a pensare. Ma ben presto intuì che l’incubo era di tutt’altra natura.

Una sensazione claustrofobica si impadronì delle sue membra e crebbe celermente a dismisura, alimentandosi delle sue paure, nel momento in cui cercò di portarsi le mani al volto. Un impercettibile tintinnio metallico le anticipò la terribile verità: era legata, mani e piedi, su una superficie dura e insolitamente liscia.

Incatenata, a dire il vero.

E non soltanto agli arti.

Anche il busto era ben saldato al giaciglio di acciaio, in modo da impedirle qualsiasi minimo movimento e, cosa ancora più inquietante, avvertendo il freddo della superficie a diretto contatto con il suo corpo, intuì di essere completamente nuda.

Il panico le montò dentro in un baleno e cominciò a urlare come un’ossessa.

 

“Stai calma” – esordì una diafana voce maschile, a pochi metri di distanza.

“Urlare non servirà a nulla. Fidati!”. L’individuo sembrò avvicinarsi lentamente.

“Nessuno riuscirà a sentirti da questo posto. Nemmeno se avessi un megafono a portata di mano. Siamo in aperta campagna, a una distanza ragguardevole dalle prime abitazioni. E nessuno sa che sei qui”.

L’uomo basso, tarchiato, con un camice bianco da macellaio tale da conferirgli un aspetto spettrale, attese una risposta dalla giovane incatenata.

Risposta che non si fece attendere.

“Cosa diavolo vuole da me?” – la voce, rotta dal pianto, palesava tutta la propria inquietudine.

“La prego, non mi faccia del male… Non so chi sia lei e perché sta facendo tutto questo… ma la supplico, nel nome del Signore, di liberarmi”.

I polmoni le bruciavano, supplicando aria, mentre diverse lacrime principiarono a rigarle il viso.

“La prego, mi lasci andare… Le giuro che non racconterò a nessuno di quanto sta accadendo e poi… non so nemmeno chi sia lei… non l’ho nemmeno vista in volto… non potrei riconoscerla in nessun modo… La scongiuro, mi lasci andare!”, terminò lo sfogo prima di abbandonarsi a un pianto disperato.

Per tutta risposta, sentì una decina di passi allontanarsi e il rumore di una porta chiudersi alla sua destra.

La stanza piombò nel silenzio più assoluto.

 

Aveva 21 anni ed era una ragazza decisamente avvenente. Una di quelle che non hanno bisogno di chissà quali atteggiamenti vanesi per farsi notare.

Alta, bionda, occhi verdi e intensi, il sorriso perenne sulle labbra. Una giovane affascinante sotto tutti i punti di vista.

Era stato forse questo il motivo a spingerlo fino in città, a correre rischi. Agire nel parcheggio di un centro commerciale sempre affollato era stato molto pericoloso, doveva ammetterlo, soprattutto alla luce degli ultimi macabri ritrovamenti avvenuti nella zona.

Ma ne era valsa  la pena.

Le si era avvicinato di soppiatto e, in un batter d’occhio, l’aveva narcotizzata con un panno imbevuto di cloroformio, per poi prontamente caricarla nel suo pick up.

Nessuno li aveva visti, altrimenti già l’avrebbero braccato. Non sono poi tante le autovetture rosse metallizzate di quella stazza.

L’aveva individuata da diverse settimane, ma soltanto da pochi giorni aveva deciso di darle la caccia.

Ora giaceva nel suo laboratorio, una vecchia baita di campagna che, nonostante lo stato vetusto, appariva tenuta bene. Bastava oltrepassare la soglia d’ingresso per imbattersi in un ambiente attrezzato come una vera e propria sala operatoria. Sulla parete di fondo, appoggiati a un tavolo da dissezione, facevano bella mostra i ferri del suo mestiere.

E tutto questo lei non poteva certamente saperlo, né tanto meno lontanamente immaginarlo.

 

Nel buio del copricapo, ammantata da un surreale silenzio, la giovane donna si ritrovò a pensare a quello che le era accaduto qualche…

Non era nemmeno tanto sicura di quando l’incubo avesse avuto inizio.

Poi cominciò a rivangare, fra le macerie dei propri ricordi, le numerose nozioni che aveva acquisito con le sue letture preferite. Appassionata da sempre al genere giallo e thriller, si era imbattuta in killer spietati e inafferrabili, di qualsiasi specie, senza minimamente immaginare che adesso, da semplice lettrice e spettatrice distaccata di orrori indicibili, si era ritrovata, suo malgrado, a rivestire il ruolo della vittima.

Una crescente paura la attanagliò fra le sue spire nel momento in cui singole istantanee di corpi orrendamente mutilati, violati, scempiati, si susseguirono nella sua mente in un caleidoscopio di macabri trofei di morte.

Il cigolio della porta alla sua destra la strappò dalle meditazioni, riportandola alla triste realtà. Seguirono diversi passi che si arrestarono a meno di un metro di distanza dal suo giaciglio.

Una mano le sfiorò il braccio, proprio all’altezza dell’incavo e, prima che le sue recondite nozioni letterarie le venissero in aiuto, sentì il morso di un ago strapparle un breve ma intenso dolore.

Furono pochi secondi, ma sembrarono durare un’eternità.

Urlò come un’ossessa intuendo quello che era appena accaduto. D’altronde non era il primo, né sarebbe stato l’ultimo killer a iniettare una dose di acido muriatico nelle vene di una persona, per il sadico gusto di poter assistere alle reazioni del corpo umano.

Aveva letto diverse volte di quel killer avvezzo a farlo alle proprie vittime, attraverso un foro praticato nel cranio con un trapano, anche se, al momento, rammentava soltanto il nome che gli organi di stampa gli avevano affibbiato: il mostro di Milwaukee.

Non riuscì nemmeno a capire le parole del proprio carnefice, provata com’era dal terribile trattamento subito o, almeno, non fu in grado di capire il senso di quelle parole, proferite con una cadenza raggelante, poco prima che la porta si chiudesse alle sue spalle.

Lo faccio per te!

 

Un ronzio persistente la strappò da un lungo torpore. Aveva dormito per un tempo immemore o almeno così immaginava e, inizialmente, aveva pensato che le fosse stato iniettato del veleno. Fortunatamente non era così, si ritrovò a pensare, altrimenti certamente a quell’ora non se ne sarebbe stata lì a rimuginare sulle proprie sventure.

Poi quello strano ronzio, flebile ma persistente, maledettamente lugubre in quel silenzio surreale, si era fatto sempre più intenso, catapultandola nell’incubo più assoluto.

I tasselli del puzzle guadagnarono i propri posti, collimando alla perfezione, appena qualche istante dopo. Non era stata avvelenata, né tanto meno le era stato iniettato dell’acido nelle vene.

Era stata semplicemente narcotizzata. Sedata per l’incubo che, di lì a poco, l’avrebbe inesorabilmente travolta.

Quel ronzio, sempre più vicino, altro non era che il rumore di un trapano o, peggio ancora, di una sega elettrica da laboratorio.

Non resse all’abominio che stava per travolgerla e, in preda allo scoramento, perse i sensi.

 

Quando rinvenne, intuì che stava imbrunendo. Nonostante il massiccio copricapo, riuscì a percepire che quella fioca luminosità che traspirava attraverso il tessuto, di lì a poco, l’avrebbe abbandonata e che, con essa, avrebbe perso anche quella minima speranza di potersi salvare.

Sentiva un dolore lieve ma persistente agli arti e non osò immaginare cosa gli avesse fatto quel pazzo sadico, quando i sensi l’avevano abbandonata del tutto.

Tese l’orecchio come un segugio sulle tracce della propria preda e, in lontananza, non percepì altro che il sommesso bubbolio di qualche gufo, a testimoniare l’approssimarsi della notte.

Un sorriso le si materializzò sulle labbra.

Sicuramente il carnefice era andato via, a quell’ora. Forse aveva una famiglia che l’attendeva. Semmai ne avesse avuto una, si ritrovò a pensare. Ma sapeva benissimo che la quasi totalità dei killer seriali, di solito, preferisce vivere da soli, senza nessuno fra i piedi a intralciare i loro perversi passatempi, le loro fottutissime manie.

I serial killer non hanno…

 

“Non preoccuparti. Non sono andato via.” – tuonò dal fondo della stanza l’ormai familiare voce diafana, quasi avesse letto i suoi pensieri.

“Non ho nessuna intenzione di lasciare le cose a metà! Anche perché il tutto deve necessariamente compiersi stanotte”.

Le sembrò di aver percepito una sorta di perverso sarcasmo in quelle parole.

“I trattamenti che hai subito sono solo preliminari. Riti preparatori, niente più.”

In un crescendo di tono, concluse: “Adesso comincia il bello!”.

Sentì il rumore di una sedia che si spostava, seguito da uno strascico di passi.

L’uomo reggeva una candela nella mano sinistra e, nel barlume della fiamma ondeggiante, lei riuscì a percepirne la sagoma.

L’incedere era lento, claudicante, mentre un grosso coltello ricurvo, dal manico d’osso, faceva capolino dalla mano destra.

L’ombra, distorta dal tremolio della fiamma, appariva mostruosa, inumana.

“La prego non mi faccia del male!”, implorò la giovane con tutta il fiato che le era rimasto in gola, cercando di guadagnare tempo.

“Nel nome del Signore, io non le ho fatto nulla”.

“A me non hai fatto nulla. E agli altri? Cosa mi dici di quello che hai fatto agli altri?” – esplose con una veemenza che sorprese perfino se stesso, pronto ad avventarsi sulla giovane.

Proprio in quell’istante un refolo di vento, spirato da chissà dove, spense la fiammella facendoli piombare nell’oscurità più assoluta.

Seguì uno sferragliare di catene e un digrignare violento di denti.

Tutto durò pochi secondi. Pochi attimi durante i quali gli era sembrato di aver sentito uno strappo simile allo squarcio di un tessuto che si lacera.

Si portò repentino una mano al taschino del camice, in cerca dei cerini, ma si accorse di averli lasciati accanto alla sedia.

Si mosse in quella direzione con una concitazione sempre più montante, brancolando e tastando il pavimento nel buio alla ricerca della piccola scatola.

Finalmente la trovò e, in preda al panico, afferrò un fiammifero.

Nello stesso istante, il digrignare e lo sferragliare zittirono di colpo, contemporaneamente.

Sfregò la capocchia sulla striscia abrasiva della confezione.

L’odore di zolfo aggredì violentemente le sue narici mentre una flebile luce iridescente inondò l’oscurità della sala.

La fiamma danzò innumerevoli volte sul legnetto, prima di spegnersi.

Pochi decimi di secondo, ma comunque sufficienti a palesargli l’abominio che l’attendeva.

Denti lunghi e acuminati, dischiusi in un ghigno mostruoso, lo fecero sprofondare negli abissi della follia mentre due puntini rosso fuoco cominciarono a rilucere di vita propria nell’oscurità.

Un solo, prolungato ululato lacerò il silenzio della notte, prima di venire lentamente inghiottito da agghiaccianti urla umane mai udite prima.

Poi, ovunque regnò il silenzio.

 

 

Estratto de IL MATTINO

 

Ennesimo efferato omicidio compiuto nelle campagne dell’alto casertano.

L’ipotesi del killer seriale prende sempre più consistenza

 

 

Il corpo senza vita del dott. Angelo Nardobardone, 45 anni, noto per le sue passioni esoteriche alquanto singolari, è stato trovato ieri, dopo giorni di estenuanti ricerche, in una vecchia baita di campagna di sua proprietà. Il cadavere, orrendamente mutilato, presenta lo stesso deplorevole trattamento già rinvenuto sugli altri tre corpi recuperati, negli ultimi due mesi, nella stessa area casertana. Grossi squarci irregolari, inflitti con una violenza inumana, hanno reciso la maggior parte degli organi interni, decretandone la morte per dissanguamento.

Diversamente dagli altri omicidi, la testa, troncata di netto, non è stata ritrovata.

Nella baita di proprietà della vittima sono stati rinvenuti diversi indizi che, certamente, aiuteranno gli inquirenti a fare luce sulla macabra quanto assurda vicenda.

Fra di essi si segnalano la presenza di una siringa ipodermica con macchie di sangue, presumibilmente umano, prelevato poco prima che la vittima venisse barbaramente trucidata e una centrifuga per analisi da laboratorio contenente delle provette con il medesimo sangue. Ma tutto questo lo confermeranno le indagini tuttora in corso. Si ignora, al momento, la provenienza del liquido ematico. Così come molti dubbi lasciano alcuni manuali esoterici, rinvenuti sul posto, riguardanti specifici riti ancestrali da svolgersi in particolari condizioni ambientali, nonché il ritrovamento di catene di ferro e di un pugnale arcuato di argento. Dalle prime analisi, risultano di natura animale gli innumerevoli peli rinvenuti su un lettino operatorio, posizionato al centro dello pseudo-laboratorio medico attrezzato dal dott. Nardobardone…


 

      

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