DISSANGUIAMO IL WESTERN
di Gazzaniga
Riccardo
Le nove di sera. Lo sceriffo Jim Marshall scostò la
tenda a quadri e guardò fuori del vetro.
“La gente sta crescendo di numero”.
“Quanti sono?” domandò il suo vice, Ted Poley.
“Una trentina, ma aumenteranno presto”.
Poley stava infilando cartucce nel revolver della
sua pistola.
“Che hai in mente di fare?”.
“Uscire a parlarci. Altrimenti verranno a cercarci
loro. E potrebbe non essere piacevole”.
“E poi, Jim? La situazione sta diventando calda”.
Il viso di Marshall era più pallido e scavato del
solito.
“Lo so. Dobbiamo far sbollire gli animi e prendere
tempo”.
Ted infilò l’arma in fondina e si avvicinò al suo
capo.
“Hai ragione. Forza, ti accompagno” disse. Jim
annuì, prese il cinturone e lo mise in vita. Infilò
il cappello. Sul gilet sopra la camicia la vecchia
stella era opaca.
Uscirono.
Le persone erano più di quante non sembrassero da
dentro. Jim se ne rese conto quando lui e Ted si
trovarono circondati. C’erano diversi uomini e
avevano i cavalli, qualcuno teneva in mano delle
torce. Si levò subito un brusio, poi qualche urlo.
“Finalmente! Ma che aspettavate, eh?”.
“E’ un mostro”.
“Rivogliamo lo sceriffo Johnson!”.
“Volete che ci ammazzino tutti?”.
“Adesso ci pensiamo noi!”
Jim fece cenno con le mani di calmarsi.
Si avvicinò Marvin Aday con la faccia incazzata e
gli occhi spiritati. Due dei suoi amici di bevute
gli stavano alle spalle.
“No, Marshall. Calma un cazzo. C’è stato un altro
morto, al fiume: Dave Bryan. Lo hanno appena
riportato a casa dei genitori”.
Marshall indurì la mascella.
“Dovevate chiamarci”.
L’altro fece un ghigno rancoroso.
“Perché? Tu e il tuo socio non avete risolto nulla,
da quando siete qui!”.
I fratelli Nelson, dietro, annuirono insieme.
“Anche lui come gli altri?” domandò Marshall,
cercando di ignorare le accuse di Aday.
“Sì, dannazione. Collo squarciato e niente sangue in
giro” disse Marvin solenne. La gente intorno cadde
in un silenzio inquieto.
“Merda” fece Marshall, passandosi una mano sul viso.
Accanto a lui Ted teneva la mano sulla pistola.
“Dobbiamo organizzare una spedizione. Subito” disse
Marvin. La gente intorno approvò.
“Tutti gli uomini del paese. Andiamo su al Golden
Creek e iniziamo a torchiare quei figli di cane di
Cheyenne! Con tutte le loro dannate stregonerie… Se
non sono stati loro mi gioco le palle che sanno
qualcosa. E noi li faremo cantare, giusto ragazzi?”
disse rivolto ai Nillson.
“Siamo con te, Marv” rispose il più vecchio. Si
chiamava Gunnar e aveva una barba bionda chiara e
ispida.
Aday smise di considerare lo sceriffo.
“Forza allora. Tutti gli uomini che hanno un’arma
vadano a casa a prenderla e vengano qui tra
mezz’ora”.
“No! Fermi!” urlò Marshall e tirò fuori la pistola.
Si rivolse a Aday, ma abbastanza forte perché
sentissero tutti.
“Non potete andare in venti e armati su al Golden
Creek. Quelli vi sentiranno arrivare mezz’ora prima
e vi aspetteranno con le armi”.
“Pensi che due frecce e quattro schifosi pellerossa
mi facciano paura?” ringhiò Aday facendoglisi sotto.
Jim gli piantò la Colt fra gli occhi e quello rimase
a bocca semiaperta. Anche Ted aveva tirato fuori il
cannone dirigendolo verso i Nillson.
“Le frecce no, ma le pistole sì. E ti assicuro che
da un paio di settimane ne hanno qualcuna anche i
Cheyenne”.
Marvin deglutì cercando una risposta.
“Co…come lo sai?”.
“Ho le mie fonti, anche se sto qui da poco. Forse
non ricordi che sono lo sceriffo”.
Per qualche istante la scena rimase immobile come un
quadro. Fu Marshall a rompere il silenzio, parlando
a tutti quanti.
“Adesso mettiamo via le pistole e voi tornate a
casa. Io e i ragazzi di Marvin andremo a fare un
giro a Hold Rock e poi ci allungheremo al Golden
Creek. Se stanno con me gli indiani non ci daranno
noie. Voi, tutti quanti, chiudetevi a casa e
restateci sino a domani mattina”. Lo sceriffo fece
una pausa.
“Va bene per te, Marvin?” domandò all’uomo dietro la
canna della sua pistola.
“D’accordo” grugnì quello e Marshall gli tolse la
pistola dalla fronte. Anche Ted mise via la sua arma
e la gente iniziò ad allontanarsi. Lo spettacolo era
finito e la voglia di scorribande in giro anche: si
parlava di indiani e pistole, oltre che di persone
sgozzate e dissanguate come maiali.
“Aspettateci qui, prendiamo i cavalli” disse
Marshall al terzetto composto da Aday e i Nillson,
poi fece cenno al vice di seguirlo. Andarono alla
stalla.
“Ti è piaciuta quella degli indiani con le pistole?”
sussurrò Jim con il suo solito sorriso furbo.
“Hai fatto bene, altrimenti quelli non li tenevamo.
Ma avrei preferito non averli tra le palle,
stanotte”.
“Non si poteva fare altrimenti, Ted. Dobbiamo
capirli, amico, hanno visto morire gente del posto.
Persone che conoscevano. Ora vogliono solo
partecipare a una battuta di caccia e saranno
accontentati” disse Marshall.
In silenzio salirono sui cavalli, batterono gli
speroni sui fianchi delle bestie e uscirono nella
notte.
***
Marshall era davanti, Aday e i Nillson alle sue
spalle, Ted ancora più indietro. Era Jim che aveva
voluto che si piazzassero così. Per poter tenere gli
altri sotto controllo, in caso preparassero colpi di
testa.
Erano le undici, ormai. L’aria iniziava a
raffreddarsi e i cavalli sbuffavano vapore nella
notte umida.
“Ehi, Marshall, hai una vaga idea di dove ci stai
portando o stai girando a casaccio?” latrò Marvin.
Non sembrava più così baldanzoso, da quando
affrontavano il buio. Forse ripensava ai quattro
morti sgozzati e dissanguati dell’ultimo mese. O a
quel gregge decimato su a Wicklow Hill. Le indagini
erano ferme: non c’erano sospettati e Jim aveva
omesso di raccontare ai federali i particolari
peggiori. Per tenerli buoni. Loro, per il momento,
non gli avevano chiesto troppe informazioni: del
resto erano abituati a veder morire gentaglia, in
quella zona.
“C’è una grotta, là” disse Marshall, indicando un
punto sotto il picco di Hold Rock. “Ieri ho parlato
con un Cheyenne. Mi ha detto di aver visto del
fuoco, le ultime due sere. Volevo andare a
controllare domani mattina, ma visto che siamo
cinque possiamo farlo adesso”.
Il gruppetto era fermo e tutti guardavano fra la
vegetazione scura sotto il picco. Non era
esattamente un luogo invitante dove infilarsi per
dare la caccia a un assassino.
“Pensi che sia un uomo, sceriffo?” chiese Matthew
Nillson, il più giovane. Nella sua voce c’era una
nota stonata di inquietudine, rispetto alla solita
sfrontatezza.
“Sinceramente preferisco non risponderti” disse cupo
Jim.
Salirono.
***
“Eccola lì” mormorò Poley accennando con il mento
allo spazio buio, sotto l’arco di pietre. L’ingresso
doveva essere alto sui due metri e largo almeno
quattro. “La voragine dovrebbe essere profonda un
centinaio di passi. Ed è in piano” disse Marshall.
“Accendi una torcia, Marvin, e vai avanti con i
ragazzi. Noi ti seguiamo”.
Aday fissò lo sceriffo e indurì lo sguardo. I
capelli neri e unti gli pendevano sulle spalle come
fili d’erba. Mettere da parte un discreto gruzzolo
contrabbandando whisky e denaro falso non lo aveva
salvato dal diventare uno zotico sporcaccione.
“E perché non vai avanti tu, Marshall?” domandò.
Jim scosse la testa contrariata.
“Non sapevo che uno come te se la facesse addosso
per così poco, Aday” lo punzecchiò. “Se vuoi ce ne
occupiamo noi. Forza Ted…”.
“Aspetta” disse Gunnar, il più vecchio dei Nillson,
e scese da cavallo. “Non mi piace che due sbirri
venuti da chissà dove mi diano del cagasotto.
Giusto fratellino?”.
“Giusto” rispose Matthew. I Nelson erano due tipi
tosti. Di solito si dilettavano con i furti, ma non
avevano disdegnato qualche rapina a mano armata.
“Andiamo dentro noi per primi” aggiunse. “Forza
Marv”.
“Come volete” disse Aday poco entuasiasta. Gunnar
accese la torcia ed entrarono. La luce del fuoco
illuminò la parete della grotta mentre si
inabissavano nel buco scavato dentro la roccia.
Marshall attese qualche secondo che la luce
iniziasse ad affievolirsi, poi guardò Ted.
“Forza” gli disse e si mossero pure loro due.
Passarono cinque minuti, poi dentro la grotta
esplose un urlo.
“Oh Cristo!” gridò Gunnar. Si sentì la detonazione
di due colpi di pistola, poi un altro urlo e dei
lamenti. La torcia si spense, risuonò un grido roco
e lancinante.
Poi il silenzio.
***
“Visto che non è stato difficile?” disse Marshall
risalendo sul scavallo. C’erano voluti dieci minuti
per calmare le bestie sconvolte.
“Sì” concordò Ted. “Ma non possiamo tornare in paese
in queste condizioni”.
Marshall si guardò la camicia imbrattata di sangue.
“Andiamo in ufficio, prendiamo la roba e portiamo
via le palle da questo posto”.
Il vice sospirò.
“Peccato, la cittadina mi piaceva”.
“Lo sai come funziona no? Ormai sono cinquant’anni
che andiamo avanti così. E tu ti lamenti sempre allo
stesso modo. Sembri una vecchia zitella” scherzò
Marshall e sorrise senza nascondere i lunghi canini.
“Beh, però per un mese hanno avuto sceriffi
efficienti”.
“Hai ragione, capo. In poco tempo qualche
delinquente gliel’abbiamo tolto via”.
“Succhiato via” precisò Jim e Ted rise di
gusto scoprendo i lunghi canini.
Batterono gli speroni e ripartirono a cavallo nelle
tenebre. C’era ancora tempo, prima dell’alba.