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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

FERRAGOSTO STELLARE

di Mancini Matteo

 

 

 

C’è un uomo delle stelle che aspetta nel cielo,

vorrebbe venire a incontrarci,

ma pensa che ci scoppierebbe le menti.

C’è un uomo delle stelle che aspetta nel cielo,

ci hanno detto di non scoppiarlo perché sa che tutto è utile.

 

David Bowie

 

 

 

«Fantastico!» disse Mattia, chiudendo tra le mani un libro della collezione Urania. L’aveva acquistato da poco, in una delle tante bancarelle che inondavano il lungomare.

Era una notte speciale, ma non per lui.

La fidanzata lo aveva lasciato da una manciata di giorni e lui non aveva ancora smaltito il colpo. Aveva anche pensato di lasciarsi sedurre dai demoni che possiedono ogni uomo, creature così effimere da bruciarti l’anima non appena le assecondi, ma alla fine aveva resistito.

«Fai un salto al Piccadilly, stasera?» lo aveva esortato un amico per sms. Mattia, però, aveva ignorato l’invito e, per non esser disturbato, aveva spento il cellulare.

Non gli andava di festeggiare il Ferragosto con gavettoni, birra e risate. Cercava la quiete, l’isolamento; un modo per meditare e assaporare un passato di cui avrebbe dovuto fare a meno.

Così, per non restare impantanato nella fiumana di persone che invadevano le vie, alle venti era uscito di casa, aveva preso il motorino ed era andato sul mare.

Voleva godersi il refrigerio della brezza tirrenica, standosene seduto su uno scoglio, in prossimità del punto in cui si spegneva il fascio dell’ultimo lampione.

Non gli interessava lo spettacolo dei colori che tappezzavano le vie. Si era posizionato dando la schiena alla vecchia cittadina balneare e il volto puntato verso l’arcipelago.

Più in basso, un paio di pescatori se ne stavano silenti a controllare gli starlight fluorescenti che avevano calato in acqua.

«Si, davvero bello» aggiunse Mattia, riponendo il libro in una busta di nylon. Ora era stanco di leggere, perché le palpebre iniziavano a  fargli male, tuttavia sentiva di esser grato a Bob Shaw. Quello scrittore, tanto matto quanto simpatico, era riuscito a strappargli un sorriso e già questo era impresa non da poco.

La dolce escursione nel mondo dei sogni, però, cominciò presto a svanire il suo effetto anestetizzante e le oppressioni della quotidianità si prepararono a bussare di nuovo alla porta.

Il giovane si passò una mano sul collo e ruotò il capo da sinistra a destra.

In un cangiare arancio-bianco, vide brillare i lontani bagliori del porto, poi le luci del paese confinante, quindi il flebile sussultare del gigante assopito e, infine, la scogliera che lo separava dal mare aperto.

D’un tratto gli venne di scrutare in alto, a ponente. Un puntino giallo baluginava nel cielo, sulle prime impercettibile.

«Che stella è quella?» sussurrò Mattia, pronto a esprimere un desiderio qualora l’avesse vista tagliare il firmamento.

Dietro di lui, intanto, i turisti perseveravano a degustare gelati, acquistare cianfrusaglie e qualcuno addirittura a litigare.

Una pattuglia della polizia municipale, infatti, era apparsa simile a un’aquila piombata su una preda.

«È in divieto di sosta, signora» diceva un vigile. «Mi dispiace, ma dobbiamo farle il verbale» aggiunse il collega.

Mattia era alieno da tutto questo. Continuava ad ammirare quella stella che non voleva saperne di cadere, impedendogli di esortare il Dio degli astri a concedergli il dono dell’abbraccio del suo perduto amore.

«Al diavolo!» sbuffò il ragazzo. Non era una stella, no: si stava ingrandendo.

«È un maledetto aereo!» convenne.

D’improvviso, il baccano che lo circondava cessò d’un colpo.

«Guardate lassù!» urlò una voce femminile.

Un indice si distese in alto, in direzione delle case popolari corrose dal salmastro. 

Non ci volle molto a capire a cosa si riferisse la donna, perché, in tale afa infernale, quasi tutte le luci delle case erano spente. Ce n’era solo una accesa e proveniva da una camera che sfociava in un terrazzo. Sporgente dalla balaustra, c’era una vecchia. Si disperava e piangeva, seguita da un tizio, in mutande e canottiera, che teneva in braccio un fucile.

La situazione era così irreale che anche Mattia distolse lo sguardo dalle sue fantasticherie e lo ricondusse alla realtà.

Il tizio col fucile vaneggiava, diceva frasi senza senso, ripetendo varie volte la parola “morte”. Poi fece un gesto inconsulto, disegnando un cerchio immaginario col braccio. Forse toccò la vecchia oppure no - nella concitazione non fu chiaro capirlo - fatto sta che la poveretta cadde nel vuoto. Il corpo, piuttosto grasso a dire il vero, fece una piroetta in aria, quindi atterrò sul marciapiedi con la testa che sbatté violentemente sulla superficie.

Qualcuno scattò foto, qualcun altro, alla ricerca di emozioni più forti, riprese il tutto con il videofonino.

«Questa è roba da real tv» ridacchiò un adolescente. «Appena arriviamo a casa la carichiamo su youtube» aggiunse un altro.

Dopo fu di nuovo silenzio: il tipo col fucile riprese a vaneggiare.

«I cavalieri sono prossimi» gridò, puntando l’arma verso le stelle.

«La metta giù, subito!» gli ordinò uno dei due vigili, ma il tizio era fuori di sé. Forse credeva di esser ritornato sui campi della seconda guerra mondiale. Fece scorrere il palmo sul caricatore e mise un colpo in canna.

«Fermo!» comandò l’agente, ma senza risultato.

Tre, quattro, colpi risuonarono nella notte.

L’agente doveva salvaguardare l’ordine pubblico e non poteva certo permettersi il rischio di una strage.

Adesso i cittadini piangevano e si nascondevano dietro i tavolini e le bancarelle, ma fu un effetto effimero. Non appena il pazzo scivolò giù dal terrazzo, tutti si accalcarono per curiosare. In diversi ripresero a leccare i loro gelati, a scattare foto.

Mattia non sapeva più che fare, ma aveva toccato con mano che nella vita ci sono cose molte più gravi di una delusione amorosa. Cose da cui non c’è via di ritorno, come la pazzia, a esempio. 

Tornò a scrutare il cielo e si accorse che quella luce non era un aereo.

No, ondeggiava troppo. Inoltre liberava un alone azzurro completamente diverso dai fari di un mezzo convenzionale.

Il bagliore era così forte che iniziò a proiettarsi sulle assopite acque del Tirreno, simile a una lama pronta a penetrare le carni.

Se non ci fosse stata la tragedia che aveva attratto i cittadini, qualcuno avrebbe gridato all’UFO e forse a ragione. Ma non c’era nessuno che guardasse a ponente, eccetto Mattia.

Il giovane si massaggiò le palpebre, perché c’era qualcosa che non riusciva a capire. Era lui che non metteva più a fuoco l’oggetto non identificato oppure…?

«State indietro, signori» urlò uno dei vigili, con tanto di paletta in mano. Poi si volse in direzione del compagno. Il collega si trovava sotto il terrazzino scenario della tragedia, accucciato nei pressi dei due corpi grondanti sangue.

«Hai chiamato il comando?» gli chiese il vigile con la paletta.

La domanda parve non fare breccia nell’attenzione dell’altro. «Ma che stanno dicendo alla televisione?» rispose, allontanando la bocca dalla ricetrasmittente e facendo attenzione al brusio che usciva dalla casa delle vittime.

«Per la miseria, hai deciso di cacciarci nei guai più di quanto siamo?» lo incalzò il collega.

L’agente scosse il capo e portò lo strumento alle labbra.

«Centrale, mi sentite? Sono il brigadiere Squaletti» prese a dire. «C’è qualcuno in ascolto, passo.»

Solo un fruscio vi fu in risposta.

«Nessuno in ascolto? È il maresciallo Squaletti a parlare, passo.»

Il volto dell’uomo divenne paonazzo.

«E se fosse vero…» sussurrò.

Si guardò attorno, infine, si soffermò poco sopra le isole dell’arcipelago.

Un’energia, quasi solare, vestiva il mare di grigio perla. In lontananza, montava un alone evanescente che ricordava l’effetto ottico che regala l’asfalto nelle giornate torride e, più in alto, una palla di fuoco scendeva in uno scintillio di colori.

Adesso tutti scrutavano l’inevitabile. Non c’era più nessuno che facesse fotografie o mangiasse il gelato.

Il caos scoppiò improvviso. Gli adulti iniziarono a calpestare vecchie e bambini, le auto travolsero pedoni e passeggini.

In un vai e vieni di grida e di morte, Mattia rimase fermo, disinteressato.

Ciò che cadeva non era neanche un meteorite, perché i satelliti lo avrebbero di certo individuato e tutti avrebbero saputo con largo anticipo cosa sarebbe successo.

Ma che diamine era, allora?

Il mare, intanto, iniziò a bollire.

Un mezzo sorriso si impresse sul viso del ragazzo. Era buffo pensare che coloro che erano sembrati i pazzi, in realtà, erano stati gli unici a essere coscienti del pericolo che stava per abbattersi sulla cittadina, mentre gli altri, i presunti normali, se ne erano stati a trastullarsi in attesa della minaccia, alla stregua di vecchi pachidermi dal cervello atrofizzato.

“Che succederà, ora?” si chiese Mattia, per niente intimorito dal sensibile aumento della temperatura.

Sarebbe bruciato tutto oppure la pazzia avrebbe dilagato nel mondo, come già sembrava verificarsi?

Da amante di pellicole horror gli venne da pensare alle prime sceneggiature di George Andrew Romero e alla profezia voodoo secondo la quale i morti ritorneranno sulla terra per cibarsi dei vivi, quando non troveranno più spazio negli inferi. Che fosse giunto il momento?

Poi, però, ripensò alla sua bella e, di fronte all’ignoto, decise di esprimere il suo sogno più bramato.

“Sia mai davvero una stella cadente” sospirò.

In quell’attimo, il mare cominciò a evaporare.