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Biografia dell'autore

 

 

 

 

FUOCO VIVO

di Pacitto Guido

 

L’alcol quando ti conquista si diverte a possederti e a sbatterti come farebbe un maniaco sessuale con una puttana che lo fa per gioco.  

«Cazzo devo smetterla...», biascicò Nilo passandosi una mano sulla fronte sudata. Era sdraiato sul divano in soggiorno, con la sola luce del fuoco del camino che illuminava l’intera stanza. Una enorme cornice appesa a una delle pareti ritraeva un primo piano sorridente di suo cugino Sandro. Quattro bottiglie di birra vuote, sparse per terra, sembravano essersi inchinate alla bottiglia mezza vuota di gin, in piedi fiera e invitante.

«Rò!», chiamò forte Nilo. Provò ad alzarsi, rovinando ai piedi del divano, rovesciando così la bottiglia di gin. Il liquido trasparente cominciò a sgorgare. «Cazzo no!», esclamò riuscendo a salvare il salvabile. Cercò nuovamente di alzarsi.

Una volta in piedi, provò un senso di vertigine, e la stanza cominciò a girargli intorno.

«Oh mio Dio... ma quanto cavolo ho bevuto! Hey Rò!»

Nel soggiorno si udiva il solo crepitare del fuoco, che danzava caldo e sicuro.

Nilo riuscì a fare qualche passo, barcollando qua e là. Arrivò alla porta che dava sul corridoio, e chiamò di nuovo: «Hey Rò!»

«Oh!»

«Dove cazzo sei?»

«Dove? In camera...»

Dalla voce, Nilo si accorse che il compagno non stava certo meglio di lui.

«È uscito qualcosa dal camino.»

Rò cominciò a ridere. Poi: «Ma che cazzo dici?»

«Che ne so, sarà che avrò bevuto troppo, ma cavolo... ho sentito un rumore che m’ha svegliato, e un attimo dopo ho visto qualcosa uscire dal camino, dal fuoco...»

«Penso che dovresti tornare a dormire, amico...»

Un rumore, come di sedie spostate, provenì chiaramente dal soggiorno. Nilo si girò di scatto. Non ricordava la posizione delle sedie poco prima, ma giurava di aver udito quel rumore.

«Hai sentito?», chiese.

«Non fare il cretino...»

«Rispondi cazzo! Hai sentito?»

«Sì, ma sei stato tu, imbeci...»

«No! C’è qualcuno qui Rò, vieni qui cazzo!»

Nilo si guardò intorno con gli occhi sbarrati. Quel rumore, quel chiaro rumore di sedie spostate, gli rimbombava nel cervello, e sembrava aver spazzato via la sbornia. Sudava freddo.

Avvertì all’improvviso un tocco alle spalle. Urlò.

«Ti ho spaventato, eh?»

Nilo si gettò verso Roberto e lo spinse, facendolo cadere a terra.

«Certo che mi hai spaventato, coglione!»

«Giuro che ti riempio di botte...», esclamò Roberto rialzandosi a fatica. Quando era sul punto di gettarsi verso l’amico, il fuoco in soggiorno sembrò riverberare al massimo, illuminando tutta la stanza in un giallo-arancio netto e splendente.

«Ma cosa cazzo...» Roberto raggiunse Nilo, osservando con attenzione, come l’amico, la stanza in lungo e in largo.

«Te l’ho detto Rò. Quel rumore di sedie non l’ho fatto io. E mi sembra di averti pure detto che ho visto qualcosa uscire dal camino...»

«Sì, me l’hai detto. Ma non è possibile.»

Ai due sembrava esser sparita magicamente la sbornia. Entrambi avevano la pelle d’oca e gli occhi spalancati attenti a osservare il minimo spostamento nel soggiorno. Spostamento che presto arrivò: una sedia, dietro il tavolo rotondo al centro della stanza, dondolò lentamente per poi cadere rumorosamente a terra.

«Mio Dio!», esclamò Roberto prima di notare, ai piedi del tavolo, qualcosa di luminoso muoversi.

«Cos’è?», chiese Nilo. Aveva un’espressione di terrore dipinta sul volto rosso.

Dal fuoco nel camino, uscì velocemente qualcosa, bruciando.

«Scappiamo cazzo, scappiamo!», urlò Roberto girando le spalle al soggiorno e avviandosi per il corridoio.

Nilo era come bloccato. Due “cose” infuocate scivolavano lungo il pavimento, muovendosi sotto il tavolo e tra le sedie. Cercò di osservarle meglio. Si avvicinò poi a un angolo e prese una scopa.

«Nilo! Io esco di qua!»

«E dove vai? È buio fuori...»

«Sempre meglio che stare lì, cazzo! Scappiamo!»

Nilo udì la porta aprirsi. Poi un urlo, forte e subito strozzato.

«Rò!», chiamò Nilo con un occhio alle cose fiammeggianti e l’altro lungo il corridoio scuro. Alzò la mano tremante verso l’interruttore della luce vicino alla porta, temendo che le luci non si accendessero.

Non si accesero.

«Cristo!» Adesso era tutto il suo corpo a tremare e a essere scosso da brividi violenti. «Sono armato!», urlò verso il corridoio a “L”, dietro il quale era scomparso Roberto, cercando di uscire di casa. Brandiva la scopa come una spada.

Il fuoco alle sue spalle raggiunse nuovamente una luminosità incredibile. Si rigirò di scatto, e il fuoco nel camino tornò al suo ardore naturale. Le cose infuocate erano però scomparse.

Nilo cominciò a piagnucolare, guardandosi attorno. Batté la scopa per terra, tre volte.

Da dietro il divano, tre cose infuocate – tre adesso – si avviarono verso il camino, scivolando sul pavimento di legno. Nilo era combattuto tra l’affrontare quelle dannate cose di fuoco e il raggiungere l’uscita della baita, dietro la curva del corridoio a “L”, da dove però aveva udito le urla di Roberto, ora cessate.

«Roberto!», chiamò ancora. «Rò, dimmi che ci sei, ti prego. Non scherzare...»

All’improvviso, come in un lampo di genio, forse ritardato dall’alcol e dalla paura, si diresse di corsa verso il bagno. Una volta dentro, appoggiò la scopa alla vasca e cominciò a riempire una bacinella d’acqua.

«Adesso ci penso io...», disse mordendosi il labbro inferiore, impaziente.

Quando la bacinella fu abbastanza colma, chiuse il rubinetto e la sollevò. Nel buio non del tutto totale grazie al fuoco nel camino, avanzò verso il soggiorno. Una volta all’entrata, cercò di trovare le tre cose fiammeggianti. Sembravano sparite di nuovo.

D’un tratto, una spinta lo fece cadere in avanti. La bacinella d’acqua cadde a terra. L’acqua si sparse lungo tutto il pavimento, e si cominciarono ad avvertire urla stridule e strazianti provenire da dietro il divano.

Nilo cercò di alzarsi, girandosi a osservare l’autore dello spintone.

In piedi, c’era Roberto con un espressione assolutamente innaturale.

«Rò...», esclamò Nilo ancora da terra. Le tre cose fiammeggianti sbucarono da dietro al divano, urlando e raggiungendo la porta, evitando così l’acqua che aveva bagnato gran parte del pavimento in soggiorno. Si piazzarono dietro la figura di Roberto.

«Rò... cos’è successo? Dammi una mano, cazzo! Perché mi hai fatto...»

Roberto si calò verso Nilo e, in un’espressione di dolore e orrore, aprì la sua bocca dalla quale sgorgò fuoco. Roberto urlava, con la bocca infuocata e gli occhi spalancati. Nilo indietreggiava sul pavimento, aiutandosi con i gomiti, ora bagnati. Cominciò a piangere.

Roberto si rialzò dalla posa che aveva assunto e cominciò a dondolare. La sua bocca era sempre spalancata e infuocato. Le tre cose in fiamme se ne stavano ferme e ora zitte dietro il ragazzo che, a un certo punto, chiuse la bocca e sembrò deglutire. Ne seguirono conati di vomito a bocca chiusa.

Nilo era immobile a terra, terrorizzato.

Il povero Roberto spalancò ancora una volta la bocca, urlando nella maniera meno umana possibile. Fiamme gli uscirono dalla bocca, per poi rientrare. All’improvviso sembrò che Roberto fosse tornato in sé.

«Rò... Cazzo Rò! Che ti è...»

Roberto si guardò per un attimo attorno, spaventato, come se avesse visto qualcosa di terrificante. Poi fissò negli occhi l’amico, e il suo corpo fu divorato all’improvviso e in pochi secondi da fiamme rosse e gialle, che lo trasformarono in una sorta di uomo-fuoco.

«No!», urlò Nilo coprendosi gli occhi. Si alzò, dopo vari e disperati tentativi.

La sagoma infuocata di Roberto continuava a stare in piedi, davanti alla porta che dava sul corridoio. Nilo non poteva uscire. Se non dalla finestra...

Superando il fuoco nel camino, trattenendo il fiato e cercando di non cadere, raggiunse la finestra. Poggiò la mano sulla maniglia e, nello stesso istante, sentì qualcosa di caldo alla caviglia. Rivolse lo sguardo verso di essa e notò una delle cose infuocate cominciare a bruciargli l’orlo dei jeans. In una sorta di assurda lucidità, mantenne la calma e si calò verso la cosa infuocata, cercando di capire di cosa si trattasse.

«Ma questo...»

La piccola cosa arse ancor di più, accecando per un attimo Nilo. Quando gli tornò la vista, gli sembrò che tutto fosse finito. Il fuoco nel camino era acceso, la sagoma infuocata di Roberto era scomparsa, e la piccola cosa in fiamme non era più attaccata alla sua caviglia. Qualcosa, però, era cambiato.

L’arredamento sembrava leggermente diverso. Una tovaglia beige era stesa sul tavolo rotando che poco prima era senza e con cartacce e bottiglie sopra.

Udì un pianto. Poi, dalla porta che dava sul corridoio, entrò una donna con un fazzoletto in testa e con qualcosa in braccio. In una situazione di assurda realtà, Nilo notò che ciò che aveva in braccio la donna era un piccolo bimbo malformato, forse abortito. Il pianto sembrava provenire proprio dal piccolo. La donna poi si calò verso il camino e, con orrenda naturalezza, gettò il piccolo corpicino nelle fiamme del fuoco nel camino.

«No!», urlò Nilo, mentre dalle fiamme si alzò un grido stridulo e disperato.

La donna sembrò come sentirlo indistintamente, girandosi verso di lui con lo sguardo sorpreso e perplesso. Nilo guardò nei suoi occhi e gli sembrarono quelli di sua nonna.

«Nonna...»

La donna scomparve, e il soggiorno sprofondò nuovamente nella realtà di poco prima, con la sagoma di Roberto ancora in fiamme, e il piccolo bimbo in fiamme, forse un feto non ancora del tutto formato, ancora attaccato alla sua caviglia. Gli bruciava tremendamente.

Nilo urlò.

«Oh il nipote!»

La voce proveniva dal fuoco, adesso più forte e splendente. Ne seguì una risata spettrale.

«Ma che diavolo...»

Sentì dal fuoco provenire pianti di bambini che mai avevano avuto modo di vivere le proprie vite.

«Grazie a tua nonna ho divorato decine di bambini. Grazie a loro vivo, e cresco...»

«Mio Dio...» Nilo aveva le guance rigate da lacrime amare e calde. «Perdonala... perdona mia nonna per ciò che ha fatto, perdonala ti prego! Ma io... io non c’entro niente...», balbettò Nilo, al quale sembrava di vivere un sogno. Un incubo.

«Perdonare? Perdonare chi? Perdonare perché

«Per ciò che ha fatto di così orribile e...»

«Non finirò mai di ringraziare tua nonna per avermi nutrito e fatto nascere; fatto vivere. Sono fuoco vivo, e ho fame. Sono fuoco vivo e non ho sentimenti. Sono fuoco vivo e divoro...»

Nilo indietreggiò battendo la schiena contro la maniglia della finestra. La sagoma ancora in fiamme di Roberto avanzò verso il camino e, piegandosi, vi si gettò dentro. Scomparve, diventando un tutt’uno con il fuoco.

«Mio Dio...», esclamò Nilo piangendo.

«Sono fuoco vivo e ho fame...»

Nilo sentì un forte calore invadergli l’intestino. Poi salire. Diede uno sguardo alla caviglia: il feto in fiamme era scomparso.

Il calore salì ancora. Spalancò la bocca sputando fuoco.

«Sono fuoco vivo e divoro...»

Il corpo di Nilo fu avvolto dalle fiamme. Pochi secondi e anche lui, con calma, si diresse verso il fuoco nel camino e vi si adagiò.

I piccoli feti in fiamme, usciti dal fuoco soltanto per raccontare la loro storia ai due poco prima della loro fine, rientrarono anch’essi nel camino. Il fuoco vivo avvampò ancora una volta. Poi si spense.

Non mangiava così tanto dalla scomparsa misteriosa del cugino Sandro.