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Biografia dell'autore

 

 

 

 

HIBERNAUTS

A Cosmic Allegory

 

di Racca Emiliano

 

 

La pellicola di ghiaccio che aveva incrostato ogni ambiente della nave stava crescendo a vista d’occhio. Presto il volume sarebbe stato tale da intasare tutto, e forse farlo esplodere in silenzio. Una brezza gelida asolava in ogni corridoio e cubicolo, infiltrandosi fin dentro il metallo (figurarsi le ossa). Tragicomica ironia della sorte, per la White Amazon: proprio ora che poteva dirsi davvero «bianca» perdeva per sempre le sue virtù di «amazzone» siderale.

Come un elefante malaticcio e grinzoso sa d’istinto quando andare a giacere nel proverbiale cimitero, così il tenente Chet Spoonauer spese le ultime energie per guadagnare il Cubicolo Criogenico e rannicchiarsi a terra, la schiena contro la parete antistante le vasche. Attraverso i baccelli trasparenti squadrò con una certa pena quei corpi rinchiusi, il grosso dell’equipaggio in sospensione ipotermica. Confrontando la propria condizione con la loro si chiese cos’era peggio, se spegnersi a poco a poco essendone coscienti oppure no. Né su questo dilemma poteva più consultarsi con gli altri tre membri cui era stata affidata la rotta, già stecchiti ai piedi delle vasche. Duri come sassi, immobili. Quale atavico istinto li aveva spinti fin lì in extremis? Forse lo stesso che aveva guidato lui?

 Adesso le priorità erano altre. Ad esempio capire se poteva ancora salvarsi dall’assideramento. E soprattutto chi fosse quella creatura nerastra apparsa d’un tratto sulla soglia, dal contorno vago e coi soli occhi a fuoco. Indiscreti e indagatori, non smettevano di fissarlo. Non li si sarebbe detti né torvi né malvagi. Solo densi di glaciale indifferenza. Quegli occhi erano la causa o l’effetto di quanto stava succedendo all’interno della nave?, si chiese Chet. Ottuso per il gelo che sentiva entrargli in circolo e nel cranio, non seppe dirlo. Non che, in condizioni di salute psicofisica ottimali avrebbe saputo rispondersi, data la sua natura, purtroppo, esclusivamente umana. Ma almeno una cosa la spiegava: e cioè perché prima, arrancando nei corridoi alla volta del Cubicolo, s’era sentito come pedinato da qualcuno, o qualcosa. Dunque non s’era trattato d’una semplice ed erronea sensazione.

 Mentre era immerso in questi pensieri, con suo sommo stupore l’essere gli rivolse la parola. Ora era appollaiato su una console, come un corvaccio qualunque.

 «Finalmente ci conosciamo, Chet. Da solo a solo» si sentì infatti dire da una strana voce. Non capiva se umana o aliena, maschile o femminile. «Immagino ti starai chiedendo se ti aspetta la grazia o il colpo di grazia, se mi passi il bisticcio. Risposta scontata, in quanto io non faccio sconti a nessuno, se mi ri-passi il bisticcio. Condividerai la sorte dei tuoi compagni, né più né meno. Benché segnata, è però mia intenzione rinviarti la fine in questo castello, sia pur di poco. Diciamo qualche minuto. Perché, vuoi sapere? Be’, a te piace molto parlare, a me ascoltare; entrambi disponiamo di un brillante eloquio… Fa’ due più due.»

Per quanto glielo consentivano le mascelle semiparalizzate, Chet abbozzò un sorriso sarcastico. «Castello? Questa sarebbe un castello, per te?»

«Cos’altro, sennò?»

Chet ignorò il dolore alle labbra lì lì per spaccarsi, e proseguì. «Chiunque tu sia, di certo o non sei molto informato sui 'recenti' sviluppi terrestri, o sei un pazzo nostalgico. Che i  viaggi interstellari facciano ormai parte della Storia è un dato di fatto, ma non esageriamo. Credo insomma di sapere che questa è una nave spaziale, non un castello. Non t’avranno avvisato, ma l’epoca dei castelli non è più da un pezzo, per fortuna. Se non ti fa schifo, ora sono queste le nostre fortezze. Le navi spaziali, intendo.» Sottolineò il «queste» tamburellando le nocche livide contro le paratie alle sue spalle, il clangore metallico attutito dallo strato ghiacciato. Metonimicamente, alludeva all’astronave nel suo complesso. Anzi a tutte le astronavi, al concetto stesso.

 «Schifarmi io? Non sia mai, sono notoriamente di bocca buona. Solo, non faccio tante distinzioni tra castelli, domus, palafitte, caverne, rifugi vecchi e nuovi, fermi o semoventi. È  che spesso perdo la nozione del tempo e dello spazio, è più forte di me. Dal mio punto di vista, questi ingenui rifugi sono solo testae obsidendae:gusci da assediare. Mentre voi nient’altro che molluschi arroccati, in-castellati– ecco perché parlavo di castello – e io l’inesorabile assediante. Molluschi da sgusciare e rosolare. Quando, come e dove mi va. In quest’ottica che peso potrà mai avere l’evoluzione del vostro guscio? Palafitticoli o astronauti, sempre spacciati siete. Il perché vallo a chiedere al Disordine Universale.»

Per quel poco che ancora gli riusciva, Chet tentennò il capo di sbieco, incerto se annuire o dubitare. «Benché stenti a crederlo, forse ho capito chi sei. Che ingenui, a pensare che a miliardi di miglia dalla Terra avremmo potuto in qualche modo sfuggirti! La verità è che sei dappertutto. Nemmeno la chronodistorsion riesce a ingannarti.»

«Complimenti per le deduzioni. Di certo figlie di un intelletto raro sul tuo pianeta, e addirittura unico fra quest’equipaggio. Non volermene, però, se la tua sorte non cambierà d’una virgola rispetto a quella degli altri castellani… Pardon, cosmonauti: so che ci tieni. Ad ogni modo, quando il tuo corpo avrà ceduto le ultime calorie, per te si profilerà un’ibernazione ben diversa da quella cui eri abituato. Senza risveglio, soprattutto. Ma non rattristarti più di tanto, Chet. Come anticamente il tempio era la casa del dio, così questa nave sarà il tempio della tua anima e della tua carne. Entrambe congelate a regola d’arte, nonché intatte e inviolate. Almeno fino all’impatto contro un asteroide vattelapesca. Presto o tardi avverrà, spappolando nave e contenuto. Sempreché l'attrazione gravitazionale di un pianeta non lo faccia schiantare prima. In generale, senza più controllo, il tuo patetico guscio – chiamalo come vuoi, ma sempre patetico resta – diventerà un corpiciattolo in balìa di forze fisiche. E tu con lui.»

«Fin qui ci arrivo anche da solo, idiota.»

«Ma fino ad allora sarai con me il signore incontrastato di questo regno di cristallo, come nella favola della Regina delle Nevi (sia detto senz’allusione maligna nei tuoi riguardi). Orsù, ridi della tua ananke, non maledirla! Vedila così: faremo tutti parte di un cubetto di ghiaccio dentro il più sconfinato cocktail che sia mai esistito… Un cocktail stellare

 «E la singolare lettura sdrammatizzante che mi suggerisci dovre-vrebbe rendermi meno sofferta la di-di-dipartita, secondo t-t-te?». I denti di Chet battevano ormai come nacchere impazzite, con conseguente balbettio. Il logos non voleva esser da meno rispetto al corpo, e ne stava seguendo fino in fondo il tremolante destino.

«Perlomeno la vivresti come un qualcosa di ordinario e non tragico. È il troppo ragionarci su che ti frega, e ti fa alimentare false speranze. Piuttosto predisponiti già al vuoto, al nulla dentro di te. Nessun teorema, nessun’angustia. Così quando verrà il momento sarai già abituato. E preparato psicologicamente.»

«Ho altra scelt-t-t-a, in ogni caso?»

«No, e lo sai bene. Eppure perché mi sembri tutto meno che rassegnato, come invece logica vorrebbe? Non hai ancora imparato ad accettarmi, Chet?»

«Per accet-t-tarti dovrei prima capirt-t-i. E finora n-non m'è mai riuscit-to.»

 «Possibile? Tu, il cui superbo QI fu a suo tempo decisivo nel farti scegliere per questa spedizione, stenti a cogliere la mia raison d’être? Non ci credo, stai mentendo. Come pure comprenderai che nessun Punteggio Statisticamente Superiore potrà salvarti da me. Inutile resistermi.»

Al moribondo accadde allora una cosa strana: più la vista s’offuscava, più distingueva il profilo dell’interlocutore. Ravvisandovi un grottesco paradosso, intuì tuttavia che mai avrebbe focalizzato quella figura. Troppo amorfa, troppo cangiante, troppo simile alle macchie simmetriche d’un caleidoscopio, o a un misto di pasta vetrosa e nebulose in espansione… In definitiva, un’entità camaleontica e poco propensa a farsi identificare da occhi umani. Forme informi.

Ora, dopo una fase instabile di pennellate grigioverdi, l'essere appariva non più cinerino ma biancastro. Un bianco sporco che gli ricordò la ‘sua’ Via Lattea, e il cui pensiero gli strappò una lacrima o due. Destinate a vetrificarsi come qualunque altro fluido corporeo.

 Quel gorgo policromo sarebbe stata per lui l’ultima apparizione sensibile dell’aldiquà? Chissà. Di certo tutti quegli aggettivi tipo lugubre, inquietante, cupo, tetro e affini, che prima gli era venuto spontaneo abbinare alla creatura non avevano più senso, ora che ne scorgeva il rassicurante alone candido. Quella sì la sua vera luce. Congedarsi da essa significava al contempo congiungersi, compenetrarla, divenire un’entità sola. L’ennesimo paradosso a «miliardi di miglia» dalla Terra.

Seppe che era finita quando non udì più le proprie parole. Pur nella certezza d’averle pronunciate a mezza voce, e non fra sé e sé.

Ma quale senso aveva perso? Il gusto? L’udito? Entrambi? E se non fosse affatto deprivazione sensoriale, ma piuttosto uno scherzo della sua mente, magari già preda d’uno strano incubo comatoso? Si sarebbe spiegato la difficoltà di sentirsi parlare, essendo soltanto un’illusione.

Non trovò risposta. Troppo pochi dati a sua disposizione. A consolarlo l’idea che, in fondo, tuttociò non rappresentava più un prurito filosofico così urgente o fondamentale. Niente lo era più, a quel punto. Sordomuto o schizoide, fatto sta che l’irreale assenza di suoni costituiva un preludio infausto. E la risposta a mille congetture sarebbe stata una e una soltanto, come in certe dimostrazioni matematiche. Stavolta senza margine d’errore.

Lo sgorbio, sempre lì e sempre più sfacciato, non ebbe ritegno di stornare quello sguardo crudele dalla propria vittima. Né negli ultimi secondi d’agonia, né quando questa, esanime, lasciò crollare il capo di traverso, i capelli corvini già bianchi di brina.

Una coltre spessa e traslucida s’era ormai propagata all’interno della White Amazon, convertita di fatto in una ghiacciaia a motore.

A contemplarla occhi non meno gelidi, indifferenti pupille diafane e iridi color computer, ermellini in perfetta simbiosi col paesaggio. L’esatto colore non già di quei classici computer-di-bordo così ambiziosi da voler surclassare i progettisti umani. Piuttosto come uno in tilt che, anziché attivare il SELF REPAIRING SYSTEM, per sbaglio riprogrammi al contrario le serpentine criogene