IL
GIOCO DI MURDOX
di Muntoni Massimo
– Merda! – esclamò Murdox, lanciando con rabbia gli
jang sul tavolo roccioso. Fiamme eccitate dal vento
balenavano sotto sopracciglia cobalto.
- Mi spiace – disse Says, sorridendo.
- Sì sì, certo, ne sono sicuro.
- Sei stato un po’ azzardato - disse Says,
carezzando gli jang colorati disposti in fila
ordinata davanti ai suoi occhi, come piccoli
cuccioli da coccolare. – Diciamo che è tipico del
tuo stile, e stavolta non sta dando i frutti
sperati.
Murdox sbuffò.
- Paga e muoviti! – esclamò Broud.
Gli occhi di Murdox inchiodarono il volto severo di
Broud.
- Non darmi ordini, schifoso bicorno – disse
mostrando le zanne e regalando un po’ di bava
verdastra al pavimento catramoso.
Un lamento sottile punse l’aria.
Broud abbassò lo sguardo, riflettendolo nella lamina
metallica dello jang che stringeva tra le dita.
- Pago pago – bofonchiò Murdox, alzandosi. – State
tranquilli. Poi vedremo se la sorte continuerà a
sceglierti come amante. – Le ultime parole erano
rivolte a Says.
Si voltò, dirigendosi verso la parete ebano; le
numerose frastagliature della roccia si incontravano
con la luce fredda, sciogliendosi in scintille
luminose.
Contemplò per qualche istante la figura appesa al
gancio e poi disse: - Uff, non mi è rimasto molto.
La mano affusolata e artigliata di Murdox afferrò il
viso dell’uomo svenuto. Niente gambe e l’unico
braccio bloccato da una catena arrugginita
inchiodata al muro.
- Sì, dormi – disse tra sé, - io perdo tutto e tu
riposi beato.
Mollò la testa, e gli afferrò il dito indice,
strappandolo con gesto rapido.
L’uomo, richiamato dal sollievo donato dalle
tenebre, spalancò gli occhi gridando.
Murdox, non curandosi del corpo monco che si
dimenava, osservava il palmo decorato da dito e
sangue.
Si voltò verso il tavolo, mostrando il debito.
- Non basta – disse Says.
- Mi volete rovinare – si lamentò Murdox,
raccogliendo un’enorme sega.
- Ti prego – mugolò l’uomo; pregno di sudore e
paura.
- Non rompere – disse Murdox spazientito.
Il dito medio saltò come un ramo secco.
Una tempesta di gola si liberò: una melodia
stucchevole per le grosse orecchie dei presenti.
Murdox si avvicinò la mano ferita alla bocca e prese
a succhiarla con gusto.
La vittima tremava convulsamente, il grido disperato
non si placò neanche dopo che Murdox si fu staccato
dalla caramella di carne.
Una profonda bruciatura comparì tra pollice e
anulare.
Accompagnato dalla litania di gemiti, Murdox gettò
le dita verso Says. – Eccoti servito.
Quest’ultimo prese prese il bottino e lo trasferì in
un grosso secchio di metallo. Un puzzle rosa e
amaranto.
Murdox proseguì la sua camminata spavalda fino al
ragazzo biondo appeso dietro Says. Strinse le catene
con entrambe le mani, sollevandolo di qualche
centimetro, e lo scrutò attento. - Sono decisamente
in svantaggio – concluse.
- Lascialo stare – lo ammonì Says, senza neanche
voltarsi.
- Sì sì, guardavo solo. – Riabbassò il giovane, che
con una smorfia di dolore si riguadagnò il gancio, e
si girò di scatto. - Ho bisogno di una pausa.
Proseguiamo tra un paio d’ore?
- Per me va bene – rispose Says.
Broud annuì. – Sì, anche per me, così vado a
controllare le trappole.
Ottavio strinse con forza gli occhi… Li riaprì.
Erano ancora lì.
Quel che restava dell’uomo di fronte, la mezza donna
appesa alla destra e la roccia nera, umida e condita
di muffa, che li circondava e soffocava.
E poi i brividi; che lo avvolgevano e
stringevano come una tuta in lattice.
Fece un respiro convulso e guardò dove un tempo
c’era l’alluce. Quello non c’era più, invece.
Scomparso per sempre.
L’unica perdita. Says era abile.
Era fortunato?
No, non si sentiva così. Aveva visto tre partite, ed
era ancora lì, mentre, invece, desiderava solo
morire.
- Quando torneranno? – sussurrò Sabrina.
Ottavio si voltò. La pietà sfuggì alla sua anima
debole e rarefatta, e gli occhi si inumidirono
offuscandogli la visione.
Il bello si era rintanato a destra. Alla sinistra
della donna, invece, il nero dominava l’orbita, una
spessa cicatrice rimpiazzava il grosso seno, il
braccio esile e ben tornito si concludeva nel nulla
e l’intera gamba sinistra mancava.
Un asimmetria terribile.
- Non lo so – rispose Ottavio. – Spero presto. - E
si perse nell’occhio azzurro di lei.
- Perché… perché ci fanno questo? – chiese lei
mugolando.
Ottavio guardò il vuoto. – Vorrei poterti
rispondere… Siamo elementi di un gioco atroce che
non comprendo.
Rumori lontani si fusero in una serie di echi
accennati e fugaci.
- Ma dove siamo? – domandò Sabrina con voce flebile
e disperata.
Ottavio scosse la testa, rimanendo in silenzio.
- Da quanto sei qui? - Insiste lei, cercando nel
colloquio un qualche sollievo.
- Da troppo – rispose Ottavio mesto. – Non so, non
ho più cognizione del tempo. Diverse ore, un paio di
giorni forse.
- Io… sono cristiana… – disse Sabrina con fatica.
Ottavio si voltò verso di lei aspettandosi altre
parole, e la vide con un espressione di stupore
disegnata sul volto.
- Guarda! – disse lei, puntando l’occhio sopra di
lui.
Ottavio alzò la testa seguendo la direzione di
quello sguardo. E, con stupore, vide un anello
spezzato nella catena che gli legava il polso
destro.
Rimase a guardarlo per un tempo lunghissimo. Poi
cominciò a scuotere la catena con forza, nonostante
il dolore procuratogli dall’uncino nella schiena.
Scosse. Scosse. Scosse, fino a quando l’anello si
sganciò dalla parte di catena superiore.
E si ritrovò a osservare la mano. Una goccia di
gioia si sciolse in mezzo all’arido del suo stomaco.
Sospirò, stirandosi il braccio.
Poi guardò il viso della donna che lo osservava in
silenzio e ripiombò nel lago scuro e limaccioso
della depressione. E ora?
- Staccati dal gancio – gli suggerì lei.
L’uomo fece un lungo respiro. E subito dopo, mentre
spingeva il corpo in alto facendo perno sulla
catena, con la mano libera tirò il gancio verso il
basso, tentando di estrarlo dalla pelle.
Singhiozzi di dolore accompagnarono lo sforzo. Dopo
qualche minuto, in un ultimo disperato tentativo si
ritrovò con i piedi a terra. Se non ci fosse stata
l’altra catena a sorreggerlo sarebbe stramazzato al
suolo.
Si mise dritto osservando il braccio rimasto
incatenato.
Si guardò intorno. Tremante raccolse il grosso
strumento e lo osservò per qualche minuto.
Poi disse: - ‘Fanculo!
E cominciò a segare il suo polso…
Vagava per i corridoi di pietra, ormai da un’ora; il
polso legato stretto con frammenti di abiti.
Nessuna via d’uscita; solo roccia, penombra e
silenzio.
Dove si trovava? Dove l’avevano portato?
Ottavio ricordava solo l’accecante bagliore della
gemma turchese, il nuotare disperato nel buio e poi…
il dolore fitto del gancio.
Sentiva il cuore nelle tempie. Ogni volta che
svoltava per un cunicolo nuovo, temeva di incrociare
una di quelle bestie.
L’odore fetido, acido e pungente, emanato da quei
robusti corpi cerulei risalì il pozzo scuro della
sua memoria olfattiva, facendogli rizzare i peli
delle braccia.
Passò un’altra mezz’ora, accompagnato dall’ansia e
dall’umidità; poi i suoi occhi, stanchi e
anestetizzati dal crepuscolo perenne, intravidero
una luce. Un bagliore sufficiente a illuminare anche
il suo spirito affranto.
Basta pietra,
Dio santo!
Il suo cervello richiamò l’immagine di Sabrina che
scuoteva la testa e gli diceva che non voleva
tornare.
Non
così, aveva detto.
Si scrollò di dosso il ricordo e corse verso
l’apertura.
Attraversò la stretta fessura bagnata dal chiarore e
si ritrovò con i piedi nella sabbia. Un orizzonte
sconfinato disegnato dalle dune di fronte a lui.
Guardò il cielo.
E gli sfuggì un urlo soffocato: - No!
Scosse la testa e cadde in ginocchio.
-
Inutile – mormorò con occhi vitrei.
Attraverso il buio, due lune lo guardavano tronfie
della loro pienezza.
Dov’era?
Sciolse la stoffa che premeva sul polso: il braccio
riprese a gocciolare.
Meglio morire subito.
Non riuscì a pensare altro. L’arto sanguinante venne
afferrato e infilato tra le grosse labbra di Murdox.
E Ottavio trattene un grido di dolore che si tramutò
in sibilo.
- Cosa pensavi di fare? – domandò Murdox una volta
staccatosi dal polso cauterizzato.
- Lasciami morire ti prego – lo supplicò Ottavio.
- Tu butteresti mai i tuoi stupidi soldi in una
fogna?
Ottavio non rispose, tremava e sudava.
- Stupido – disse Murdox guardando il polso monco -
avevo danneggiato anche l’anello dell’altra catena.
Adesso mi fai iniziare con un po’ di svantaggio.
- Se… sei stato tu?
- Sì, perché sai, da noi esiste una legge che
consegna la preda a chi la ricattura, caro molliccio
umano. Ora tu sei mio – sorrise Murdox.
- Uccidimi! - gridò Ottavio. – O… dico tutto ai tuoi
compagni.
Murdox scosse la testa. Lo fissò negli occhi, con
iridi attraversate da lava incandescente, e
sogghignando gli disse: - Ti desidero…
Spinse la testa di Ottavio verso la sua e… lo baciò.
Gli occhi di Ottavio si spalancarono; la sua bocca
si chiuse per sempre.
Murdox rise, si caricò sulle spalle la sua
“ricchezza” tremula e disse: - Andiamo, abbiamo una
lunga partita da giocare.