La
villa, antica e segnata dal tempo, svetta al di sopra del bosco con una torre
ornata di colonnette sbrecciate e sarebbe tetra anche in pieno sole. L’eclissi
non le toglie nulla.
Sarà il
muschio che impera: l’edera che s’arrampica; gli intonaci che si scrostano; la
muffa che la stria di un malsano color verdognolo.
I
giornali riporteranno articoli costruiti per convincere che solo a guardarla dal
vicino paese si sarebbe potuto capire che era un luogo di crimine per
eccellenza.
Purtroppo lo scriveranno solo a faccenda conclusa, quando il questore, il
commissario di polizia, la sua squadra e la squadra di specialisti messa a sua
disposizione saranno arrivati a risolvere e chiudere definitivamente il caso
loro affidato: una lunga serie di vittime morte di morte violenta che le
indagini hanno legato in qualche modo a quella casa disabitata a memoria d’uomo,
mancando invece qualsiasi legame tra loro. Sono trascorsi più di tre mesi
dall’ultimo delitto efferato: un ragazzino in vacanza da quelle parti con i
genitori, prima scomparso e poi ritrovato a brandelli in fondo a un torrente
incassato nella roccia dal nome che è tutto un programma, Lamortefonda.
Il
ritrovamento dell’ultimo cadavere e le indagini che ne sono seguite nelle ultime
settimane hanno temporaneamente spostato l’attenzione qualche chilometro più
lontano dalla villa, ai limiti del territorio di una frazione limitrofa. Il
parco che la circonda, una selva incolta, si estende tuttavia fino a quel
confine, sicché, nonostante l’apparente nuova dislocazione delle forze di
polizia, la villa continua a godere delle attenzioni del commissario, che ha
scelto accuratamente un piccolo contingente di uomini esperti e fidati per
montarvi una guardia costante. L’esperienza gli ha chiaramente insegnato che
sigilli e nastri a strisce rosse e bianche non tengono lontano nessuno. Anzi,
sembrano calamite immerse nella limatura di ferro della curiosità.
Il
commissario vorrebbe che il caso si chiudesse rapidamente, in un modo o
nell’altro, prima che ci sia ulteriore violenza e spargimento di sangue. E
pubblicità negativa sulla sua squadra, sulla polizia e sul procuratore, in
quest’ordine. Confida in qualche modo sul fatto che gli uomini che ha lasciato
di guardia sono poco numerosi, ma soprattutto ben mimetizzati nella selva che
sembra ingoiare la villa aggredendone fino le mura. Qualcuno potrebbe fare un
passo falso. Sentirsi eccessivamente e falsamente al sicuro. Spingersi troppo in
là. E i suoi uomini sono fidati, determinati e hanno in lui quella fiducia che
si matura stando in trincea insieme, nel fango, nelle notti che impongono di
coprirsi le spalle a vicenda. Inoltre, sono i soli a non meravigliarsi più di
nulla quando nel corso dei briefing introduce ipotesi e variabili che fanno
scrollare le spalle ai più, con fastidio.
Sicché
tutto questo discutere e ordire e aspettare ha portato a quanto accade in questo
preciso istante, nelle viscere della collina sulla quale si erge la villa
cadente, con l’auspicio che il piano del commissario sia stato ben disegnato e
sia privo di quei macroscopici punti deboli che al compiersi delle vicende
generano commenti del tipo “Era inevitabile”. Il manipolo di fedelissimi del
commissario, a questo proposito, comincia a nutrire se non qualche dubbio almeno
qualche perplessità se il risultato è una corsa rocambolesca giù per le cantine
della costruzione. Cantine che si sono trasformate in tunnel, cul di sacco e
cripte che la fretta impedisce di riconoscere e scegliere, tanto che l’ennesimo
fuggitivo di questa vicenda che si trova a percorrerle a scapicollo non ha né
tempo né attenzione per particolari come il sangue che gli cola dalla bocca
lungo il mento e il collo, pure se così copioso da impregnare la camicia
lacerata sul petto scarno. Tutta l’attenzione è volta alla ricerca di un rifugio
sicuro apparentemente introvabile anche in quel buio umido e colloso.
Lontane, ma non a sufficienza perché gli sia concesso un attimo di tregua, grida
e voci affannate lo avvertono che la caccia è aperta e lo spingono a muoversi
più rapidamente, incurante delle lesioni subite che non gli permettono
nell’immediato di muoversi con l’agilità che gli è solita e che in quel momento
gli sarebbe particolarmente utile.
Forse
non è stato saggio prendere la via dei sotterranei che avrebbe portato
inevitabilmente a qualche vicolo cieco, legando la sua sicurezza soltanto alla
sua innata capacità di far perdere le tracce: gli inseguitori sono inferociti,
costantemente troppo vicini, eccessivamente scaltri. Sarebbe stato meglio
restare all’esterno giocando sulle condizioni favorevoli determinate
dall’eclissi, sufficientemente prolungata per fuggire nel denso della boscaglia
e trovare rifugio in uno dei vecchi cascinali diroccati e abbandonati di cui è
ricca la zona. Non è stato sensato dividersi dal suo compagno interrompendo
un’alleanza insolita ma fruttuosa, temendo in un suo momento di debolezza al
sopraggiungere dell’evento astronomico in corso.
Nella
sua scelta lo ha guidato più l’istinto che un calcolo ponderato e consapevole.
L’energia gli viene dal vissuto da gladiatore esperto di fronte alla potenziale
ultima sfida, dalle grida delle vittime che gli echeggiano in capo e che
superano quelle dei suoi carnefici in intensità, in potere evocativo, in
richiamo alla determinazione. Non si tratta di paura – gli è sconosciuta; non si
troverebbe in quel luogo né in quella situazione se avesse mai conosciuto la
paura – ma di un’eccitazione quasi euforica che si incrina solo quando il buio
intorno a lui sembra animarsi, tono su tono, buio nel buio.
E’ un
movimento; no, un suono; no, neppure. E’ il tocco dell’aria greve e immobile che
qualcosa, qualcuno, ha spostato. Furtivo, ostile, inatteso. Inatteso come
l’immedesimazione improvvisa con la lunga serie di vittime che porta a quel
momento topico di impotenza. Sarà il suo compagno che è ritornato? Un
ripensamento o una scelta diversa che ha portato anche lui nella viscere della
terra nella sua fuga?
E’ con
rabbia animale che si scaglia in avanti, deciso a piegare al suo volere il buio
che lo circonda con un ruggito che gli spegne in gola in un mugolio molto poco
ferino quando il paletto di frassino gli si pianta nel torace. E’ tale il suo
slancio che l’arma mistica lo trafigge passandolo da parte a parte retta dalla
mano del commissario con la forza e la sicurezza di un tagliatore di pietre.
Il
decadimento del corpo del vampiro è pressoché immediato, impietosamente
illuminato dal fascio luminoso che gli dirige contro il commissario brandendo la
torcia elettrica come fosse una seconda arma.
“Polvere alla polvere” mormora.
Lo
scalpiccio degli inseguitori si interrompe repentinamente quando tre visi
irrompono spettrali nel fascio di luce, stravolti, bestiali. Gli sguardi si
abbassano sulle vesti lacere che giacciono sulla pietra umida spolverata di
innaturale polvere antica. L’uomo più anziano, il più rapido a ricomporsi, alza
gli occhi verso il gioco di chiari scuri che altre torce accese in quel momento
disegnano sulla volta del tunnel e sul viso del commissario.
“E
ora?” chiede già conoscendo la risposta.
“Come
sta la raccoglitrice di more?” Chiede di rimando il commissario.
“E’
viva” risponde tra i presenti quello che tende avanti a sé un walkietalkie.
Il
commissario infila la torcia accesa nella cintola e con la destra sfila da
dietro la schiena un revolver di cui sgancia il tamburo.
“Ora”,
mormora, dopo avere alzato davanti agli occhi il proiettile d’argento che lancia
riflessi glaciali, “è il tempo del lupo”.