IL
MISTERO DELLA TESTA PERDUTA DI GOGOL
di Grossi Gianluca
Mi chiamo Aleksej Bakruscin e sono un collezionista
moscovita. Da anni faccio questo mestiere. La mia
passione, in particolare, sono le reliquie. Le
reliquie non solo dei santi, ma anche di artisti,
nobiluomini e nobildonne. Al momento conservo più di
un milione di reperti. Giuro. Sono numeri
importanti, lo so, eppure... Li custodisco
gelosamente in un ampio appartamento nel cuore di
Mosca – freddo, gelido e buio - che solo di rado
permetto a qualcuno di visitare. L’ho ereditato dai
miei genitori. Ci sono affezionato. Sono figlio
unico. Sono cresciuto da solo. Escluse le volte che
ci recavamo d’estate in una dacia a quattro ore da
Mosca, circondata di betulle splendenti e laghetti
pieni di pesci. Là c’era una mia coetanea con la
quale mi divertivo a stuzzicare piccoli mammiferi:
li infilzavamo non dico come e li lasciavamo lì a
seccare al sole. Si chiamava Konstantsiya. Ne ero
innamorato. Forse. Aveva i capelli neri e la guance
rosa, le labbra rosse e due occhi da principessa.
Sono molto geloso dei miei oggetti. Guai se qualche
malintenzionato dovesse pensare di sottrarmeli.
Potrei ucciderlo. Potrei farlo fuori senza problemi
con le mie stesse mani. Ladri manigoldi. Vi odio.
Odio le vostre madri e i vostri desideri. Non avrei
alcun rimorso di coscienza. La coscienza, peraltro,
cosa volete che sia. La coscienza non esiste. È
tutta immaginazione. A scuola ci raccontavano un
sacco di menzogne. Facendo il collezionista sono
diventato un uomo ricco, molto ricco, un
miliardario. (Prima facevo l’industriale nel settore
tessile e anche lì non andava male, ma a mi
annoiavo). Per questo molta gente mi fa la corte.
Per questo molta gente mi chiama “il grande cinico”.
Mi ama. Mi lusinga. È convinta che sarei disposto a
tutto pur di mettere le mani su un reperto
particolarmente interessante. Giustamente. Ma io
disprezzo il prossimo e delle moine degli altri me
ne frego alla grande. Non so cosa sia la carità.
Eccetera, eccetera. Preferisco starmene per i fatti
miei. Come ho sempre fatto. Con i miei reperti. Con
le mie infinite collezioni. Nel mio freddo, gelido e
buio appartamento nel cuore di Mosca. A proposito...
Oggi sì che è un giorno davvero speciale per le mie
collezioni. Oggi, oggi ho infatti saputo che tutti i
religiosi del monastero di san Danilo se ne andranno
via per due giorni per festeggiare san Nicola. Non
so dove andranno di preciso, in campagna, forse,
verso nord... Boh. Non mi interessa. L’importante è
che finalmente avrò il via libera. Finalmente potrò
mettere le mani sulla reliquia alla quale ambisco di
più. Che sogno anche di notte. Il cui fantasma mi
perseguita fin dalla tenera età. Il superiore –
l’unico monaco con il quale dialogo - custodisce le
chiavi della chiesa in un pertugio segreto del muro
di casa Sofia, di fianco al monastero. Lo sanno in
pochi. E io sono fra questi. Il superiore,
d’altronde, si fida di me e del mio intelletto.
Povero imbecille. Non dovrei, quindi, aver problemi.
Arrivo lì, mi impossesso delle chiavi e poi... Bene.
Muoviamoci. Il sole è già alto e i monaci se ne
saranno già andati da un pezzo.
Eccomi. Eccomi nel cuore pulsante della città. La
mia città: Mosca. Il sole, qualche nuvola bianca,
il farfugliare del vento fra le fronde degli alberi,
il passeggiare monotono degli sconosciuti, un bimbo
che insegue una farfalla. O è una libellula? Strana
la mia sensibilità, non è vero? La sensibilità del
“grande cinico”. Inappropriata, perlomeno. Se
dovesse saperlo la gente, non ci crederebbe. Io,
colui che potrebbe stritolare chiunque con le
proprie mani se solo gli venisse in mente di
sfiorare anche solo un pezzo delle mie collezioni...
A piedi ci metterò mezz’ora a raggiungere il
monastero di san Danilo. Minuto più, minuto meno.
Com’è affascinante questo 1909. Come sono
affascinanti gli zar. Quanto è stupido Lenin.
Probabilmente deve essere qualcosa di simile anche
in altre città, a Parigi forse. Sto parlando del
fascino. Mi piacerebbe fare un salto a Parigi.
Dicono che ci siano degli ottimi pittori. Pittori
che stanno rivoluzionando il concetto di pittura.
Dicono che c’è uno spagnolo piccolo e tarchiato che
sta facendo faville. Oltre a rimorchiare donne senza
pietà. Uccidendole l’anima. Potrei farlo fuori e poi
ricavarne una reliquia. Eh. Dai, sto scherzando.
Mica sono così insano. Un giorno, comunque, dovrò
decidermi a fare un salto in Francia. Anche per
altre cose. Per vedere la Senna, per esempio. Per
vedere... Va beh. Intanto sarà meglio pensare al
colpo di oggi. Ho con me una valigetta da medico
raccattata al mercato delle pulci l’anno scorso.
Secondo il venditore apparteneva a Rasputin. Secondo
me è una balla. L’ideale per metterci dentro ciò che
mi serve. Né grande, ne piccola. Non dà nell’occhio.
Funzionale. L’ideale. La mia reliquia dovrebbe
starci alla perfezione. Che bello, però,
passeggiare. Era da tempo che non camminavo così a
lungo. Che non respiravo così profondamente. Mi
sposto sempre in carrozza. D’altronde, potendomelo
permettere... Agli agi, alle comodità sarebbe
peccato mortale rinunciare. Ora, poi, che il
progresso è ovunque. Che ovunque si sente parlare di
progresso. Che anno magnifico il 1909. Quante
scoperte sensazionali. Lo spazio, il cosmo, la
chimica, la fisica. Una volta c’era l’alchimia di
cui anch’io ho provato ad appassionarmi quand’ero
più giovane. In camera mia ho provato a fare degli
esperimenti strani. Molto strani. Un giorno ho fatto
saltare mezza stanza. Da quel giorno, però, mio
padre mi ha proibito di coltivare la mia passione. A
proposito di esperimenti... C’è uno svizzero – mi
sembra che sia svizzero - che deve aver inventato
qualcosa di assai importante negli ultimi anni. Ha
sviluppato una teoria importantissima. Dice che la
massa moltiplicata per la velocità della luce
equivale all’energia. Curioso, no? Come dire che io
se mi muovessi alla velocità della luce non sarei
più un corpo, ma una forma di energia. Una ‘massa’
di energia. Così le mie collezioni. Stupendo. Che
brutta cosa invece i parassiti, i mentecatti, i
fannulloni, quelli che aspirano alla rivoluzione.
Fosse per me ripristinerei i servi della gleba.
Maledetto 1861 e l’emancipazione dei contadini.
L’uguaglianza sociale è una blasfemia. C’è chi nasce
per pascere il bestiame e chi per... collezionare
reliquie. Dunque oggi faccio tranquillamente a meno
della carrozza. Oggi sono così su di giri che potrei
spostarmi a piedi anche per andare sulla Luna. Di
questo passo sarò al monastero per mezzogiorno, poi
avrò tutto il tempo per lavorare con calma. In fin
dei conti il monastero lo conosco come le mie
tasche. In fin dei conti conosco come le mie tasche
il punto preciso dove effettuerò il mio furto. Il
mio capolavoro. Proprio lì: il punto in cui è
sepolto il grande, inimitabile, maestoso Nikolaj.
Ci siamo. Quello là in fondo è il monastero di san
Danilo. Pochi passi, pochi passi e ci sono. Infatti.
Eccomi davanti alla casa di Sofia. Una casetta
piccola e lugubre, appesantita dagli anni,
circondata da oche e galline. Una volta ci abitava
un monaco con un occhio di vetro e il suo cane
zoppo. Mi guardo intorno con fare circospetto. Non
c’è anima viva. Non una traccia di qualche monaco
ficcanaso. Bene così. Agguanto la chiave dal
pertugio. Mi muovo verso l’entrata della chiesa.
Reminiscenze gotiche, possibile? La chiesa... Sarà
meglio utilizzare un’entrata secondaria. La chiave,
tanto, è sempre la stessa. È la stessa anche dei
sotterranei dove i monaci nascondono viveri e
oggetti preziosi e dove mi piace andare a curiosare
quando sono in compagnia del superiore. Da qui si
passa prima in sacrestia, poi nel monastero.
Passaggio obbligatorio. La chiave gira alla
perfezione. Il buon lavoro dei fabbri da queste
parti non lo si può certo mettere in dubbio! I
fabbri moscoviti sono una garanzia. Come le miniere
di sale di Wieliczka. Sono all’interno del
monastero. La luce è fioca, come sempre. C’è
un’umidità pazzesca. L’ambiente è tetro, c’è odor di
cera, c’è odor di marcio, muffa. Tutte cose che
conosco alla perfezione e poi... i tanti attrezzi
degli operai, così come sono stati lasciati ieri,
prima che i lavoratori si concedessero due giorni di
riposo in occasione della ‘gita’ fuori porta dei
monaci. Eh sì, perché in questi giorni – non a caso
in concomitanza con l’anniversario dei cento anni
dalla morte di Nikolaj – è in corso il restauro
della sua tomba. Mi avvicino dunque al luogo di
sepoltura e... Mamma mia, quanto ben di Dio, ehm.
Dio, lasciamolo stare. Benché ateo, queste
situazioni riescono sempre e comunque a mettermi una
certa ansia. Nonostante gli anni di esperienza...
Oddio cosa vedo. I resti di... i resti di un
gigante, il gigante, capostipite della letteratura
russa, mio padre e mio nonno e mia nonna e... Mi
vengono i brividi. Anche se di solito i brividi non
mi vengono mai. Mi viene la pelle d’oca. La pelle di
cappone. Come succedeva a mia mamma quando le
dicevano che lo zar aveva il mal di pancia perché
aveva mangiato troppo. Che sciocca mia madre.
Avrebbe dato la vita per lo zar. Ci sono perfino dei
frammenti di tessuto della sua giacca. Ci sono...
Non ci posso credere. Que... Quella è la giacca di
Nikolaj! La giacca... Dunque: un pezzettino potrei
prenderlo per Lenin. Un taglietto qui, un taglietto
là... Chi lo sa: potrebbe fargli piacere. O per
quell’altro imbecille: Stalin? Ok. Bada alla ciance.
Procediamo. Le ossa sono perfettamente conservate.
Ottimo. Le ossa sono perfettamente integre. Quanto
sono belle. Nonostante gli anni. Cento anni. Cento
anni dopo le sue coliche. Cento anni dopo i suoi
accessi di isterismo. Misticismo malato. Ma ecco il
pezzo forte... Quello che sarà il migliore oggetto
della mia collezione. Quello più prestigioso. Che
conserverò con grande cura in un anfratto segreto
del mio freddo, gelido e umido appartamento. Eccolo
brillare davanti alle mie pupille affamate.
Occipitale, parietale, temporale. Lo afferro con
delicatezza - soffocando il tremolio delle mani - e
lo infilo nella mia borsa da dottore. La borsa di
Rasputin. La borsa... Fatto. L’avevo detto:
l’ideale. Facilissimo. Felicissimo. Giuro. Non
pensavo potesse essere così semplice. Ah, beh, ehm.
Sì, è giusto, più che giusto. Un minuto di silenzio.
Sarà anche il caso. Abbasso il capo. Mi tocca.
Massimo rispetto. Massima devozione. Ciao Nikolaj...
Ti prego, non ne averne a male. No. Faccio questo
anche in nome della cultura. E poi... poi, pensa,
sarà grazie a me che regnerà per sempre nei secoli e
nei secoli il mistero della tua testa perduta. La
testa perduta del grande Gogol.