IL
NON MORTO
di Izzo Federico
La nebbiolina del mattino che ricopriva l’ormai
folta erba del giardino, stava iniziando a
dissolversi. Tra i rami di un morente albicocco,
trapelavano i primi raggi di un sole freddo e
stanco.
L’aria frizzante di quella mattina di ottobre,
vedeva nell’enorme casa disabitata da anni, un
luogo ideale per intrufolarsi e correre via
attraverso porte, finestre e pertugi, lasciando
dietro di sé un qualcosa di sinistro.
La vitalità, l’allegria ed il divertimento di
quell’estate ormai finita, non esistevano più.
Ora in quel luogo a pochi chilometri dalla
cittadina, regnava il silenzio, la malinconia,
la morte.
Lui era lì. Dietro la finestra di quella casa
che tutti nel circondario pensavano fosse
disabitata. Non amava affacciarsi e farsi
vedere, ma quella mattina il suo istinto gli
diceva di farlo. I raggi del pallido sole
iniziavano a dargli fastidio, ma era abituato a
sfruttare ogni ombra per proteggersi. Nel corso
dei secoli aveva molte volte sfidato la sua
nemica naturale e in diverse circostanze una
distrazione in più avrebbe potuto essergli
fatale.
Ma quella mattina aveva fame. La stagione era
mutata e doveva cibarsi al più presto. Non
sentiva il bisogno di dormire. Anzi, il suo
corpo era un fremito di eccitazione e presto il
suo istinto lo avrebbe portato all’azione.
Il sangue era il suo pasto.
Secoli e secoli intrisi di quel liquido vitale
avevano cibato la sua stirpe; donne, uomini,
bambini, neonati. Ma uno su tutti veniva
preferito agli altri, ed era quello delle
vergini. Le giovani donne, così delicate,
profumate, ancora nel pieno della loro
adolescenza, avevano il sangue puro, di un rosso
vivo. E poi la bramosia che suscitavano in lui
era qualcosa di sconvolgente.
Mentre pensava i suoi sensi si dimenavano come
cavalli imbizzarriti. Mentre ci pensava, lei
uscì.
La guardava come se non avesse mai visto una
donna; come un bambino che per la prima volta
guarda il volto della madre cercando di capire
chi sia, ma che poi la accoglie dentro di sè
perché sente il suo odore.
Nella penombra la scrutava e sentiva il suo
profumo librarsi nell’aria. Osservava la sua
pelle bianca riflettere alla luce del primo
sole; il riflesso gli faceva male agli occhi, ma
non riusciva a togliere lo sguardo da quel collo
così lungo e morbido. Gli tornarono alla mente
le lunghe e bianche spiagge maldiviane in cui
aveva mietuto vittime a non finire durante le
festose e lussuriose notti estive. Le donne di
quei luoghi lontani avevano la pelle scura.
Levigata dal sole. La tinta ebano lucente, come
gli antichi mobili ottocenteschi, i loro
lineamenti lievemente allungati, andavano a
caratterizzare creature nate e scolpite dai
raggi del sole. Era proprio questo che lo
eccitava. Possedendo quelle donne, sfidava la
luce. Si appropriava di qualcosa che apparteneva
al giorno, alla vita.
Distolse la mente da quei pensieri e continuò ad
analizzare i suoi movimenti. Nelle sue pupille
si specchiavano i suoi lunghi capelli biondi, il
suo corpo diciottenne che giorno dopo giorno si
stava trasformando in un corpo da donna.
La desiderava.
Avrebbe agito di notte, mentre lei dormiva.
L’avrebbe colta nel sonno, intorpidita,
indifesa, incapace di reagire a qualsiasi
aggressione. Le avrebbe trasmesso l’immortalità,
l’immortalità dei non-morti, sarebbe divenuta la
sua sposa; legati per sempre da una passione
rossa come il tessuto liquido che avrebbe
assaporato. Lei, restìa all’inizio, piano piano
si sarebbe lasciata andare ed infine lo avrebbe
desiderato con tutta se stessa, dando sfogo alla
passione più perversa.
Passò tutto il giorno con quel chiodo fisso.
Nella mente riaffioravano i ricordi delle lunghe
e sanguinose battaglie della storia, quando tra
il fumo dei cannoni o dei fuochi ormai spenti,
andava alla ricerca di qualche ferito per
succhiargli via l’ultimo soffio di vita. Oppure
quando nella Francia del XVII° secolo, le
cortigiane si offrivano a lui invaghite del suo
misterioso fascino. E lui le accoglieva dentro
di sé con estrema passione e crudeltà. Mai
avrebbe dimenticato i loro occhi dapprima
terrorizzati, ma in seguito estasiati da una
sensazione che le avrebbe trasportate in un
mondo sospeso tra realtà e oblio. Tra la vita e
le tenebre. Sentiva dentro di sé una sensazione
mai provata prima. L’eccitazione era salita a
tal punto da farlo tremare. Ad un tratto
credette di divenire pazzo. Quella ragazza lo
stava martoriando e lui era imprigionato in
quella maledizione che per secoli gli aveva
impedito di mostrarsi di giorno. Aveva voglia di
guardare il sole ed imprecare contro di lui,
contro la sua lentezza. Desiderò che il mondo
divenisse buio improvvisamente. Chiuse gli occhi
e per un attimo il suo desiderio si avverò.
Cercò di calmarsi e quando riaprì gli occhi il
momento di agire era finalmente arrivato.
Era ormai giunto il crepuscolo. Il sole morente
dietro gli alti pini gli dava sollievo.
Verso le ventidue e trenta le nuvole iniziarono
a ricoprire il cielo, ed un forte vento cominciò
a soffiare infastidendo gli alberi che sotto il
suo poderoso alitare iniziarono ad ondeggiare.
Un sinistro danzare in onore del rito che si
sarebbe compiuto da lì a qualche ora.
Giunse una macchina. Delle voci dalla casa
adiacente:
- Non fare tardi…,stai
attenta.
- Si, mamma…,ciao papà!
La voce ancora da bambina riecheggiò nelle sue
orecchie come una enorme eco.
La vide uscire correndo, entrare in macchina e
salutare il ragazzo che era venuta a prenderla.
Uno scorcio di luna le illuminò il collo bianco,
tenero. Quella visione gli si stampò negli occhi
come una fotografia in bianco e nero.
Doveva agire al più presto, ormai le sue membra
ribollivano di desiderio.
Come un’ombra uscì dalla casa. I suoi sensi gli
suggerivano dove andare, come muoversi. Seguiva
furtivamente la Chevrolet rossa del ’68 che
spericolatamente tagliava ogni curva. Lo stridere
delle gomme sulla strada, era accompagnato da risa,
gridolini, carezze fugaci del ragazzo sulle gambe di
lei.
Lui osservava ogni cosa. Sapeva già dove sarebbero
andati. Si stavano infatti dirigendo verso il bosco
a tre chilometri dalla casa di lei. Lì avrebbero
fatto sesso; troppo presto, per una ragazza ancora
acerba.
Provò quel tipo di sensazione che i mortali
chiamavano gelosia, ma che i vampiri chiamano
profondo odio e desiderio di possessione.
L’auto si fermò in uno spiazzo contornato da alberi.
L’erba a terra era corta e la chevrolet non ebbe
problemi. I due ragazzi parlottarono per un pò. Lui
dall’alto osservava il ragazzo che abilmente metteva
in pratica l’arte del corteggiamento. Avrebbe voluto
saltargli addosso ed annientarlo. Si impose di non
farlo. Non era lui che voleva. Quel ragazzo era
solamente un ostacolo al suo piano. Doveva
eliminarlo ma il momento non era ancora giunto. Dopo
qualche minuto finalmente il corteggiamento del
ragazzo diede i suoi frutti e i due iniziarono a
baciarsi con passione. Nel suo mantello nero attese
l’attimo che aveva scelto per compiere l’opera. Gli
occhi rosso sangue sembravano quelli di una belva.
Quella femmina era sua. Nessuno doveva
intromettersi. I raggi lunari ad un tratto
illuminarono la scena con la rapidità di un fulmine.
Il vento scuoteva gli alberi sempre più forte. Tutto
era da preludio ad una tragedia.
Agì.
La portiera della costosa macchina si aprì con un
soffio. Il ragazzo si sentì strappare via dalla sua
amata preso nella morsa di una forza innaturale. Lo
trascinò nel sottobosco. Lo fece a pezzi con i suoi
artigli. La carne dilaniata dava libero sfogo a
fiotti di sangue. Gli occhi del ragazzo impietriti
dal terrore e dall’immenso dolore, facevano da
contrasto alle piccole sfere impazzite del vampiro.
Lo lasciò lì, le pupille sbarrate del ragazzo
avevano fotografato l’ultimo istante di furia,
mentre il suo corpo ormai senza vita giaceva in una
pozza di sangue.
Il vampiro, placata l’ira, si girò. Vide la ragazza
che urlava dalla paura. Con un balzo la raggiunse.
La prese, lei si divincolò e fuggì. Pochi metri e
cadde e quella caduta la condannò a morte. Per la
seconda volta il vampiro si avventò su di lei, il
suo mantello la ricoprì facendo dei due un unico
corpo . Le penetrò il collo con i suoi denti
aguzzi ed andò in estasi. Sentiva il sangue di lei
entrare nel suo corpo; stava rinascendo a nuova
vita, lui, l’essere immortale; si accorse ad un
tratto di non riuscire più a governare il suo corpo.
Quella linfa vitale si stava impadronendo di lui.
Aprì gli occhi e vide l’ultimo bagliore di vita
della ragazza che attraverso le pupille lo
osservava. Quella luce si stava affievolendo piano
piano ma con tutto ciò ancora sprigionava una forza
capace di ipnotizzare il vampiro. Si sentì per la
prima volta vulnerabile. Provò una sensazione nuova.
Forse paura, ma non riuscì a darne una spiegazione
certa. Seppe solamente che ora era lei a comandare.
Terminò l’opera qualche minuto dopo e la lasciò
andare con una delicatezza che lo sorprese.
Fu in quel momento che si accorse che la sua
vulnerabilità questa volta gli era stata fatale. La
testa di un legnetto appuntito sporgeva dal suo
petto. Guardava quell’oggetto con occhi stanchi,
quasi assopiti. Era incredulo e mentre le forze lo
stavano abbandonando e le carni sembravano ribollire
intorno alla ferita, osservò il viso di lei che con
gli occhi sbarrati e privi di vita lo fissavano
seriosi. Tentò di alzarsi in piedi ma per lui era
giunta la fine. Come un veleno quel legno di faggio
rilasciava la sua linfa mortale. Per un attimo pensò
a qualche assurda soluzione ma dovette rassegnarsi
al suo destino. sarebbe tornato per l’eternità
nell’oblio dal quale era rinato.
Si dissolse come fumo, ridiventò parte dell’ombra
che tanto aveva amato.
L’indomani la polizia trovò i due giovani. I poveri
resti del ragazzo giacevano in una pozza di sangue
mentre distesa sull'erba imperlata dalla brina del
mattino vi era una ragazza. la sua pelle bianca era
intatta e non aveva la minima ferita che potesse far
pensare ad un cruento omicidio. Ma il suo cuore era
fermo e la scientifica costatò che la morte era
avvenuta già da qualche ora. Lo strazio dei genitori
ebbe il suo culmine durante i funerali del ragazzo
che si svolsero pochi giorni dopo.
La mattina del ritrovamento invece, la ragazza venne
portata in obitorio per rimanere lì ventiquattro ore
in attesa dell'autopsia. Stranamente nessuno aveva
notato due piccolissimi forellini rossi sul suo
collo.
A mezzanotte del giorno dopo la tragedia, in un
morgue gelido come il più rigido degli inverni, gli
occhi di lei si riaprirono.