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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

IL PRINCIPE

di Bovini Samuele

 

La storia comincia col solito, banale, dlin-dlon del campanello del mio negozio, alle dieci e venti di una qualsiasi mattina di Marzo.

Ho ancora memorizzata, come fosse su un nastro indelebile, la sua voce che diceva: «signorina, permette?», mentre io, inginocchiata di spalle, sceglievo i gerani da buttare. Il tono era pacato, signorile, il timbro fermo e suadente.

Mentre mi giravo per vedere come fosse fatto, sapevo perfettamente che tipo di uomo mi sarei trovata davanti. E non mi sbagliavo affatto. Un metro e ottantacinque, più o meno, sulla trentina; cappotto marrone di renna e scarpe, probabilmente molto costose, di cuoio marrone scuro, ancora lucide per quanto erano nuove.

Ero quasi ipnotizzata dalla sua figura, ma subito lui ruppe quel mio stato di quasi-trance. «Vorrei dei fiori», disse semplicemente.

« Bene. Ha già un’idea? Che tipo di…»

«Faccia lei, mi fido del suo consiglio. Sono per una donna».

Gli mostrai quasi tutti i fiori che avevo, soffermandomi su quelli che ritenevo opportuni. 

Alla fine, lo convinsi per il classico mazzo di dodici rose. L’unica nota di originalità che mi concessi, fu il colore. Undici rose blu con una rossa nel mezzo. Ne uscì un mazzo davvero ben confezionato, ne fui subito orgogliosa.

 «Scrivo qualcosa?», chiesi.

«Molto gentile. Può scrivere questo: è solo una goccia di bellezza, paragonata a quell’oceano che sei tu. Spero vorrai cenare con me, stasera.» Poi mi prese gentilmente la penna di mano, e aggiunse qualcos’altro di suo al biglietto.

Pagò in contanti. Mi voltai per prendere il resto, ma quando mi girai di nuovo, erano spariti lui e il mazzo. Scomparso nel nulla. Il principe era tornato nel suo regno di fiaba col suo cavallo bianco, per consegnare dodici rose ad una  principessa. E a me, non restava che sorridere, sentendomi come se avessi fatto una comparsata da una paginetta su un libro di favole.

 

Alle 19:30, come sempre chiusi bottega e mi diressi alla macchina. Non vedevo l’ora di infilarmici dentro esausta, e lasciarmi trascinare fino a casa.

Ma quella sera qualcosa andò in modo diverso. Mentre mi avvicinavo sempre più al mio Peugeot, vedevo da lontano che c’era qualcosa…

Era legato al finestrino, un mazzo di rose blu con una rossa nel mezzo e un biglietto. Lo riconobbi all’istante, ma volli lo stesso leggere il biglietto. Lo aprii con foga. “È solo una goccia di bellezza…” Ed ebbi la certezza che era davvero lui. I miei occhi si fiondarono a leggere la parte finale, quella che aveva scritto lui e di cui non sapevo il contenuto.  “…. Vieni in Via Dante 6 a che ora vuoi. Ti aspetto con ansia.”

Ancora incredula, col fiato bloccato in gola, ma allo stesso tempo quasi divertita, sistemai con cura il mazzo e il biglietto sul sedile posteriore. Accesi la macchina e andai. Ero indecisa se andare subito, per non rischiare di far tardi, oppure passare da casa per una doccia veloce e per infilare un abito più adatto all’occasione. Non avrei certo fatto un figurone con indosso le mie scarpe da tennis, i jeans e quel maglione viola un po’ sfilacciato. Decisi quasi subito per la seconda opzione.

La comparsata da una paginetta si stava allargando: in quel momento ero diventata la protagonista di quella storia: la principessa.

La doccia fu rapida e freddina; ci volle un po’ di più, invece, per scegliere cosa mettere. Dieci minuti più tardi il letto della mia stanza era diventato una collina di seta e cotone: sembrava di stare in un negozio di stoffe. Alla fine, la spuntò un vestito corto, elegante, ma tutto sommato informale. Mi chiesi se non avessi osato troppo con il colore: un rosso acceso, che di certo non nascondeva le intenzioni.

 

Giù per le scale, i tacchi delle scarpe, anche loro rosse, rischiarono di mandarmi più volte in terra, ma riuscii ad entrare in macchina comunque indenne. Le 20:10, non male.

Il mio peugeot, vicolo dopo vicolo, mi guidava trottando dal mio principe, e durante il viaggio, non riuscivo a fare altro che rivedermi la figura di lui che mi fissava mentre gli confezionavo quel mazzo di fiori che non sapevo ancora essere destinato a me.

In Via Dante numero sei non trovai un castello, ma una casetta piccola e carina, niente cavalli bianchi parcheggiati fuori, né tappeti rossi su cui sarei dovuta passare; e soprattutto, niente lunghissime scalinate di marmo bianco da percorrere, fortunatamente per me e i miei tacchi. Lui era già sulla porta ad attendermi, con un sorriso ingenuo e fresco.

Mentre mi accompagnava in un giro turistico della sua reggia, scoprii che si chiamava Stefano, che aveva trentadue anni, era avvocato, e che viveva da solo in quel piccolo e confortevole appartamento. E mentre parlava, non facevo che guardarlo ed estasiarmi, riempirmi gli occhi con la sua bellezza, allietarmi le orecchie con il suono confortante della sua voce. Lui ricambiava spesso i miei sguardi, e mi sembrava di capire che sapesse benissimo cosa pensavo in quei momenti..      

La cena fu splendida, non c’è che dire, ma lui lo fu ancora di più. Mi dette ulteriore sfoggio della sua superba eleganza, in tutto ciò che faceva e che diceva. Me ne innamorai nel breve spazio di un’ora, se già non ne ero innamorata prima.

Quando avevo ancora il cucchiaio del dolce in mano, successe. Del resto, era inevitabile. Si alzò dalla sua seggiola, e senza profferir parola si avvicinò alla mia. Mi prese delicatamente la mia mano destra tra le sue, e dopo una specie di inchino, mi alzò in piedi. Avevo i suoi occhi a dieci centimetri dai miei. E…

Fu memorabile. Talmente bello che nemmeno notai che le sue labbra non si dischiusero mai durante il bacio. A quel punto mi prese per mano e mi condusse in camera da letto. Lo seguii, sentendomi perfettamente a mio agio.

Ero entrata talmente tanto in quella situazione, che tutto ciò che mi circondava, al di fuori del mio principe, era lontano anni luce da me, come fosse la percezione distorta di un ubriaco. Ma non potei non notare, anche se lo feci senza troppo stupirmi, quello che c’era alle spalle del suo bel letto in ferro battuto. Sulle prime mi parve un grande quadro, ma mi accorsi che si trattava di un arazzo. Proprio così, un arazzo grande quasi tutta la parete.

Durante il precedente giro turistico del castello, il mio beneducato principino non mi aveva mostrato la sua stanza, da vero gentleman. Fu proprio per questo che l’arazzo riuscì a catturare la mia attenzione, o forse per… quel non so che di enigmatico che aveva. Raffigurava un uomo in vestaglia nera, seduto con una posa sicura su di una grossa poltrona di vimini, anch’essa nera. L’uomo, a cui non seppi dare un’età, aveva lunghi capelli scuri appena ondulati, che gli cascavano sulle spalle. Teneva la testa leggermente abbassata, rivolgendo verso lo spettatore dell’arazzo uno sguardo intensissimo e incredibilmente realistico.

Guardai per un attimo il mio principe, ma non era lui, no. Non si assomigliavano: l’uomo nell’arazzo aveva i capelli più scuri e molto più lunghi, e aveva il viso più scarno, più… cattivo. Tutto l’arazzo, in generale, trasmetteva un immediato senso di potere e di angoscia mescolati insieme. Aveva un fascino indiscutibile, nel bene e nel male; doveva valere un vagone di soldi.

Mentre osservavo l’arazzo all’improvviso non sentii più la mano di lui che teneva la mia, e mi girai immediatamente. Appena in tempo per accorgermi che mi stava prendendo in braccio. E la cosa mi piaceva.      

Mi depose dolcemente, ma in modo anche molto virile, sul letto. Mi baciò di nuovo. Le lenzuola di seta viola mi accolsero lisce e freschissime. Lui continuava a darmi rapidi baci, sul viso e sul collo, con una certa frenesia che mi pareva accattivante.

Le sue mani presero a giocare su di me con una naturalezza estrema. Mi ritrovai nuda senza neanche accorgermene.

A quel punto, dopo essersi tolto la camicia, stappò una bottiglia che aveva già pronta sul comodino. Quindi già sapeva come sarebbe andata a finire, e questo forse, mi smontava un po’.

Vino rosso credo, ma sembrava uno sciroppo per quanto era denso e scuro. Sembrava quasi … sangue. Lo versò in due coppe che aveva messo accanto alla bottiglia. Mi porse la mia, ma gentilmente la rifiutai. Non ho mai retto molto bene l’alcol, e quel vino aveva tutta l’aria di essere dannatamente forte. Comunque sembrò non prendersela affatto, e si scolò, tutto d’un fiato, il suo bicchiere, e poi, sorseggiandolo un po’ di più, anche il mio.

Forse era proprio in quel momento che iniziavo a sentirmi meno sicura, meno tranquilla e a mio agio, ma non me ne rendevo ancora conto.

Appena ebbe finito di bere, rimise i due bicchieri dove li aveva presi, ma messi là in fretta e a casaccio questa volta; un punto in meno per la sua, fino a quel momento, impeccabile eleganza. Mi guardò con uno strano sguardo, molto intenso, quasi simile a quello dell’uomo dell’arazzo. Sembrava che volesse mangiarmi anziché fare l’amore con me. Si pulì la bocca, umida di vino, passando sulle labbra il suo braccio nudo.

Un altro sguardo da cannibale, che iniziò a rendermi un po’ agitata, poi quello strano sorriso che aveva divenne un ghigno. Gli occhi gli si sgranarono talmente tanto che sembravano di gomma. In quel momento iniziai a sudare freddo: avevo una autentica, sincera fifa.

Tutto ad un tratto i miei pensieri convogliarono in una sola direzione: fanculo il principe, me ne voglio andare a casa. Ma lui sembrava avermi appena letto nel pensiero, e mi immobilizzò i polsi con le sue mani, fino a un attimo prima così gentili.

Fu proprio in quel momento, che avvicinandomi il suo viso, dischiuse le labbra, e li vidi. Vidi subito quegli orribili ed enormi canini luccicanti. I suoi occhi si iniettarono improvvisamente di sangue. Il mio splendido sogno si stava trasformando in un incubo.

Incredibilmente trovai la forza di reagire, e lo spinsi via. Non ne ero sicura, ma mi sembrava che avesse appena tentato di… mordermi. La mia fiaba era diventata una storia dell’orrore, di quelle da raccontare in campeggio intorno a un bel falò. Ma era dannatamente vera.

Riuscii ad alzarmi dal letto con uno strattone. Con la coda dell’occhio, vidi lui che si metteva in piedi, dall’altra parte del letto, senza dire una parola, senza sembrare affatto sorpreso, e questo mi spaventò ancora di più.

Iniziai a correre, ma i miei piedi nudi e freddi sul parquet sgommavano.

Arrivai comunque alla porta della camera, e ce la feci anche a sbattermela dietro, per mettere qualche altro secondo tra me e il mio ex principe. Ma una frazione di secondo dopo che sbatté, la porta si riaprì: l’inseguitore si avvicinava, era molto più veloce di me.

C’erano tre, forse quattro metri tra me e il portoncino d’ingresso. Ma sentivo dietro quel suo… quella specie di suo… grugnito. Era appena dietro di me.

E infatti, cari miei, non c’era nessun cacciatore che avrebbe potuto sparare al lupo cattivo, nessuna carrozza-zucca che mi fosse venuta a prendere, nonostante fosse mezzanotte passata. Dopo un paio di secondi, sentii di nuovo la sua presa sul mio polso. Cercai di dimenarmi, ma inutilmente. Ricordo chiaramente il suo fiato agitato sul mio collo.

Mi girò, e lo vidi davanti a me, pronto ad attaccare. Si, voleva davvero mordermi quello stronzo del mio principe. Fanculo un’altra volta. Mentre chinava la sua testa di vampiro su di me, vidi dietro di lui, attraverso la porta aperta, l’uomo dell’arazzo che mi guardava. Mi pareva che la sua espressione fosse cambiata. Si, mi ricordo che pensai che stava… ridendo. Una risata malefica, si intende. E dalla sua bocca aperta, pendeva un rivolo rosso.

 

Qui finisce il mio racconto. Ah, dimenticavo: io mi chiamo Maria. Ora però scusatemi, ma il sole è calato del tutto, e io devo uscire. Perché mi sta venendo sete. Si, proprio quello strano tipo di sete, che vi auguro di non avere mai.