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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

IL PROFESSORE E LA BALLERINA

di Polini Andrea

 

 

Mancava una decina di giorni a Natale, e come faccio ogni mattino di buon’ora prima di andare in ufficio, mi concessi una passeggiata sul lungomare. Parcheggiai l’auto lungo il viale di Antignano, poi mi diressi verso il vialetto adiacente che segue il profilo delle spiagge. Tra il vialetto e il viale principale vi è un prato dove sorgono alberi e siepi. Data l’ora e la stagione, non c’era in giro nessun pedone. Ho sempre considerato la mia passeggiata mattutina una sferzata di energia vitale, e non basta certo un po’ di freddo a farmi recedere da questa sana abitudine. Quel mattino, però, devo ammettere che il tempo davvero non si accordava con le mie abitudini. Il cielo e il mare sembravano una voragine grigia che inghiottiva i contorni delle vicine isole di Gorgona e Capraia e delle poche navi ormeggiate in rada. Il mare non era particolarmente agitato, dato che il vento non spirava forte come spesso accade in questa città, ma notai che le onde, quando si infrangevano a riva, erano silenziose in modo quasi innaturale, e udivo soltanto un sommesso rumore di risacca. Proseguendo a camminare, raggiunsi il promontorio che si spinge per diversi metri oltre la spiaggia. All’estremità di esso sorge un solitario pino, simile ad una vedetta ostinata. Guardai lo specchio di mare sottostante. C’era una persona in acqua, un uomo completamente vestito che camminava impavido verso il largo, con le braccia tese in avanti come stesse andando ad abbracciare qualcuno. Distinsi abbastanza bene l’uomo. Era giovane, non molto alto, i capelli biondi gli arrivavano fin quasi sulle spalle. Portava gli occhiali. Gridai con quanto fiato avevo in gola: “Si fermi!”. L’uomo sembrò non sentirmi, ma forse dalla mia bocca non uscì alcun suono, o magari il mio grido si smorzò nell’anomalo silenzio che pervadeva il lungomare. Decisi di correre giù sulla spiaggia, tuffarmi in acqua e bloccarlo, prima che fosse troppo tardi. Invece non mossi un passo, e rimasi a fissarlo dal promontorio, terrorizzato, mentre avanzava e sorrideva a chissà chi. In quel punto il mare diventa presto profondo, e il giovane si inabissò senza lasciare traccia alcuna, come non fosse mai esistito, o come facesse parte egli stesso di quel mare. “Aiuto, c’è un uomo in mare!” gridai dopo un po’. La voce mi uscì forte, ma non c’era nessuno nelle vicinanze che potesse raccogliere la mia invocazione. Disperato, confuso, tirai fuori il cellulare dalla tasca della giacca e composi il 112. Ai carabinieri cercai di raccontare quel che avevo visto, o che credevo di aver visto, perché in quel momento non mi sentivo più sicuro di niente. Tempo pochi minuti, le sirene di diversi mezzi di intervento lacerarono la quiete che aleggiava sul lungomare. I carabinieri, i vigili sommozzatori e i volontari dell’ambulanza si avvicinarono quasi di corsa al promontorio dove ancora mi trovavo, vicino all’antico pino. Ricordo che mi fecero la stranissima impressione di essere come fuori posto in quel luogo. A poco a poco, una piccola folla di passanti si radunò nei pressi del promontorio, e il vecchio pino ostinato sembrava troneggiare su di essa. Io ero l’unica persona che era stata presente al fatto, pertanto fui anche l’unico ascoltato – invero piuttosto a lungo – dai carabinieri. Non so quale opinione di me si siano fatti i militari in quel momento, dato che in acqua, sulla spiaggia, sul promontorio, sembrava non esserci traccia del passaggio del giovane suicida. Dopo, mentre i vigili sommozzatori iniziavano le ricerche in acqua, un appuntato mi offrì di andare a prendere qualcosa di caldo in un bar lì vicino. Ci allontanammo a piedi dal lungomare, attraversammo il viale di Antignano, che intanto si era fatto più trafficato, e imboccammo una strada traversa che conduce al quartiere residenziale di Banditella. Arrivammo al centro commerciale, una costruzione moderna a due piani dall’aspetto lineare e discreto, di vetro e cemento. Entrammo nel bar che sorge all’ingresso del centro, ordinammo al banco due cappuccini e ci sedemmo ad un tavolo a ridosso delle ampie vetrate attraverso le quali si scorgeva, in lontananza, il viale a mare. Mentre bevevamo i cappuccini, si parlava del più e del meno, e credo che l’appuntato si sia convinto di non avere di fronte un visionario, ma un poveretto che aveva assistito a qualcosa di molto strano e sconvolgente. Alla fine mi consigliò di prendermi qualche giorno di riposo, e di astenermi dalla mia abituale passeggiata mattutina, o almeno di evitare il luogo dove avevo visto il giovane scomparire in mare. Dopo un po’ tornammo insieme verso il viale di Antignano. Lo ringraziai per la sua premura, poi salii sulla mia macchina, mentre lui tornò sul lungomare. Abito a pochi chilometri di distanza da lì, e mentre guidavo verso casa, mi domandavo cosa avrebbe pensato di me mia moglie.

<Amore, hai i nervi scossi. Ha ragione l’appuntato, dovresti prenderti qualche giorno di riposo,> mi disse infatti lei, un quarto d’ora dopo, seduti sul divano della sala, dopo che le ebbi raccontato il fatto. Mi accarezzò i capelli come si fa a un bambino capriccioso. Era evidente che dubitava del mio equilibrio psichico. Poco dopo le una pranzammo, e in quel mentre progettò su due piedi una vacanza. <E’ tanto che non ce ne concediamo una,> disse.

Decisi però di non dar retta ai consigli. Sentivo che buttarmi subito nel lavoro mi avrebbe fatto bene, perciò alle due e mezza, dopo aver ascoltato il telegiornale di Telegranducato - che aprì la serie di servizi proprio col  fatto di cui ero stato testimone, riferendo però che ancora non era stato ritrovato il corpo del presunto scomparso – uscii di casa, e alle quindici in punto mi trovavo già seduto alla scrivania del mio ufficio in piazza Grande, nel centro cittadino, alle prese con le pratiche contabili. Raccontai quello che mi era capitato anche ad Anna, la segretaria - di tutti fu la persona più portata a credere alle mie parole -, che ipotizzò trattarsi di un suicidio. Io, in cuor mio, alternando una pratica ad una sigaretta, mi dicevo che sarebbe stato meglio che un cinquantacinquenne come me soffrisse di traveggole, piuttosto che un giovane si fosse ucciso. Erano da poco passate le diciassette quando squillò il mio cellulare. L’avevo lasciato nella giacca appesa alla poltrona della scrivania. Presi in mano l’apparecchio; il display mostrava la scritta “sconosciuto”.

<Pronto,> risposi.

<Vorrei parlarle a proposito di ciò a cui ha assistito questa mattina,> disse una voce femminile dall’accento vagamente straniero.

<Signora…con chi parlo?> domandai, agitato e confuso. Il cuore mi batteva forte, e per un attimo temetti un mancamento.

<Non ha importanza. Ci incontreremo tra mezz’ora in piazza Colonnella, di fronte alla fontana. Lato hotel. E’ d’accordo?>

<D’accordo…> risposi, come soggiogato dal tono di quella voce.

Accesi un’altra sigaretta, mentre concludevo la pratica che avevo in sospeso. La penna mi tremava un po’ tra le dita. Appena finito mi alzai dalla poltrona, presi la giacca e la indossai, poi raggiunsi la stanza di Anna.

<Stasera chiudi tu lo studio. Ho avuto una telefonata. Devo uscire subito, sembra ci siano novità sul fatto di stamani,> le dissi, affacciandomi sulla soglia dell’ufficio.

<D’accordo. Speriamo buone nuove,> mi rispose, accennando un sorriso.

<A domattina.>

<Ciao.>

Uscii dallo studio, e discesi a piedi le scale fino al pianterreno. Fuori, in piazza Grande, erano già calate le prime ombre della sera. Il traffico scorreva monotono di fronte la bianca facciata marmorea del Duomo, e capannelli di giovani punteggiavano qua e là la piazza. Imboccai la via Grande nel tratto che conduce verso il porto Mediceo. I negozi che sorgono sotto gli ampi portici avevano le vetrine ben rifornite e decorate con motivi natalizi. C’erano molti passanti, e l’atmosfera della festa era evidente e piacevole. Presto arrivai al termine del lungo porticato, in piazza Colonnella. Benché attigua alla via Grande, nella piccola piazza l’atmosfera era diversa, certamente più cupa. Nella piazza vi sono due artistiche fontane, una di fronte all’altra, separate dalla via Grande nel suo ultimo tratto prima del porto. Accanto alla fontana sul lato in cui mi trovavo, a pochi passi da me, c’era una giovane donna vestita con un lungo cappotto nero. Sembrava attendere qualcuno. Ebbi l’intima certezza che attendesse me.

<Signora, è lei…> dissi, avvicinandomi lentamente alla donna.

<Sì,> rispose in un soffio. Mi fissò intensamente. I suoi occhi erano neri come i suoi capelli. Era di corporatura minuta, i lineamenti del volto lievemente irregolari. Trovai che fosse bella e soprattutto affascinante. <Lei deve sapere,> proseguì, col suo strano accento straniero, senza neanche che ci presentassimo. <La ballerina veniva da lontano. Voleva imparare la vostra lingua. Ebbe per insegnante un giovane italiano. Si innamorarono. Lei per lui lasciò il suo uomo, ma lui non ebbe il coraggio di lasciare la sua donna per lei. Disperata, lei si annegò in mare, nel punto in cui sorge un vecchio pino, alla cui ombra, per la prima volta, aveva baciato lui. Questa mattina, con le mani tese ad abbracciarla, lui l’ha raggiunta.>

Il modo di parlare della donna, il suo accento, avevano un che di ipnotico.

<Signora…> dissi. <Lei come sa…>

In quel momento, un gruppetto di turisti diretti verso il porto ci passò accanto, mischiandosi tra noi. Subito dopo, la donna era scomparsa. Solo allora la mia mente fu sfiorata dal sospetto che la donna fosse la ballerina. Forse, avevo parlato con un fantasma. Disorientato mi guardai attorno, cercandola, ma inutilmente. Era svanita, come un sogno all’alba.

Quando tornai a casa non dissi niente della misteriosa donna a mia moglie. Sarebbe stato troppo in un solo giorno. Il telegiornale della sera disse che il giovane non era stato ancora ritrovato. C’era stata però la denuncia della sua scomparsa da parte dei familiari, il che dimostrava che non sono del tutto un visionario. La compagna del giovane, in particolare, aveva raccontato ai carabinieri una strana e drammatica storia avvenuta un anno prima. Era la stessa storia che mi aveva raccontato la misteriosa donna.

Un detto popolare dice che il mare restituisce sempre ciò che prende, ma penso che questa volta non sarà così. Si sono saputi i nomi dei due giovani sventurati, ma preferisco chiamarli semplicemente il professore e la ballerina. Dio perdoni la fragilità della loro condizione umana, e nessuno li cerchi più, nessuno disturbi il loro amore, il loro riposo. Resti soltanto una dolce memoria. Essi, ormai, appartengono al mare.