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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

IL SEGRETO DI DREPANO

di Martino Alessia

 

Sin da quando cominciai ad avere coscienza di ciò che mi accadeva attorno, mi resi conto che ci fosse una sorta di segreto che tutti condividevano, ma dal quale io ero inspiegabilmente esclusa.

Succedeva, in particolare, ogni anno sul finire dell’estate; notavo i discorsi lasciati a metà dai miei genitori, non appena facevo capolino tra di loro, oppure le sere nelle quali mi facevano andare a letto molto presto, senza un’apparente spiegazione.

Sembrava che tutti gli adulti del nostro villaggio si comportassero alla stessa maniera dei miei genitori, diventando a volte molto sfuggenti e sospetti. Ma non ero l’unica ad essere trattata a quel modo.

 “Anche i miei fanno così”, concluse Francesco, quando un giorno gli dissi quel che pensavo,  “Se chiedo di che cosa si tratta, mi rispondono che sono ancora troppo piccolo. È il tipico atteggiamento dei vecchi!”, affermò, con disprezzo.

“Secondo me, c’è sotto qualcosa”, risposi con decisione, “Sono una ragazzina forse, ma non sono stupida.”.

Francesco era da sempre il mio migliore amico. Le nostre case erano quasi attaccate l’un l’altra, ed eravamo cresciuti insieme. Tutti dicevano che, una volta raggiunta l’età giusta, avrebbe chiesto la mia mano. L’idea di me e lui sposati mi faceva a dir poco ridere: sarebbe stato come sposare mio fratello.

 

Nonostante tutto il paese fosse preda di questa invisibile febbre, sembrava che noi fossimo gli unici ad accorgersene; nessuna delle mie coetanee parlava di un argomento diverso dai pettegolezzi o dai ragazzi, nessun cattivo pensiero aleggiava tra di loro. Vivevano in un mondo asettico.

 

Anche questo autunno, poco dopo il mio sedicesimo compleanno, la storia si è ripetuta:  sarebbe durata una decina di giorni, come sempre, terminati i quali tutto sarebbe tornato alla normalità.

Tra la gente, si è cominciato a diffondere un clima di eccitazione crescente, quasi come se tutti si stessero preparando per una festa che però non avrebbe mai avuto luogo. Almeno, non sotto i miei occhi.

Gli adulti, ogni sera, si sono riuniti nella grande sala annessa alla parrocchia, tenendo i bambini e i ragazzi fuori, dicendo che dentro avrebbero solo creato confusione. Se qualcuno tentava di sgattaiolare attraverso la porta, veniva fermato e portato via con la stessa serietà e determinazione che hanno i tutori dell’ordine verso i fuorilegge.

Anche i miei genitori hanno partecipato a queste riunioni; da parte mia, non ho mai tentato di seguirli, nemmeno alle canoniche riunioni di villaggio. Stasera, però, per qualche motivo, hanno decisero di ricorrere a un espediente vecchio ed efficace per tenermi sotto controllo: rinchiudermi a chiave nella mia stanza.

“È per la tua sicurezza, mentre noi non siamo in casa”, si giustificò mio padre, poco prima di chiudere la mia porta con un clang metallico, il rumore della prigionia.

Non appena sentii i miei allontanarsi e la porta di casa chiudersi, presi un pugno di fagioli secchi da un barattolo che tenevo sotto il letto, e mi avvicinai alla finestra; ne lanciai qualcuno contro il vetro della camera di Francesco, sperando che fosse in casa.

Dopo qualche minuto, si affacciò.

“Non ci crederai”, esordì, “Ma sono rinchiuso in casa: prigioniero in casa mia!”

“Lo stesso io”, mi strinsi nelle spalle, “Ti sembra un atteggiamento normale, questo?”

“Affatto. Non si rendono conto che facendo così otterranno l’effetto contrario?”.

Ci guardammo per un po’ in silenzio, nella penombra della sera: ero certa che stavamo pensando alla stessa cosa.

Con l’aiuto dell’esperienza degli anni scatenati dell’infanzia, riuscimmo a scappare dalle finestre. Circospetti come due ladri, ci incamminammo lungo le strade buie e deserte del paese. Tranne qualche finestra illuminata, era completamente buio, e l’aria piuttosto fredda ed ostile. D’istinto, mi strinsi al fianco di Francesco, che mi prese per mano.

Vedemmo alcune persone nei dintorni della parrocchia. Facemmo in modo di non farci scoprire muovendoci da un cono d’ombra a un altro, invisibili come il buio.

Riuscimmo a scivolare sul lato più esterno l’edificio; sentivamo voci soffuse provenire dall’interno, insieme ai bagliori chiari e caldi delle lampade a gas. Convinsi Francesco a farmi salire sulle sue spalle, ma non ero ancora abbastanza alta da raggiungere la finestra. Guardando attorno, trovò dei tocchi di legname, che mise uno sopra l’altro. Mi fece salire sulle sue spalle, e appoggiandosi con le mani al muro, salì sul rialzo improvvisato.

Adesso potevo guardare e sentire meglio attraverso la finestra socchiusa.

 Non c’era nulla di anormale: sembrava una normale assemblea di paese. Tutti i partecipanti avevano preso posto sulle panche e sedie – riconobbi i miei genitori e quelli di Francesco in una delle file centrali –, mentre il sindaco, dandomi le spalle, stava in piedi davanti a loro, e gesticolava parecchio mentre parlava.

Dapprima, non riuscii a cogliere il senso dei discorsi; poi capii che era in ballo qualcosa di veramente importante. E strano.

“Sta diventando troppo difficile”, stava dicendo il primo cittadino, mentre qualcuno dell’assemblea si agitava, “La gente è curiosa, e comincia a notare tutto”.

“Cosa vuol dire?”, chiese un uomo, alzando la voce.

“Voglio dire che non siamo riusciti a trovare qualcuno fuori”.

Probabilmente, era per loro una notizia piuttosto brutta. I mormorii aumentarono, e il sindaco fu costretto a richiamare l’attenzione scuotendo una campanella.

“E dove prenderemo la vittima, quest’anno?”, chiese infuriato lo stesso uomo di prima.

 “Vittima??”.

Zittii Francesco con un colpetto fra i capelli. Gli sussurrai di ascoltare e basta.

Il sindaco fece spallucce. Immaginai il suo viso imperlato di sudore.

 “È solo da qualche decennio che le vittime vengono da fuori il villaggio”, diceva il sindaco, “Se tornassimo all’usanza dei nostri avi…”.

“Parlate così perché non avete figlie femmine!”, lo aggredì l’uomo, che sembrava ormai il portavoce, “I patti erano chiari: vi abbiamo eletto perché ci avete rassicurati che avreste pensato voi a portare una ragazza da fuori!”

“E adesso avete il coraggio di venire a dire che dobbiamo scegliere una nostra figlia da sacrificare?!”, urlò una donna, che riconobbi come la mia insegnante.

Quelle parole mi gelarono il sangue nelle vene.

Figlia. Sacrificare.

Mi mancava il respiro.

Che diavolo significava? I tempi dei sacrifici erano finiti da secoli.

Figlia? Sacrificare?

C’era davvero un segreto nel paese. Un terribile segreto.

Sacrificare? E perché? E soprattutto, a chi?

“Agnese, che diavolo significa?!”, bisbigliò Francesco, partecipando alla mia agitazione. Sgomenta, cominciai a tremare. Dovetti tapparmi la bocca con una mano per non urlare.

“Sapete bene che è un compromesso che la comunità deve tollerare”, spiegò il sindaco, con accondiscendenza, “Dobbiamo saziarlo, altrimenti niente raccolti. Ricordate cosa è successo negli anni in cui non s’è offerto un sacrificio?”.

Un gruppo di anziane donne sedute nelle prime file si fece il segno della croce.

“Il sindaco ha ragione. Ci serve una ragazza, e ce la prenderemo!”, disse un omaccione.

“Perché non offrite vostra figlia?”, risposero da dietro.

“Sua figlia è tutt’altro che vergine!”, ridacchiò una voce maschile, e per poco non scoppiò una rissa.

Il sindaco richiamò l’ordine con la sua campanella. L’assemblea sembrava essersi divisa in due.

“Mettiamo la cosa alle votazioni, signori. In qualche modo, la vittima dovrà saltare fuori”.

 

Ero talmente terrorizzata da non riuscire a cacciar una parola dalla gola. Dovevamo scappare da lì. Ma andare dove? I nostri genitori erano in mezzo a quella gente. Partecipavano anche loro a quell’orrore! Come era possibile!?

Ricordo una sensazione di assoluto terrore che mi sommergeva dall’interno, ottenebrando il resto. Francesco era spaventato quanto me. “Dobbiamo andarcene!”, esclamò senza più controllare il tono della voce.

Fece per scendere dalla pila di legno, e accadde ciò che non doveva accadere.

Mise il piede in falso, e cademmo entrambi, facendo un fracasso che di certo era rimbombato nel silenzio della notte.

“Agnese! In piedi, su, andiamo!”.

Mi sollevò di peso, poi mi strinse la mano e insieme cominciammo a correre.

La fuga, però, non durò molto.

Come temevamo, quelli all’esterno dell’edificio ci avevano sentiti. Erano un gruppo di dieci uomini, tutti molto imponenti. Probabilmente, erano stati messi lì per sorvegliare la zona.

Per loro non fu difficile immobilizzarci e separarci, per quanto Francesco potesse opporre resistenza e tenere impegnati tre di loro. Spaventata per com’ero, non riuscivo a ragionare con lucidità.

“La curiosità a volte fa davvero male, lo sapete ragazzi?”, disse uno di loro, minaccioso.

Ci trascinarono dentro l’edificio. L’assemblea si zittì immediatamente.

“Papà! Mamma!”, cominciai a urlare, “Fate qualcosa, vi prego!”.

Il terrore scivolò sottile e freddo sotto la mia pelle, quando mi accorsi che gli occhi di tutti si erano posati su di me con un certo interesse. Dovunque mi voltavo, non vedevo altro che facce. Dieci, cento, mille, non riuscivo a rendermi conto di quante fossero. Mi terrorizzavano.

“Questo è di certo un segno!”, annunciò solennemente il sindaco, indicandomi. La maggior parte dei presenti annuirono, tirando sospiri di sollievo. Sentii anche urla in mia difesa, nelle quali distinsi il pianto isterico di mia madre e il vocione di mio padre. Le maledizioni e le promesse di vendetta di Francesco sovrastavano il resto.

Decine di mani mi tenevano ferma, altre provvedevano a legarmi. Non avevo più il fiato e la forza per urlare.

L’ultima cosa che vidi fu Francesco che scalciava e gridava, trattenuto dai tre uomini. Il suo volto era paonazzo, stravolto. Urlava il mio nome, mentre mi mettevano un cappuccio nero e mi portavano via.

 

E  adesso sono qui, legata al tronco di un albero. Imbavagliata. Il cappuccio mi è stato tolto, insieme a tutti i miei vestiti.

Fa freddo, qui nel bosco.

Qui in particolare, in questa radura che non avevo mai visto.

Di fronte a me, la parete rocciosa sembra un gigante nero che mi fa da guardia.

È buio, tutto attorno. Solamente la luna mi è di qualche consolazione, unica luce nelle tenebre.

I miei genitori non sono riusciti a impedire che accadesse. E Francesco… Che gli avranno fatto? Ora come ora non mi fa più ridere il pensiero di averlo potuto sposare.

 

Qualcosa si muove, davanti ai miei occhi.

Una figura sembra uscire dai piedi della parete di roccia, direttamente dalla terra. Riluce nel buio con un bagliore opalescente. È tutto così assurdo. Non ho nemmeno paura, adesso. La figura arranca verso di me, curva sotto il suo stesso peso.

È terrificante. Infernale. Sembra un uomo, ma non lo è.

Nudo, senza peli né capelli, senza sesso. È bianco come il latte. I suoi occhi sembrano quelli di un coniglio albino, ricoperti da una membrana grigia. La bocca è senza labbra, una terribile fessura storta irta di denti che paiono spilli.

Dobbiamo saziarlo, ha detto il sindaco…

Respira a fatica. Sembra ghignare.

Tende le braccia verso di me.

 

E ora che la fredda creatura ha lacerato le corde e mi trascina a terra, verso la sua tana, mi viene in mente un mito, dai lontani ricordi della mia infanzia.

Gli antichi greci raccontavano una leggenda riguardo questa terra, che chiamavano Drepano, ossia falce.

La dea delle messi Demetra vagava, brandendo la sua falce, alla ricerca della bella e giovane figlia Persefone. Era stato l’oscuro signore degli inferi Ade a portarla via, e l’inverno era sceso sulla terra. Demetra, stanca del suo peregrinare, aveva fatto cadere la sua falce, che si fuse alla terra e prese la sua forma.

In questi luoghi, il principe dell’oltretomba fece un accordo con la divina madre afflitta: per metà dell’anno, la giovane Persefone sarebbe rimasta nel sottosuolo per compiacere l’oscuro dio, e allora la terra avrebbe sofferto dell’inverno e del gelo, affamando gli uomini. Per i restanti mesi, invece, avrebbe restituito la figlia alla madre, e la terra avrebbe gioito insieme alla dea.

Così, ogni anno una madre vedeva strapparsi la figlia: era necessario per il mantenimento della pace e dell’equilibrio.

Era necessario perchè solo così, dopo l’inverno, la terra avrebbe ripreso a vivere.

 

C’è sempre un fondo di verità nei miti.

Questa terra funesta, questa falce, recide stanotte la mia giovane vita, un fiore non ancora sbocciato.

La maledizione di Persefone si è abbattuta su di me.

Dobbiamo saziarlo…

Sono sicura che non tornerò a godere dei frutti del mio sacrificio.

 

Spero almeno di rinascere insieme ai germogli a primavera, amore mio, nel campo dietro casa tua…