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Biografia dell'autore

 

 

 

 

IL TESTAMENTO

di La Tanza Massimo

 

 

Entrò nell’ampio ingresso. Lo sentì pulsare, emanare vita: i muri parevano gonfiarsi e contorcersi, il soffitto vorticare e le facce bianche dei quadri assumere espressioni di morte.

La sua mano tremante raggiunse gli occhiali, li sfilò e li pulì sul suo pastrano nero; l’altra stringeva una valigetta di pelle dello stesso colore del soprabito.

Era in attesa; sembrava che l’aria si potesse incendiare da un momento all’altro, che qualcosa potesse esplodere.

Silenzio. Assordante silenzio.

Richiuse la porta di legno alle sue spalle, facendosi inghiottire dal buio.

Afferrò il candelabro che aveva in precedenza visto sul comodino affianco alla porta e ne accese le candele, usando i fiammiferi posti ai piedi dello stesso.

Un rumore. Un sibilo. Un soffio lungo pochi attimi.

Decise d’incamminarsi.

I suoi passi lenti e fermi facevano scricchiolare le assi di legno della casa.

Percepì delle strane manifestazioni sopra la sua testa e tutt’intorno: l’ingresso aveva cominciato ad animarsi facendo vivere i quadri e i muri e il soffitto.

Varcò la soglia del salone, ampio anch’esso. Un enorme tavolo ovale con dieci sedie attorno, riempivano l’immenso spazio della sala.

Posò il candelabro al centro del tavolo nero, in modo da lasciare ben illuminato il salone e mise la valigetta nera vicino ai suoi piedi.

Si sedette di fronte ad un magnetofono. Lo fissò, studiando le due bobine, il microfono e la sua forma quadrata.

Ancora quel sibilo. Sì, proveniva dal salone.

Lo sentì crescere fino a invadergli i timpani e, nel punto più alto di quel suono, le bobine del magnetofono iniziarono a muoversi.

Una voce maschile roca e stanca provenne dalle casse dell’apparecchio.

 

“Campagne della tenuta Farnesi, cinque febbraio 1952.

Sono Abele Marchesetti, di anni 47 e totalmente in possesso delle mie facoltà mentali. O almeno credo…

È da poco passata la mezzanotte e sono seduto in salone.

Ho deciso solo ora di redigere una sorta di testamento vocale.

Sono stanco, stanco di subire e di sperare.

Non ho più una Lira, sono caduto in disgrazia e le terre di questa tenuta ormai non mi appartengono più. Non ho figli perché non ne ho mai avuti e i parenti vicini sono morti.

È mio preciso volere lasciare tutto ciò che ho a chi troverà per primo questo magnetofono oppure spero che il Signore lo consegnerà nelle mani di chi ha scelto…”

 

Le bobine si arrestarono dopo un vigoroso scatto metallico.

Improvvisamente le fiamme delle candele divennero più alte tanto da illuminare a giorno il salone.

Di fronte a lui il Crocifisso appeso alla parete cadde, spaccandosi al contatto con il legno del pavimento.

Si alzò di scatto e prese a tremare, ma qualcosa lo indusse a sedersi.

Sudava e le orecchie erano gonfie del battito accelerato del cuore.

Le fiamme ritornarono ad ardere della loro normale luce e la semi oscurità piombò nuovamente nel salone.

 

“Non possiedo nulla, ma voglio lasciare in eredità la mia storia.

Ho scampato due Guerre: una perché ero troppo piccolo per essere arruolato e l’altra perché ero troppo vecchio e con una gamba in disuso.

Non ho rancore per questo. Non mi è mai piaciuto giocare al soldato da bambino e di certo non avrei mai voluto imbracciare un M.A.B. …

Ma se qualcuno mi avesse chiesto quali orrori scegliere tra quelli patiti nelle Grandi Guerre o quelli di questa casa, adesso non avrei dubbi su quale possa essere la mia risposta…”

 

Una risata sommessa riecheggiò nella casa vuota e buia.

 

“Due settimane fa, la strana malattia di mia moglie è regredita facendola morire.

E dire che quel bracciante era stato chiaro. Mi aveva avvertito degli orrori celati nelle mura di questa casa. Credevo fosse un folle…come potevo sapere…?

L’avevo trovata…la casa dei nostri sogni dove vivere la nostra vita insieme…contro ogni cosa...

Almeno così credevo…”

 

Un'altra risata.

La voce dell’uomo risuonava aspra, pregna di rancore.

Nel sottofondo della registrazione si udiva un rumore simile a quello del vento che soffia su spazi sterminati e isolati. L’ululare del vento gelido.

 

“Appena fummo dentro, i miei genitori morirono per colpa di una mina non esplosa, sputata fuori dagli aerei e caduta nell’orto vicino casa. Erano insieme quando mio padre ci camminò sopra senza rendersene conto.

I genitori di Alba, mia moglie, morirono di crepacuore…insieme.

E via via, tutti i familiari a noi cari e a noi vicini morivano.

All’inizio non diedi peso alle parole di quel vecchio contadino, ma dovetti ricredermi: la casa mi aveva lanciato contro un sortilegio…”

 

Le fiamme si spensero, così come il magnetofono.

Decise di aspettare che le sue pupille si abituassero al buio e andare a tentoni nell’ingresso per recuperare i fiammiferi.

Impiegò qualche minuto per prenderli e ritornare al suo posto nel salone.

Appena accese le candele, il suo sguardo cadde sul muro di fronte a lui e ciò che vide lo pietrificò: le due metà del Crocifisso erano appese al muro e la testa del Cristo d’ottone, divisa anch’essa in due metà, era girata al contrario rispetto alla postura del suo corpo.

Il magnetofono riprese a funzionare.

 

“Se di sortilegio si trattava, decisi, dovevo fare qualcosa per romperlo.

Così chiamai Amedeo Barlocchi, un mio caro amico esperto di studi esoterici, di magia bianca e nera. Spiegatagli la situazione, decise d’intervenire tempestosamente dicendomi che si trattava assolutamente di magia nera.

Arrivò a casa il 26 febbraio del 1950, alle sette di sera.

Feci chiudere mia moglie nella nostra camera da letto, di sopra…”

 

Un rumore metallico provenne dal piano superiore.

Era lo scatto di una serratura.

 

“Amedeo era ansioso di cominciare. Inforcò gli occhiali ed aprì una pagina nel mezzo di un libro nero. Con una strana cantilena, cominciò a pronunciare dei versi in una lingua a me ignota.

Trascorsero una manciata di minuti quando tutto tremò: le pareti ondeggiavano, il soffitto sembrava ruotare, le facce dei quadri cambiavano espressione…erano orrendi…e dopo, tutto cominciò a muoversi…il grande tavolo del salone fluttuava a più d’un metro da terra, le sedie cominciarono a girare su se stesse, il telefono squillava a intermittenza, la luce andava e veniva…e poi…poi una croce sul muro…apparve quella croce fatta col sangue che prese fuoco immediatamente…le pietre del selciato qui fuori fluttuarono e cominciarono a scagliarsi contro muri, finestre e quant’altro…”

 

La voce dell’uomo era rotta dal pianto.

 

“Tutto cessò dopo due…forse tre minuti…

Amedeo mi guardava con occhi sgranati…inorriditi…

Era tutto fuori posto…tutto rotto dalle pietre…la parete aveva una macchia scura, proprio li dove la croce aveva preso fuoco.

Il mio amico disse di non sapere cosa fare, che forse aveva rotto il sortilegio.

Forse.

Lo lasciai in preda alle lacrime. Venni a sapere una settimana dopo che si era suicidato buttandosi nel pozzo della sua proprietà…”

 

Ancora quella risata sommessa, proprio quando il magnetofono si spense.

La bobina di sinistra riavvolse il nastro.

I capelli della nuca gli si rizzarono e il cuore cominciò a martellargli.

Il magnetofono riprese a funzionare.

 

“…trascorsero una manciata di minuti, quando tutto tremò…”

 

Ed una violenta scossa, proveniente dalle fondamenta della casa, tramutò in realtà i suoi spaventosi presentimenti.

 

“…le pareti ondeggiavano, il soffitto sembrava ruotare, le facce dei quadri cambiavano espressione…”

 

Così come nell’ingresso, le pareti cominciarono ad ondeggiare come acqua scossa dalla caduta di un sasso. I visi umani dipinti nei quadri, cominciarono ad assumere diverse orrende espressioni. Il soffitto vorticò rumorosamente sulla sua testa facendo intravedere quella che sembrava una camera da letto e, nella frazione di un secondo, gli parve di fissare i suoi occhi in quelli luminosi di una figura spettrale. Pareva aggrapparsi al letto e sporgersi per osservarlo.

 

“…e dopo, tutto cominciò a muoversi…il grande tavolo del salone fluttuava a più d’un metro da terra, le sedie cominciarono a girare su se stesse…”

 

Il tavolo fluttuò in aria e si fermò all’altezza della sua testa.

Ebbe la prontezza di buttarsi per terra e rannicchiarsi mentre le sedie cominciarono a turbinare.

Era sconvolto, non aveva fiato. Sudava copiosamente e il cuore sembrava avere il ritmo della corsa di un toro impazzito.

Il magnetofono, rimasto sul tavolo, proseguì.

 

“…il telefono squillava a intermittenza, la luce andava e veniva…e poi…poi una croce sul muro…apparve quella croce fatta col sangue che prese fuoco immediatamente…”

 

Riuscì a malapena a sentire quelle parole, coperte dal suono intermittente del telefono del salone.

Ma ricordò bene quel passaggio della registrazione.

Alzò istintivamente gli occhi sulla parete dov’era appeso il Crocifisso spezzato e, tra il gioco bizzarro del candelabro che illuminava e faceva sprofondare nell’oscurità la stanza, vide materializzarsi una croce color porpora.

La fissò, chiedendo aiuto a Dio e tirando istintivamente a se la valigetta nera.

L’oscurità cadde e come fuochi d’artificio in un cielo buio, un’enorme fiamma si accese incendiando il sangue della croce.

 

…le pietre del selciato qui fuori fluttuarono e cominciarono a scagliarsi contro muri, finestre e quant’altro…”

 

Ancora scosso da quella immagine, non si accorse che delle pietre fluttuanti mandarono in frantumi la grande finestra del salone e ruppero tutto ciò che trovavano sulla loro strada.

Alcune di queste sibilarono sopra la sua testa.

Improvvisamente il tavolo, sospeso sopra la sua testa, cadde atterrando sulle proprie gambe e fermandosi a pochi centimetri dalla sua tempia.

Tutto cessò.

Si alzò e tornò a sedersi fissando il magnetofono.

Le fiamme delle candele continuavano ad ardere.

 

“Da quel giorno tutto andò in rovina. Invece di arrestare la sua forza, Amedeo sembrò dargli nuova linfa.

Mia moglie si ammalò di un male incurabile ed inclassificabile: le sue carni iniziarono ad invecchiare e ad imputridirsi, la pelle della faccia le si rilassò come fosse cera sciolta…i suoi occhi cominciarono a diventare luminescenti.

Morì di dolore stesa sul nostro letto. Il suo corpo è ancora di sopra e io non oso toccarla…dormo sul divano di questo salone.

Ho provato a chiedere aiuto…”

 

Sul muro di fronte a lui, apparve la parola AIUTO scritta col sangue che immediatamente fu cancellata da una mano invisibile. Il sangue cominciò a colare e nell’aria risuonò ancora quella risata beffarda.

 

“Ho interpellato esperti, preti e quant’altro…nulla. Sono disperato e solo.

Questo è il testamento di Abele Marchesetti…ora, se permettete, ho un lavoro da finire…”

 

La registrazione continuò. Riuscì a distinguere dei rumori di sottofondo.

Passi.

Il candelabro emanò una luce fortissima, illuminando a giorno il salone.

I suoi occhi si soffermarono su un movimento…cos’era?

Delle assi di legno del pavimento parevano muoversi come…come se qualcuno ci stesse camminando sopra…e il rumore dei passi della registrazione combaciava perfettamente all’inclinarsi delle assi.

Vide avanzare i passi verso il centro della sala.

Dalla registrazione provenivano singhiozzi e lamenti strozzati.

Una sedia venne trascinata al centro del salone e una volta posizionata, la vide inclinarsi nel mezzo, come sotto il peso di una persona.

Nella registrazione riuscì a sentire lo sforzo dell’uomo. Capì che si stava mettendo in piedi sulla sedia.

Dal magnetofono provenne un rumore come di stoffa strofinata.

Alzò gli occhi al soffitto e diede risposta a quella domanda: da una trave di esso, scendeva una corda con un cappio.

Una lacrima gli bagnò il viso. Provò pietà per quell’uomo.

La registrazione rimandava il suono del vento e del pianto di Abele Marchesetti.

Di fronte a lui la sedia cadde e udì la corda tirarsi.

Il candelabro si spense totalmente; la bobina destra del magnetofono finì di avvolgere il nastro e arrestò la sua lenta corsa.

Tutto rimase in sospeso e immerso nell’oscurità per alcuni interminabili minuti.

Le fiamme delle candele si ravvivarono illuminando nuovamente a giorno il salone.

Un urlo gli uscì dalla gola: appeso al cappio c’era la figura cerea di Abele Marchesetti.

Si alzò in piedi, scostando gentilmente la sedia. Recuperò la borsa nera poggiandola sul tavolo; l’aprì tirandone fuori una boccetta di vetro, un libro e un pacco di cartone.

Scartò il pacco e ne estrasse un Crocifisso di argento e una stola viola, che indossò.

Prese il libro sul quale spiccavano, in caratteri argentati, le parole RITUALE ROMANORUM.

Intorno a lui, l’aria si mosse trasportando voci e lamenti e diventando gelida.

“Penso che possa bastare…”

Aprì il libro e cominciò: “In nomine Patris…et Filii…et Spiritus Sanctus…”.

Tutto tacque.