INFERI
di Grisostolo
Emiliano
L' uomo si faceva chiamare Eral, un tempo. Ora, in
quel luogo, non aveva più alcun nome.
C' era stato un tempo in cui quel nome era l'unico
che conoscesse, l'unico che potesse dare una
risposta ai suoi perchè, per lo meno in parte. Ora
invece tutto appariva lontano, vago come ricordi che
lentamente, ma inesorabilmente, si allontanavano da
lui, dal suo essere.
E quale essere?
Si ritrovava a guardare in volto esseri che come lui
non sapevano più nulla del loro mondo, esseri in cui
nulla avrebbe riportato la luce, la libertà, la
voglia di ...
Vivere?
Era veramente quello che stava per pensare? Per
dire? Per credere?
In cosa poteva ancora credere?
A nulla. Quella era l'unica risposta a cui poteva
aggrapparsi. Al nulla, perchè attorno a lui, dentro
di lui in quel momento, vi era soltanto il nulla.
I colori erano scomparsi, affogati in quella landa,
appesi alle rive di un fiume stagnante sul quale
stavano navigando. I suoni soffocati dalle urla dei
dannati che lo stavano accompagnando, e dai canti
che s’innalzavano al cielo ( quale cielo?) sopra di
loro.
Tutto era inerme, tutto era morto.
Tutto aveva appena preso vita.
Eral si guardò intorno come alla ricerca di un volto
che potesse dargli una qualche risposta più
completa, un suono amico, ma quale? Tutto era
avvolto nell'ombra e solo l'odore acre di quella
palude melmosa in cui la terra andava a morire,
aveva la forza di entrare in lui rubando anche
l'ultima speranza di essere all'interno di un sogno.
Gli odori non si sentono in sogno, gli era stato
detto. Gli odori...
Ma anche quello scomparve dalla mente, l'ultimo
ricordo che in qualche maniera era rimasto
aggrappato alla sua esistenza, quella che ancora
possedeva, o credeva di avere. Si ritrovava solo,
perso dentro un guscio che lo stava portando al
luogo del non ritorno. Nessuno parlava, nessuno
diceva nulla, solo angoscia e solitudine in mezzo ad
altri che come lui lo fissavano e si fissavano con
occhi vitrei, morti, spenti, senza vita.
Occhi di esseri, o quello che erano ora, abbandonati
in un limbo senza tempo, senza terra, senza confini.
No, pensò nell'istante stesso in cui la bastonata lo
colpì alla spalla facendolo sobbalzare e crollare
sul remo che teneva tra le mani, quel luogo i
confini gli aveva, ma erano enormi e loro stavano
per passare il portone d' entrata. Poi fu il buio.
E le urla gli fecero riaprire gli occhi. Erano le
urla di Caronte, il vecchio che ancora li stava
obbligando a remare quella barca dal legno fradicio
che non affondava.
" Forza! Remate tutti insieme brutte carogne!"
Eral riprese i sensi e il dolore scomparve per far
posto ad una nuova bastonata ancora più violenta,
questa volta non cadde, schivò appena il colpo e si
fece forza non appena il braccio riprese a
funzionare. Remò con tutta la propria forza, non ne
voleva sapere di essere colpito nuovamente.
Ma la distanza da coprire sembrava enorme, l'altra
riva, se mai di altra riva si poteva parlare in quel
fiume, l'Acheronte, non appariva ancora dinanzi ai
loro occhi svuotati dall' anima.
Un corpo svuotato dalla vita.
E all'improvviso i loro latrati di dolore, ciò che
usciva dalle loro gole senza un loro comando,
scemarono perchè davanti ai loro occhi la riva era
riapparsa.
" Scendete esseri degli inferi, siamo giunti al
cospetto di colui che viene chiamato Satana,
Diavolo, Lucifero... Siete giunti al cospetto del
Dio Ade."
" Ade..." Risposero in coro i corpi inermi seduti
sulla barca.
Si alzarono, i loro movimenti erano lenti, misurati,
quasi impercettibili, ma un passo dietro l'altro si
ritrovarono al cospetto di un essere enorme sulla
terra che puzzava di marcio. Il suo naso era adunco,
le orecchie a punta, con zanne a punta e ali di
pipistrello sulle schiena. Sembrava che rospi si
muovessero sulle sua schiena alla ricerca frenetica
di cibo. Gli occhi grandi e rossi.
Dietro a lui un'immenso portone che sembrava essere
sospeso nel nulla.
Ai suoi lati vi era soltanto un denso nero che
obbligava a volgere lo sguardo in altre direzioni, e
solo di sfuggita si potevano notare figure informi
dai mille volti muoversi nell'ombra come spettri
impalpabili, senza forma.
" Io sarò il vostro padrone d'ora in avanti. L'
unico e per sempre."
Eral rimase in silenzio, attorno a lui gli esseri
che lo avevano accompagnato nella traversata del
fiume, non si mossero, non dissero nulla. Non
osarono fiatare.
Lui si.
Si mosse appena cercando di voltarsi di lato,
scrutando così il buio che avvolgeva quella nuova
entrata per il mondo degli Inferi. Perchè era lì che
erano diretti, l' aveva compreso con suo rammarico,
finalmente.
Una bastonata lo rispedì a terra e poi fu il buio
dentro di lui. Il silenzio si fece più forte e
rabbioso, il nulla che lo circondava prese il posto
nella sua mente, lo invase, lo percosse
violentemente tanto da fargli male, da renderlo
quasi... morto.
Ma morto con gli occhi vitrei lo era già, lo
comprese quando quel dolore allucinante scomparve
così com' era venuto, lasciando il posto ai volti
immobili di quegli esseri che lo attorniavano. I
suoi compagni.
Qualcuno lo rialzò dal fango, un altro lo rimise al
suo posto con semplici gesta meccaniche che non gli
riuscì di comprendere. L'unica cosa che comprendeva,
l'unica che conosceva in quel momento era solo un
pensiero costante che non lo abbandonava più: quello
non era il suo posto.
Se avesse perso quell' unico pensiero, l' unico
appiglio al quale si era appeso con fatica e con
tutto il proprio essere, o ciò che ne rimaneva,
allora tutto avrebbe perso d' importanza.
E nel silenzio e nell'agonia si sarebbe perso come
un granello si sabbia in mezzo al mare.
Il grande portone alle spalle del Dio Ade si mosse
stridendo e lanciando il suo urlo di terrore nel
mondo circostante. Le ombre che si muovevano veloci
ed informi scapparono in ogni direzione, altre
tentarono di allontanarsi dal risucchio che stava
avvenendo nei pressi di quell'entrata per il mondo
degli Inferi; solo alcuni riuscirono ad allontanarsi
senza venirne risucchiati scomparendo in urla
strazianti.
" E venuta l'ora di andare miei nuovi sudditi. Senza
timore vi porterò in un mondo d’angoscia e di dolore
dal quale non potrete più fare ritorno. Questo ha
deciso il vostro Dio, questo farò io per voi".
La massa d’esseri che lo attorniavano si mosse
regolare, spingendosi ma senza fretta, senza
rallentare. Un cammino regolare, fatto di paura,
timore, terrore. Immersi con i loro spiriti in un
limbo senza tempo, senza vita, destinati ad essere
creature di un mondo irreale ma vero, un mondo
stretto a se ma infinito, un mondo racchiuso dentro
la loro paura e quindi falso, ma nello stesso tempo
vero...
Vero com’era vero che stava vivendo per la seconda
volta... o l'ennesima, chi oramai poteva più
saperlo. Era sul punto di scoppiare dalla rabbia,
urlare e correre e correre sempre più veloce, senza
guardarsi più indietro. Davanti a lui solo il nero,
l'Acheronte con il traghetto fradicio di quel
vecchio, le sue acque malsane nelle quali sarebbe
probabilmente scomparso, e oltre la libertà.
Rimase immobile defilandosi lentamente, schivando le
spinte dei compagni, degli esseri che lo
circondavano e che ora stavano avanzando lasciandolo
al suo destino, senza scomporsi, senza pensare a
nulla.
Quando il bastone del vecchio Caronte si alzò in
alto sopra la sua testa, fu lesto a muoversi, e
colpendo il vecchio allo stomaco buttandolo così a
terra, prese a correre alla ricerca di ciò che
ancora non immaginava.
Dietro a lui la figura del Dio Ade che rideva e
scompariva in una nube fatta di nulla
La poltiglia malsana sotto i suoi piedi aveva un
odore orribile, nauseabondo.
La calpestava perchè non poteva farne a meno, ma
ora, più di prima, ne comprendeva l'esistenza, se
viva era, e faticava a respirare, a ragionare.
Lo zolfo si alzava lento in spirali attorno a lui,
la palude nella quale correva incespicando, cadendo,
e riprendendo a correre con più vigore ogni volta,
appariva ai suoi poveri occhi stanchi, alla sua
mente offuscata dal caos, immensa. Spostò lo sguardo
verso destra, laggiù, da qualche parte, aveva appena
notato un movimento lesto, veloce. Fugace.
Un' ombra scivolata come per caso tra le pieghe di
quella notte nera nella quale si stava perdendo.
Dietro urla di dolore straziante si alzarono come a
voler evocare demoni salvatori, o semplicemente
urlavano perchè lui ce la stava facendo, mentre loro
morivano.
Ma la vita in quel limbo era già un qualcosa di
lontano, troppo lontano per essere richiamata alla
realtà del momento. La vita, lui solo stava cercando
si riconquistarla, di cercarla in mezzo a quel
deserto nero di melma e acqua puzzolente.
E la barca oramai era che a pochi passi. Ancora uno
sforzo si disse, costringendosi a correre, a correre
senza pensare ad altro, senza guardarsi alle spalle.
Una sola distrazione e sarebbe per lui stata la
fine.
Di nuovo quel movimento sfuggevole. Rallentò appena
cercando con lo sguardo attento quell' essere,
quella qualunque cosa che aveva notato con la coda
dell' occhio. Nulla.
Rallentò ancora, camminava ora, ma non se ne rese
conto.
Eral stava piangendo, camminava e piangeva. Attorno
solo suoni ed urla di strazianti morti. Dietro il
gigantesco portone. Davanti a lui ora, e lo fissava
con orrore, un'immensa bestia a quattro zampe dalla
forma insulsa.
Chi mai era quel... Guardiano?
Il Cerbero descritto nella mitologia, nei libri
che...
Il vuoto, anche quell'ultimo ricordo, quell'ultima
speranza di non essere qualcosa di così totalmente
vuoto, scomparve.
Un ringhio cavernoso di rabbia si alzò nell'aria. Lo
zolfo salì con più violenza entrando nel suo corpo,
nella sua testa. Poteva ora sentirne gli effetti,
gli girava tutto, n’era asfissiato e non respirava,
ma non poteva permettere che qualcosa come quel
guardiano lo rispedisse indietro. Non glielo avrebbe
permesso.
Ma d’altronde cosa poteva fare?
Pianse perchè non vi era altra cosa da fare. Pianse
portandosi le mani al volto e coprendosi gli occhi
quando quell'ombra che aveva ora un nome ed una
forma si mosse in principio in modo lieve, ma
successivamente con violenza e velocità inaudite,
contro di lui.
L' essere, il Guardiano, il Cerbero, il cane del Dio
Ade non era solito patteggiare con alcuno.
L' unico che era riuscito quasi a soffocarlo e ad
ucciderlo, riportandolo nel mondo dei vivi, era
stato Eracle, ma quello che aveva dinanzi ora era un
uomo senza senso.
Le tre teste di cane con la coda di serpente furono
sull'uomo sbranandolo, ed Eral scomparve tra le
fauci della bestia come se non fosse mai esistito.
Non un grido, non una goccia di sangue cadde a terra
o si disperse nell'aria.
Poco distante il Dio Ade ricomparve attorniato dai
nuovi sudditi, l'immenso portone per il mondo degli
Inferi era aperto. A rotazione ogni nuova creatura
baciava il posteriore del Dio che raffigurava un
nuovo volto, un bacio di fedeltà e di sottomissione
totale.
Una risata si alzò in aria quando scomparve
nuovamente lasciando i nuovi venuti alla mercè di
Cerbero che si avvicinava a loro ringhiando e
spingendoli verso il portone ed il mondo dal quale
non sarebbero più potuti tornare. Dalla bocca gli
colava sangue fresco, ma scompariva nello stesso
istante in cui toccava il suolo.
Quella stessa terra era intrisa del sangue dei
fuggitivi, di coloro che vi avevano provato e
avevano fallito inesorabilmente.
Tra le urla e il terrore, il portone si richiuse
dietro i pochi che ancora avevano tardato entrare,
Cerbero si sedette davanti all' entrata, la lunga
catena alla quale era legato toccava terra, e si
appisolò in attesa di nuovi comandi.