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Biografia dell'autore

 

 

 

 

L'INCIDENTE

 

di Brinchi Giusti Fabio

 

 

Fabrizio era un poeta. Adorava passeggiare la sera sull’ampio marciapiede del lungofiume, trovava spesso l’ispirazione guardando le luci della città che si riflettevano tremolanti nell’acqua.

Quella notte si vedeva anche la luna piena, con il suo bagliore imbiancava anche le nuvole. Su un quadernetto stava appuntando qualche verso quando sentì il campanile di una chiesa vicina rintoccare la mezzanotte. L’ora di tornare. Fabrizio fece per avvicinarsi alla fermata dell’autobus, quando un’auto si accostò al marciapiede.

Il conducente abbassò il finestrino: “Ma tu non sei…”

Fabrizio lo osservò perplesso: “Non credo che ci conosciamo.”

Il ragazzo si morse un dito e iniziò a ridacchiare: “Giusto, giustissimo. No, scusami, ma è che tu somigli dannatamente ad un tizio che…scusami…piacere io sono Marco.”

“Io Fabrizio. Piacere di averti conosciuto. Adesso se non ti dispiace, devo prendere l’autobus.”

Marco lo guardò a bocca aperta: “Ehi! Aspetta Fab…Fabrizio vero? Aspetta dove vai a prendere l’autobus a quest’ora di notte…lascia perdere è pieno di zingari, extracomunitari, gente strana; ma non l’hai sentito di quel conducente pestato l’altro giorno?”

“No non ne ho sentito, però tranquillo a me non è successo mai niente”

Marco ridacchiò poco convinto: “Dai amico, mi stai simpatico. Ti offro un passaggio.”

Fabrizio scrutò il conducente. Scosse leggermente la testa e salì a bordo.

 

Marco ripartì a gran velocità. Abbassò il volume della radio e iniziò a parlare, aveva una gran voglia di chiacchierare: “Dove te ne vai in giro di notte?”

“Passeggio.”

“Non sei un tipo loquace vero?” Marco ridacchiò e premette il piede sull’accelleratore: “E’ un piacere girare di notte, non c’è nessuno e si sfreccia che è una meraviglia. Soprattutto qua ai viali del lungofiume; io li adoro, vai tranquillo a centoventi. Vuoi vedere come arrivo a centoventi?”

Fabrizio si limitò a guardarlo. Con i suoi occhi profondi continuava a fissare le case e i palazzi che sfrecciano accanto a lui, inghiottiti dalla velocità.

Marco ingranò la quarta: “Porca…” e inchiodò per un semaforo rosso: “Ma io dico di notte chi ci gira da ‘ste parti? Manco un cane. E allora a che serve tenere i semafori accesi? Io certe volte non ho proprio voglia di fermarmi, ma poi hai visto mai passasse una pattuglia e iniziano a rompere. Oh zitto, non parlare troppo che mi fai venire il mal di testa!”

Marco rise sonoramente della sua battuta. Approfittò della pausa per accendersi una sigaretta.

Fabrizio accennò un mezzo sorriso: “Oggi è stata una giornata pesante”.

“Ah capisco. Sei un lavoratore?”

“Diciamo di sì.”

“Beh si in effetti lavorare è brutto. Io invece studio”. Scattò il verde. Marco si piegò improvvisamente in due dalle risate, poi premette ancora di più sull’accelleratore.

“No, non ti preoccupare, non sono matto. Rido perché dovrei studiare, ma non studio quasi mai. Sono fuori corso e anche da parecchio.”

Fabrizio annuì con il viso. Stava per pronunciare qualcosa, poi rimase silenzioso. Marco non gli aveva ancora chiesto dove portarlo; continuavano quel giro nella notte senza meta e senza destinazione.

Il conducente strillò all’improvviso indicando il contachilometri: “Guarda, guarda! Oh guarda! 120 km all’ora. Hai visto? Te l’ho detto che ce la facevo! Va beh ora rallento, ora freno. Ma tu non sei mica della Stradale, vero?”

Fabrizio scosse la testa. Marco rise istericamente: “Ma ci pensi? Pensa se fossi un poliziotto, pensa che figura di merda che avevo appena fatto…”

Fabrizio lo rassicurò cupo: “No tranquillo non sono un poliziotto.”

“Mamma mia, sai posso sembrarti un po’ strano…ma io in realtà sono un tipo così estroverso, mi piace fare amicizia. Tu mi stai simpatico, anche se non parli mai.”

Fabrizio sorrise forzatamente: “Te l’ho detto è stato una giornata molto dura per me.”

“Amico ma che lavoro fai? Il miniatore?” (Risata isterica). L’auto scivolò sulla strada, sfiorò la corteccia di una grande quercia ma Marco riprendendosi in fretta dalla risata, sterzò e si bloccò appena in tempo ai margini della strada.

“Ahahahahahahahahahahah! Che figata! Ehi amico ma che ti sei spaventato?” stridulò Marco.

Fabrizio rimase fermo e impassibile. Il conducente riprese fiato: “In realtà era tutto calcolato. Ma cosa credi? Che mi andavo a schiantare davvero contro un albero? Qua vicino c’è un bar che fa certi cornetti…sono la fine del mondo…ne vuoi? Te ne offro qualcuno?”

Fabrizio scosse la testa: “Ti ringrazio ma non ho fame”.

“Come vuoi” rispose Marco scendendo dalla vettura. Il ragazzo fece pochi passi sulla strada, poi rientrò: “Ho cambiato idea. Non è bello mangiare cornetti da solo. Che dici ripartiamo?”

“Direi.”

Marco ridacchiò. Poi girò la chiave e ripartì sfrecciando lungo la strada. Le ruote stridettero con l’asfalto. Erano nei dintorni del parco cittadino, dove a quell’ora si radunavano le prostitute. Il conducente ne adittò una di loro: “Che ne dici di dare un tocco piccante a questa serata?”

Fabrizio storse la bocca.

“Ho capito, ho capito non puoi. Sei legato. E ti capisco, sai pure io in teoria…ma ogni tanto io penso che una bella esperienza extra non ci sta male, anzi fa pure bene al rapporto di coppia, ma vallo a spiegare alle donne; è colpa della nostra cultura bigotta. Non lo pensi anche tu?”

“Cosa scusa?” sussurrò Fabrizio.

“Ti stai godendo il panorama eh?” –sghignazzò Marco– “Dopotutto sei un uomo anche tu. Sai io da queste parti ci sono passato prima. Ho preso un nuovo tipo di fumo. Altro che sigarette!”

Fabrizio lo guardò accigliato.

“Si, un nuovo tipo di droga. Praticamente questa ti fa sentire tutti gli effetti della droga, però non altera la lucidità mentale. E infatti vedi come ho guidato bene stasera.”

“Vedo” borbottò Fabrizio.

“Sai tu mi stai molto simpatico. No dico sul serio. Ma perché non mi dici qualcosa di te?”

“Cosa vuoi che ti racconti? La mia vita è banale.”

“Eh…eh…eh…in effetti, dimmi chi non fa una vita banale oggi? Per fortuna c’è la notte. La notte non è mai banale.”

“Già.”

Proseguirono per un po’. La grossa auto di Marco era sacrificata nelle strette vie del centro. Poco dopo sbucarono sul largo viale dei pub, dove si radunavano i giovani della movida. Si vedevano raggruppati davanti ai locali che schiamazzavano e strillavano ubriachi o esaltati. Marco salutò alcuni di loro: “Amici delle superiori” si giustificò stranamente malinconico.

Fabrizio lo guardò con uno sguardo diverso. Ebbe voglia di dire qualcosa ma si trattenne.

“Amico ma sei proprio sicuro che io e te non ci conosciamo? No perché ho la dannata sensazione di averti già visto da qualche parte. Sarà la droga!” ridacchiò istericamente il guidatore, potendo finalmente premere l’accelleratore: “Quanto adoro i larghi viali del lungofiume. Non c’è nessuno e queste vie sono meglio di un circuito di Formula 1. Vuoi vedere come torno di nuovo a 120, anzi a 140? Anzi stavolta salto proprio il semaforo.”

Fabrizio tornò a guardare quei luoghi che amava così tanto, sfuggirgli sotto gli occhi strappati dalla follia e dall’alta velocità.

Si schiarì la voce: “Hai ragione. Noi due ci conosciamo già da tempo.”

Marco rise istericamente: “Ehi non starai esagerando! Ma dico insomma? Un’intera frase!”

“Se vuoi la ripeto: noi ci siamo già conosciuti.”

“Lo vedi! Lo vedi! Lo vedi che avevo ragione io! Lo vedi che questo fumo nuovo non annebbia il cervello...ma tu ti ricordi pure dove ci siamo già visti? Sai com’è io conosco tanta di quella gente…”

“Ci siamo conosciuti proprio qua” rispose Fabrizio indicando il punto esatto in cui poco prima gli aveva dato quel passaggio.

Marco accostò, guardò perplesso fuori dal finestrino. Poi iniziò a rotolare sul sedile, strillando e gridando. Con la mano sinistra si tratteneva la pancia, con l’altra diede una pacca sulla spalla del suo amico.

Sentì un gelo assurdo bruciargli le dita. Marco smise di colpo di ridere: “Ahia amico ma che hai al posto della spalla? Mi hai fatto male!”

I finestrini si chiusero di colpo. “Oddio no! Fa troppo caldo!” si lamentò Marco, cercando di abbassarlo di nuovo. Improvvisamente si erano bloccati.

“Cazz…succede?” si domandò il ragazzo. Provò ad aprire gli sportelli. Erano sbarrati.

Marco guardò Fabrizio stralunato: “Oddio ‘sta macchina pure è drogata! Ma che sta succede? Guarda mi dispiace, di solito è perfetta”  –tentò di forzare l’apertura–  “ora perché s’è bloccata…proprio non capisco”.

I tergicristalli si mossero a casaccio. “Fermatevi! Fermatevi!” li minacciò Marco, spostando su e giù il pulsante. Senza successo. “Oddio ‘sta macchina è impazzita. Secondo te si fermerà?”

Fabrizio lo guardò mordicchiandosi il labbro: “Andiamo non ti ricordi proprio di me?”

“Amico ‘sta cosa si sta impazzendo e tu pensi a questo?”

I tergicristalli smisero di muoversi.

“Settembre 2008. Una notte come questa. Tu avevi una macchina rossa, più piccola di questa…”

Marco sgranò gli occhi: “Oddio! Non mi dire…ti avevo offerto un passaggio un’altra volta?”

“No”

I tergicristalli tornarono a muoversi, più nervosi di prima.

La luce si accendeva e si spegneva. Senza tregua.

“Oddio ‘sta macchina!”

La luce si spense di nuovo. I tergicristalli si fermarono.

Marco tirò un sospiro di sollievo, iniziò a cercare a tastoni l’apertura dello sportello.

“Tu sei sbucato come stavolta da quel semaforo laggiù. Era rosso ma tu non ti sei fermato. Quella notte eri ubriaco fradicio. Venivi ad una velocità impazzita. Hai travolto il semaforo, poi ha distrutto un palo. Io stavo proprio su quel marciapiede. Sai anch’io amo questi viali, soprattutto la notte. Mi piaceva sedermi su quel muretto e scrivere poesie. Non ho fatto in tempo a spostarmi e tu mi hai investito. Mi hai ucciso!”

Marco lo guardò pallido. Fabrizio fissava il vuoto, il suo volto contratto e concentrato era terribile.  

Poi scoppiò a ridere come un matto: “Oddio lo sai che ci stavo per cascare! Mamma mia mi hai messo una strizza! Ahahahahahah…cioè stavo per credere davvero che tu fossi un fantasma! Ahahahahahahahah…amico sei un grande però…però una cosa devi spiegarmelo subito, come cazzo hai fatto a fare tutte quelle cose con i tergicristalli e gli sportelli?”

L’automobile iniziò a sobbalzare sugli armotizzatori. I tergicristalli si spostarono a velocità impazzita e uno di loro si staccò volando nel fiume. I fari si accendevano e si spegnevano. Idem per la lampadina all’interno dell’abitacolo. Il cofano si alzava e si abbassava.

 Marco impallidì di nuovo: “Dai smettila, lo scherzo è bello quando dura poco!”

“Io non sto scherzando affatto” –rispose cupo Fabrizio– “tu mi hai ammazzato per niente, hai distrutto i miei sogni, la vita delle persone a cui volevo più bene e la cosa ti lascia completamente indifferente. Sai, io c’ero quando hai giurato alla televisione che d’ora in poi alla guida saresti stato prudente. Io ti avevo creduto.”

La macchina si spense. La quiete prima della tempesta.

Marco tremava tutto. Si arrampicò sul sedile, cercava di uscire ma era impossibile: “Senti…m-m-m-mi d-d-d-d-dispiace, i-io n-n-n-non v-v-volevo ucciderti.” 

Fabrizio guardava il fiume indifferente.

“C-Che c-cosa v-vuoi d-da m-m-me? Q-qualsiasi cosa…basta che m-m-mi lasci perdere!”

La chiave girò da sola nell’accensione.

Il volante si muoveva su e giù.

L’accelleratore si schiacciò da solo e la vettura partì. Marco strillò e tentò di agguantare la guida ma non appena sfiorò il manubrio, una scossa elettrica gli trafisse il palmo.

La vettura correva senza limiti, poi sterzò all’improvviso, travolse il muretto e volò nel fiume.

 

I vigili del fuoco impiegarono due ore per tirare fuori il cadavere di Marco dai rottami. Il sedile accanto al guidatore era inspiegabilmente intatto.