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Biografia dell'autore

 

 

 

 

L'ISTINTO DI UNA MADRE

di Greganti Marco

 

“L’istinto della maternità è    

forse il più forte fra tutti quelli

che sono propri dell’umanità.”

 

(M. Pantaleoni)

 

Angela aveva fatto un buon addestramento all’accademia e aveva sufficienti anni di esperienza nelle forze di polizia per far fronte a situazioni estreme. Approfittando di un momento di calma –  anche se non era di calma che si poteva parlare, quanto di una sfiancante, opprimente, attesa per il prossimo massacro – Angela si era seduta a terra con le spalle appoggiate al muro del giardino di una casa semi distrutta e per questo sicura: chi fosse stato contagiato infatti, non aveva nessun motivo per trattenersi tra gli effetti personali di una vita che non gli apparteneva più: sarebbe uscito e si sarebbe sfamato.

Angela se ne stava lì, seduta a terra a guardare la foto di suo figlio che teneva sempre nella tasca della divisa. Era da lui che doveva tornare perché sentiva che era ancora vivo. Quando scoppiò quell’orribile incubo Angela era in servizio fuori città con un collega, aveva fatto in tempo a chiamare suo figlio a casa e dirgli di non uscire di lì. Sapeva che era una situazione di crisi ma non poteva immaginare che quasi tutti i civili in pochi giorni avrebbero conosciuto le pene dell’inferno e l’esercito, pur disponendo di risorse armate ragguardevoli sarebbe stato decimato. Angela aveva visto il suo collega sparare su quei cosi e loro niente, continuavano a camminare verso di lui. “Alla testa!” urlava lei. “Sparagli alla testa!”. Lui sparava, lei sparava, ma quegli stronzi morti affamati erano in tanti, in troppi, così si erano avventati su di lui staccandogli braccia e gambe a morsi mentre il poveretto lanciava grida che sembrava provenissero da un abisso senza fine.  

Angela aveva rimesso la foto nella tasca della divisa, fatto un sospiro e armato il caricatore della sua Beretta. Era forte, Angela. Ed era una madre. E quando una madre sente che suo figlio è vivo, non c’è essere merdoso putrefatto che tenga. Quindi con un’energia ritrovata, si alzò.  

La strada alberata era vuota, silenziosa, e puzzava di marcio. Mani ben salde sulla pistola, sguardo vigile, passo svelto. Angela camminava e si guardava intorno come se da ogni angolo dovesse sbucare una di quelle cose pronta per mangiarla.

Mentre camminava cominciò a sentire puzza di bruciato, di cherosene per l’esattezza, ma c’era anche un altro odore che non riusciva a distinguere bene. Girò l’angolo della strada e si trovò davanti un’auto che bruciava, dentro l’auto, un uomo carbonizzato. Ecco cos’era quell’odore. Carne. Angela si avvicinò alla macchina e guardò l’uomo che forse aveva fatto una fine migliore invece che essere sbranato da quei cazzo di non morti o peggio ancora, diventare uno di loro. Fece un passo per andare via quando un lamento la fece voltare di nuovo. L’uomo carbonizzato si muoveva, e si lamentava. Con uno spintone violento buttò a terra lo sportello e scese dall’auto. Bruciava, la sua carne fumava, i suoi gemiti gutturali erano la voce di una sofferenza dannata, eppure quello schifo andava verso di lei. Affamato. Angela sparò alla testa. E l’uomo, che era già morto, morì definitivamente.  

Non era questo che si aspettava Angela. Non era così che vedeva il suo futuro, facendo saltare teste a esseri putrefatti e affamati. Aveva già subito un duro colpo dalla vita quando suo marito se n’era scappato dall’altra parte del mondo con una ragazza russa lasciando lei da sola con il bambino appena nato. Non era giusto che una merda come lui a quest’ora forse se la stava spassando. O forse, quella ragazza russa a quest’ora lo stava mangiando. Quando quel pensiero le sfiorò la mente e si rese conto che non era solo l’amara fantasia di una moglie abbandonata ma una reale e concreta possibilità, Angela sorrise.

Aveva ancora molti chilometri da fare ma non era certo questo il problema. Lungo il tragitto, per le strade del quartiere, oltre alle case distrutte poteva vedere i crateri che avevano lasciato le bombe. Neanche le forze dell’aviazione erano riuscite a fermare quell’abominio. Solo ad aggiungere distruzione alla distruzione. C’era persino un carro armato fuori uso lungo i bordi della strada. A vederlo lì faceva uno strano effetto: come se il guidatore avesse deciso di parcheggiarlo ai lati del marciapiede per non intralciare il traffico. Erano quelli i particolari che la facevano rabbrividire, suo malgrado. Un carro armato parcheggiato lungo il marciapiede era il simbolo dell’assoluta eccezionalità della situazione, ma ancor di più, della follia che aveva spazzato via il mondo da come Angela lo conosceva.

Sotto i cingoli del veicolo d’acciaio sporgeva il busto di una donna. Le braccia erano aggrappate al suolo e la donna spingeva, tirava. Il busto le si staccò dalle gambe e cominciò ad andare verso Angela i cui occhi indugiarono sulla pistola. Doveva risparmiare colpi, e quello era un colpo troppo facile. Fu Angela ad andare incontro a quella cosa strisciante e una volta sopra di lei le schiacciò la testa con l’anfibio.

Al crack del cranio schiacciato e al disgustoso rumore della poltiglia che usciva dai bulbi oculari e dai lobi frontali seguì un rumore alle sue spalle. Angela si voltò di scatto e vide una figura muoversi dietro gli alberi. Puntò la pistola. Le fronde si mossero ancora.

Angela avanzò. Poi, la vide. Di spalle. Era una ragazza dai capelli fluenti. Era ferita perché stava zoppicando ma soprattutto non era uno di quei cosi non morti perché stava scappando. “Fermati!” le disse Angela. Ma lei scomparì dentro una casa semi diroccata. Angela abbassò la pistola e riflettè un istante. Doveva andare da suo figlio ma allo stesso tempo sapeva che quella ragazza era viva e che aveva bisogno d’aiuto. Angela era una madre, ma non per questo sarebbe venuta meno al compito di salvare vite umane. Quindi, si avvicinò alla casa.

Entrò facendosi largo tra le macerie e le travi infrante divelte dalle esplosioni delle bombe, dagli spari, o qualsiasi altro fattore conseguente alla pazzia che aveva oscurato quei giorni. Quella ragazza adesso era dietro una parete, e da quel poco di lei che Angela poteva scorgere, tremava come una foglia. “Sono una poliziotta, tranquilla” disse con l’intento di rassicurarla. La ragazza entrò in una stanza. Angela la seguì. La stanza era una camera matrimoniale, con il letto al centro, un lampadario sul punto di staccarsi e degli armadi ancora in buono stato. Ma lì non c’era nessuno. Angela fece qualche passo, guardò sotto il letto, poi la porta alle sue spalle si richiuse in un rumore sordo.

Di fianco alla porta la ragazza che si era nascosta lì dietro osservava Angela in silenzio. Una vampata di calore inondò il viso della poliziotta e un tremore alle gambe le fece perdere l’equilibrio per un momento: la ragazza non era quello che credeva. Non era viva. Un bulbo oculare era vuoto, lembi di pelle si staccavano dal volto. E zoppicava perché metà del suo piede era stato reciso.

Ma com’è possibile?

E perché non mi sta aggredendo?

Il terrore, devastante nella sua purezza, cominciò a fare breccia nei pensieri di Angela, ma lei riuscì a respingerlo in un angolo remoto della sua mente.  

Un momento, vedrai che si risolve tutto...

Fuggirò da qui e andrò dal mio bambino.

Le due donne si guardavano, fisse, immobili. E mentre un sottile duello di sguardi tra la vita e la morte si consumava nella stanza, le ante dell’armadio dietro Angela si aprirono.

Non posso rischiare,

            devo spararle.

Puntò la pistola verso la ragazza e lentamente, due piccoli esseri che avevano smesso di vivere da un po’ si avvicinarono alle sue spalle. Il maschietto, che nella sua vita precedente avrebbe voluto fare anche lui il poliziotto, non aveva più il naso. Azzannò Angela al polpaccio.   

Mentre il dolore salì al cervello dandole giusto il tempo di rendersi conto di quello che stava succedendo, la femminuccia, quella che invece sarebbe voluta diventare una ballerina, le morse la mano che teneva la pistola. Angela si dimenò, ma i due piccoli esseri non morti avevano già affondato il loro secondo morso al collo.

E mentre in un fiume di sangue i sensi ormai abbandonavano Angela lasciando nella sua mente il posto solo al fievole ricordo del figlio, la ragazza senza un occhio e senza vita non si mosse. Se ne stava lì, a guardare i suoi piccoli affamati consumare il loro pasto.

Avrebbe fatto di tutto per proteggerli.

E per nutrirli.