L'ULTIMO UOMO
di Babini Simone
“l’uomo non è altro che l’insieme dei suoi atti,
niente altro che la sua vita”
Jean Paul Sartre
“Quel giorno camminavo per strada con la mente
occupata da chissà quali pensieri, poi improvviso ci
fu quell’immenso bagliore, il lampo che rese sterile
i nostri due mondi.
Fu tutto così imprevedibile, devastante, tutto o
quasi morì, sopravvisse meno di un millesimo della
nostra specie. Scoppiò il caos e la guerra, Dio solo
sa di quali orrori sono stato testimone e non solo.
L’estinzione era ormai inevitabile.
Ora, dopo mesi mi nascondo qui, come un topo,
probabilmente uno degli ultimi esseri umani rimasti,
in questa terra lontana e desolata, in questo
lurido, oscuro tubo perso nel nulla”.
- Che diavolo continui a scrivere quel diario,
nessuno lo leggerà mai!- gracchiò il suo compagno di
viaggio.
- Già- rispose Joseph, più sconsolato che irritato,
lasciando cadere a terra con noncuranza il quaderno
bisunto, proprio in una pozza di liquido oleoso tra
i binari.
- Dobbiamo sbrigarci, questa tratta è abbandonata da
molto tempo e la zona è stata soggetta a pesanti
bombardamenti. Per il momento non ci sono falle
rilevanti nel tubo, ma non so dire quanto a lungo
potrà ancora reggere.
Sergej fece subito per correre, ma finì goffamente
con un balzo contro la parete superiore del
condotto, ferendosi alla testa.
- Idiota! Non devi correre, quante volte te lo devo
ripetere? Dobbiamo procedere con passo veloce, ma
senza esagerare. Se ti frantumi qualche ossa, ti
assicuro che non ti trascinerò fino alla stazione,
ti lascerò qui a marcire- lo ammonì con rabbia
Joseph.
Sergej non disse nulla e riprese a camminare, questa
volta con più attenzione, reprimendo la rabbia,
incurante del rivolo di sangue che gli colava sul
lato del volto.
La fioca luce delle lampade d’emergenza illuminava
l’interno del condotto, la visibilità era di non più
di una ventina di metri e tutto appariva uguale, nel
suo decadimento, nel suo squallore. Solo i cartelli
arancioni, fissati ai due lati del tunnel a metà
altezza, scandivano il loro percorso, altrimenti
monotono.
Mano a mano che i due procedevano, la fame e la sete
divenivano sempre più intense e insopportabili. Il
caldo opprimente, l’aria ormai satura d’umidità
rendevano se possibile ancora più difficile la
marcia verso una metà che a tratti appariva
irraggiungibile.
Il problema maggiore era la fame, avevano ancora
qualche litro d’acqua dal cattivo sapore, ma
comunque ancora potabile, stivata nei loro zaini, ma
il cibo era terminato.
All’incirca ogni due chilometri i due compagni di
viaggio facevano una sosta per bere un sorso d’acqua
e dare tempo ai muscoli di smaltire un po’ di acido
lattico. Joseph era sempre più stanco, fradicio di
sudore, la sua mente si faceva sempre più annebbiata
ed era assalito dai morsi della fame.
Fu durante una di queste soste che Joseph notò che
Sergej, dandogli parzialmente le spalle, stava
maneggiando qualcosa. Quando capì cos’era gli eventi
precipitarono in pochi istanti.
- Brutto bastardo! Avevi ancora del cibo e non mi
hai detto nulla.
- Tieni, ne ho conservato la metà, non volevo
mangiarlo tutto da solo- cercò intimidito di
difendersi Sergej, ma la furia di Joseph fu
inarrestabile. Si avventò sul suo compagno, cominciò
a prenderlo a calci e pugni, poi vide a terra un
grosso frammento di metallo, lo afferrò e infierì
sul volto di Sergej con tutta la forza che aveva,
più e più volte. Si fermò ansimante, coperto da
schizzi di sangue e materia cerebrale, di quello che
un tempo ormai lontanissimo avrebbe definito
“amico”.
Strappò allora un pezzo di pane dalle mani contratte
di Sergej, se lo portò alla bocca e scoppiò a
piangere. Aveva ucciso un uomo con un rottame di
ferro arrugginito per un tozzo di pane raffermo.
Rimase lì, per diversi minuti in silenzio, incapace
di muoversi, chino sul corpo sfigurato di Sergej,
chiedendosi se avesse ancora senso continuare il
viaggio, se non fosse ormai meglio ricorrere alla
rivoltella che aveva fino ad allora dimenticato di
avere con sé, nascosta nello zaino.
C’era rimasto un solo proiettile in canna, ma più
che sufficiente per concedersi una morte rapida e
indolore. Dopotutto era proprio per questo che
l’aveva portata con sé, come ultima risorsa, non
certo per difendersi da chissà quale pericolo. La
estrasse dallo zaino, controllò il tamburo e poi
sollevò il cane. Si portò la canna alla testa e la
premette con forza sulla tempia destra. La mano
tremava ormai in modo incontrollato, cercò per più
di un minuto la forza di premere il grilletto,
mentre il cuore batteva all’impazzata e il sudore
cadeva copioso dalla fronte, ma alla fine non ce la
fece.
Molto semplicemente l’istinto di sopravvivenza ebbe
la meglio e gettò la pistola lontano da sé
nell’oscurità. Improvviso, un colpo secco risuonò
allora nel condotto, quasi uno sfregio alla codardia
di Joseph.
Il sopravvissuto rimase come paralizzato, temendo il
peggio, sebbene sapesse bene che il calibro del
proiettile non era sufficiente per perforare la
spessa parete in lega metallica.
Attese qualche istante, poi scoppiò a ridere: un
minuto prima desiderava ardentemente morire e ora
pregava un Dio nel quale non aveva mai creduto, che
ciò non avvenisse.
Alla fine cercò di darsi una scossa e si rimise
semplicemente in marcia, stanco e dolorante, verso
la propria meta. Ormai, l’unico residuo scopo della
sua vita era raggiungere quella stramaledetta
stazione e ne era perfettamente consapevole.
Chissà cosa si aspettava di trovarci, forse nemmeno
lui lo sapeva veramente, sapeva solo che avrebbe
continuato la sua marcia finché le forze lo
avrebbero sostenuto, se non altro per inerzia.
Camminò per due, forse tre chilometri senza sosta,
era sfinito, temeva di crollare a terra da un
momento all’altro e gli era ben chiaro che se fosse
avvenuto non si sarebbe mai più rialzato.
Di tanto in tanto udiva sinistri scricchiolii, segno
evidente che la tenuta della struttura era sempre
più compromessa. Non che non se lo aspettasse o che
ormai gli importasse veramente più di tanto, a volte
un’ondata di gelo gli percorreva tutto il corpo, si
fermava e chiudendo gli occhi attendeva qualche
istante, sperando che l’apertura di una falla
ponesse fine a tutto.
Poi imprevedibilmente tutto cambiò, l’improvvisa
vista di un cartello scolorito ebbe il potere
d’infondergli nuovo vigore e un inaspettato
entusiasmo.
Mancavano solo poche centinaia di metri alla
salvezza, ancora poco meno di mezzo chilometro e
sarebbe giunto a destinazione alla stazione M21.
Poteva già intravedere le intense luci bianche in
fondo al tunnel, ma proprio allora accadde ciò che
aveva a lungo temuto, ebbe giusto il tempo di
gridare:- No, oddio non ora!- e il condotto cedette.
La parete si frantumò in migliaia di pezzi e l’unico
sopravvissuto fu così risucchiato verso l’esterno in
un turbinio di fine sabbia rossa e pietrisco di
varia dimensione.
In quei pochi convulsi istanti, Joseph ebbe la
certezza assoluta di essere sul punto di morire in
modo orribile, ma non accadde.
Rotolò semplicemente nella sabbia per parecchi
metri, finché non si fermò e si alzò in piedi,
apparentemente illeso, senza alcuna fame d’aria o
sofferenza di alcun tipo. Una volta rialzatosi si
guardò intorno e si trovò immerso in un’atmosfera
irreale.
In ogni direzione si estendeva una pianura
sconfinata e per quanto si sforzasse non riusciva
nemmeno a intravedere il condotto dal quale era
stato violentemente espulso dallo sbalzo di
pressione.
Il cielo sopra di lui non era rosso, come si
aspettava, ma di un cupo grigiore, mentre
all’orizzonte un’immane tempesta di sabbia sembrava
inghiottire un sole spento, il cui ultimo sprazzo
vermiglio, soffocato dalla sabbia cremisi,
preannunciava il giungere di una lunga notte. Una
notte lunga, ma non infinita, perché se anche nessun
uomo era destinato a rivedere una nuova alba, questa
sarebbe comunque giunta e un’infinità di altre
l’avrebbero seguita, così come un’infinità di albe e
crepuscoli avevano preceduto l’avvento dell’uomo, a
testimonianza di quanto sia effimera e
insignificante la nostra presenza in questo Cosmo
freddo in continua evoluzione.
Joseph, sempre più confuso, si accorse allora con
sconcerto che il proprio corpo cominciava a perdere
consistenza e fu colto dal panico. All’improvviso
tutto scomparve, un flusso incontenibile d’emozioni
esplose allora dalla sua memoria e rivisse in un
singolo istante tutta la propria esistenza, per poi
cadere nella polvere, di nuovo immerso in quel cupo
palcoscenico.
Fu così, come ogni singolo umano che aveva condiviso
la sua sorte prima di lui, che comprese ciò che
stava accadendo, anche se come molti faticò ad
accettarlo.
- No!- urlò Joseph, senza emettere alcun suono
reale- Mi rifiuto di crederlo, sono…
- Sì- lo interruppe una voce afona, che sembrava
provenire da ogni direzione.
Joseph percepì una presenza alle proprie spalle e si
voltò. Gli si parò davanti un gruppo di sette
creature umanoidi dalla pelle liscia e bianca, le
dita lunghe e affusolate e barbigli colorati che
pendevano dal viso.
- Cosa ti aspettavi?
- No, non lo so… non so cosa mi aspettavo. Non mi
aspettavo nulla- balbettò Joseph.
- In principio eravate solo polvere di stelle e
questo è tutto ciò che rimarrà di voi nella realtà
che hai abbandonato. Senza di noi non avreste più
importanza di un granello di sabbia sospinto dal
vento. Noi vi abbiamo disegnato a nostra immagine,
come innumerevoli stirpi prima di voi, vi abbiamo
donato un’essenza immortale e più di ogni altra cosa
vi abbiamo dato la libertà. Ma ora è giunto il
momento di rendere conto delle proprie azioni e
sarai tu stesso a giudicarti, così sta scritto da
sempre- dissero all’unisono quelle sette creature.
Joseph ormai appariva solo come un riflesso sfocato
di se stesso, eppure a occhi umani sarebbe stato
possibile coglierne ancora il profondo terrore e le
lacrime che cadevano copiose sulla sabbia senza
bagnarla, mentre chiedeva:- Arderò tra le fiamme
eterne?
Le creature lo fissarono in silenzio, completamente
immobili.
Una nube oscura prese consistenza dal nulla, scivolò
veloce sulla sabbia, tra le pietre, fino ad
avvolgere la figura evanescente di Joseph e a
fondersi con essa.
- No, vi prego, perdonatemi, concedetemi almeno di
perdermi nell’oblio- li supplicò un’ultima volta
Joseph.
- Il tempo della Misericordia è finito- risposero
con voce ferma le creature, poi una di esse calò la
propria mano attraverso ciò che rimaneva del suo
corpo, disperdendolo come fumo nel vento insieme
alla nube oscura, mentre imprecava e urlava
disperato, intravedendo gli orrori dei quali avrebbe
indissolubilmente fatto parte al di là del Tempo,
dove un istante e l’eternità sono una cosa sola.
Un altro ciclo era compiuto, l’ultimo uomo era
morto.