LA
FAME E' IL MIGLIOR CONDIMENTO
di Della Gatta
Eleonora
Era davvero quella che si suole definire una “serata
da lupi”, una di quelle che farebbe tranquillamente
da sfondo all’inizio di un film horror: lampi
intermittenti, luna coperta da fitte nubi, tuoni e
pioggia scrosciante. Il meglio del repertorio.
Avevo litigato per l’ennesima volta con
quell’imbecille del mio fidanzato. Come sempre una
sciocchezza aveva innescato la scintilla e, come
sempre grazie alla sua incomparabile ottusità, la
scintilla era diventata un incendio divampante.
Piccolo problema: ero in macchina con lui e il
“cavaliere” aveva accostato e da bravo cafone mi
aveva fatta scendere nel bel mezzo del temporale,
senza nemmeno lo straccio di un ombrello e in una
zona della città che non conoscevo affatto.
Era molto tardi, mancava un quarto d’ora all’una di
notte. Non potevo certo rimanere in mezzo alla
strada, peraltro piuttosto deserta e malfamata. Fece
capolino dal mio stomaco un accenno di paura, se ne
sentivano tante in fin dei conti, stupratori, ladri,
malintenzionati e in quel momento io, sola e
fradicia, ero diventata preda facile e appetibile.
Feci una panoramica della zona e avvistai un locale
ancora aperto in fondo alla strada, decisi di andare
a ripararmi lì dentro.
“Metamorfosi bar”, diceva l’insegna al neon.
Il campanello della porta annunciò il mio ingresso.
Tutti i presenti, una decina a occhio e croce, si
voltarono a guardarmi con aria strana.
Una ragazza in fondo alla sala si alzò di scatto, ma
il signore seduto al suo fianco le prese il braccio
e la bloccò con decisione.
Lei sbuffando si rimise a sedere e gli borbottò
qualcosa che non riuscii a captare.
Vincendo l’iniziale incertezza che mi aveva colta
notando la bizzarra atmosfera del locale, presi
posto a un tavolo solitario nell’angolo della sala.
La cameriera arrivò subito.
«Cosa prende?», mi chiese.
Anche lei aveva un’ambigua espressione stampata
sulla faccia stralunata. Una specie di sorriso
plastificato da rifilare al bisogno, molto forzato e
innaturale.
«Un frullato di banane, grazie». Risposi cercando di
rilassarmi.
La cameriera mi lanciò un altro sguardo allucinato e
poi se ne andò.
La guardai dirigersi verso il bancone e sarei pronta
a giurare che lei e il nerboruto barista si
lanciarono un’occhiata ammiccante, complice. E
sorrisero.
Suggestione.
Il temporale, la litigata con il mio fidanzato, la
forte arrabbiatura.
Suggestione, tutto qui.
Aprii la borsetta per prendere il cellulare.
Ovviamente era scarico. Volevo chiamare mio padre
per farmi venire a prendere. Tentai di rianimarlo
togliendo e rimettendo la batteria.
Ma nulla da fare, non dava nessun segno di vita.
Affranta lo rimisi a posto, avrei chiesto la
gentilezza di poter usare il telefono del locale.
Alzai lo sguardo dalle mie mani, attirata dal
silenzio che regnava in quel bar. Notai che le
persone erano tutte immobili e composte, la maggior
parte era sola al tavolo, c’erano solo un paio di
coppie. Ma nessuno di questi parlava, sembravano
quasi manichini, comparse ingaggiate per non far
sembrare troppo vuoto e desolato quello squallido
posto di periferia.
C’era davvero qualcosa che stonava in quella gente,
che fossero stanchi data l’ora? Ma se così fosse
stato, chi mai li obbligava a rimanere lì seduti.
Ecco, era come se tutti fossero in attesa di
qualcosa, come se fossero impossibilitati a muoversi
pur volendolo.
La cameriera, che riapparve con il mio frullato di
banane, arrestò la giostra chiassosa di quei
pensieri bislacchi.
Me lo porse senza staccare per un istante gli occhi
dal mio petto, quasi che di me non fosse esistito
altro. Il flash di un lampo accecante e il
successivo roboante schianto del tuono mi fecero
saltare sulla sedia.
«Grazie», balbettai impaurita come una bimbetta di
tre anni. Mi vergognai un po’ per quella reazione
così poco adulta e controllata, ma la sensazione di
disagio cresceva di secondo in secondo e non solo
per la sgradevole fissità di quelle persone e per
l’invadente sguardo dell’assurda cameriera.
Si trattava di qualcosa di più che non riuscivo ad
afferrare, qualcosa sulla punta della lingua che non
voleva uscire.
La cameriera continuava a rimanere in piedi e a
fissarmi in attesa, forse voleva che pagassi subito
il conto. Feci per prendere il portafogli quando
notai che lei si era irrigidita e aveva spostato lo
sguardo su tutti gli altri clienti, uno sguardo
truce, soprattutto in direzione della ragazza che
all’inizio si era alzata con un guizzo aggressivo.
Fu mentre avevo deciso di averne abbastanza e
andarmene che sentii un ringhio basso e gutturale.
Proveniva proprio dalla cameriera. Possibile?
Il grande orologio del bar fece un rumoroso
rintocco. L’una precisa.
STACK. STACK. STACK.
Sembrava il rumore di assi di legno che si scollano
di scatto. Continuò per un paio di secondi,
frastornata mi guardai attorno.
Tutte le persone presenti nel locale si stavano
contorcendo convulsamente emettendo
quell’inquietante suono.
STACK. STACK. STACK.
Anche la cameriera cadde a terra scossa da violenti
spasmi.
Mi alzai in preda al panico con l’intenzione di
uscire di corsa da quel folle locale, ma il rumore
cessò, nessuno si stava dimenando più, niente più
rumore d’assi staccate.
Erano tutti sdraiati con la faccia rivolta verso il
pavimento, tutto era tornato irrealmente silenzioso
e immobile.
Cosa diavolo era accaduto? Che fossero tutti morti
avvelenati? Intossicati da qualche cibo o bevanda?
Esitai indecisa sul da farsi. La cameriera si mosse
d’improvviso e lentamente, facendo leva sulle
braccia tremanti si rimise piedi.
Gli altri fecero altrettanto, molto lentamente, con
movimenti distorti e innaturali.
Un conato acido di vomito mi salì prepotente su per
la gola, lo ricaccia nello stomaco. L’intenzione era
quella di urlare e scappare, ma né l’uno né l’altro
impulso venne accolto dal mio corpo rigido e
sconvolto.
I volti di tutta quella gente erano completamente
colati, come se fossero state maschere di cera
sciolte dal calore e deformate fino
all’inverosimile.
Gli occhi non erano dove avrebbero dovuto essere,
umidi e vuoti mi fissavano dai lati di rugose
guance, il naso si era ridotto a una doppia e buia
cavità dalla quale fuoriuscivano umori non meglio
identificati e le bocche…
Le loro bocche occupavano quasi tutto il volto,
enormi e deformate erano piene di denti acuminati.
Le labbra erano sparite, la carne che circondava
quel terribile buco era tutta bruciata e piena di
vesciche.
In molti cominciarono a emettere brontolii cupi e
minacciosi, piegando le loro ginocchia inumane,
pronti al balzo.
Una solitaria lacrima di consapevolezza rotolò
silenziosa sulla mia guancia.
«Buon appetito!», latrò la cameriera soddisfatta. Mi
sembrò di scorgere un ghigno in quell’ammasso di
carne deforme e lame aguzze che era il suo viso.
E come furie disumane mi si avventarono addosso.