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Biografia dell'autore

 

 

 

 

LA MAMMA E' SEMPRE LA MAMMA

(anche nei momenti di carestia)

 

 

di Altieri Giovanni

 

 

-         L’ha detto e l’ha fatto Michele!

-         Che cosa ha fatto?

-         È andato al funerale di Silvio e gli ha pisciato sulla tomba!

-         Ma va?

-         E si! Guarda è sul giornale! L’hanno messo dentro!

-         Ma che stronzo!

-         Mica tanto! Ha carattere!

Michele aveva oltraggiato un cadavere e gli articoli del codice penale 410 e 413 che tutelano il sentimento di pietà verso i defunti. A lui di tutto questo non interessava niente. Rimase in cella per circa una settimana, dove ebbe occasione di leggere, pitturare, incidere sul muro alcuni segni strani, stelle, svastiche, date. Quando lo rimisero in libertà il direttore del carcere, volle sapere cosa aveva letto, disegnato e raschiato sulle pareti della cella. Avvisò la questura. All’uscita della casa circondariale fu accolto da una folla di gente che lo portò in trionfo per aver orinato sulla tomba di Silvio. Era divenuto un eroe. Il lavoro di autista presso un corriere l’aveva perso ed anche la madre non volle più rivolgergli la parola. Andò a dormire sotto un ponte in un paese distante dal suo, assieme ad altri straccioni. La fame attanagliava le sue budella e non riusciva a fare soldi a sufficienza mendicando. Tornò a casa dalla madre che non volle farlo entrare, ma poi sollecitata dal parroco del paese e anche dai vicini lo riprese in casa. Fu il parroco a metterlo a lavorare dal macellaio che però non voleva assolutamente vederlo in bottega, per cui l’aveva destinato a tenere in ordine le celle frigorifere, rassettare i locali una volta chiusa l’attività. Michele era forte, alto, giovane e faceva “gola” alla moglie del macellaio che cercò di sedurre il ventenne. Michele non era completamente squilibrato, non aveva idee sue, diciamo, agiva per impulsi su quanto sentiva, per quanto vedeva, elaborava nella sua testa azioni che altri giovani accennavano inebriati dalla quotidianità. Michele aveva pisciato nella tomba di Silvio perché tutti dicevano che era un farabutto, un politico corrotto e corruttore, un falso perché c’era una forte cospirazione contro quell’uomo che aveva fatto carriera politica in fretta raggiungendo la carica di segretario del partito. Durante uno dei comizi tenuti da Silvio in paese, Michele fu allontanato dai Carabinieri perché disturbava con frasi oscene, pernacchie, urli e schiamazzi. La moglie del macellaio riuscì a farsi amare da Michele, sottraendolo per poche ore al marito, portandolo a casa per fargli imbiancare tre camere. Le pareti furono tinteggiate a dovere ed anche la signora fu appagata da mesi di astinenza. In quella circostanza la donna annebbiò la mente di Michele, screditò la madre del giovane amante mortificandolo e accusando la madre di questo suo atteggiamento, sostenendo che la causa di tutti i guai passati era la madre. Michele era facilmente influenzabile, suggestionabile e ammaliato dalle carezze della donna, plagiato e dominato dalla forte carica erotica decise di “disfarsi” della mamma. Non disse niente alla donna, all’amante, ed elaborò un piano che non gli complicasse la vita, che non gli facesse perdere le attenzioni della spasimante, che non lo rimettesse in galera. Così una sera mentre la madre dormiva nella sua camera, Michele armato di una busta di plastica le rinchiuse il collo facendola asfissiare. Dovette applicare un po’ di forza perché la donna si agitava, perché si rendeva conto di quanto accadeva e cercava di divincolarsi,liberarsi ma Michele aveva negli occhi le lucide gambe ed il pube nero e folto dell’amante e non poteva vedere gli occhi terrorizzati della mamma, le vene della fronte ingrossate e rigonfie di terrore. Quando la mamma spirò Michele la percosse con la bibbia che la pia donna tutte le sere rileggeva prima di dormire, la colpì perché aveva orinato sulle candide lenzuola, macchiandogli i pantaloni. Michele aveva cura dei propri abiti. Avendo bene imparato il mestiere di macellaio non ebbe incertezze a massacrare la mamma, tagliandola a dovere sistemando le parti mollicce in comode buste della spazzatura, ricavando i muscoli, isolando le costole, riservando il fegato, sottraendo le ossa ben spolpate. Una volta sezionato in parti comuni la mamma, la carne, le ossa, le budella e raccolto il sangue, mise tutto in cassette di plastica e ricoverate nel congelatore che la donna teneva in cantina. Alle due di notte, quasi tutte le nottate, usciva per recarsi al cimitero del paese per distribuire le cosce della mamma ben macinate ai numerosi gatti, e le budella ancora fresche e sanguinanti nel fossato dietro il muro del camposanto dove rospi, ranocchie e anguille gradivano assaggiare sino a sfamarsi. Aveva riservato il cuore a una persona che inaspettatamente gli era apparsa dal buio, un uomo anziano dalle unghie lunghe, dal volto caprino, un soggetto spaventoso ma penoso, ricurvo, un poveraccio che gli aveva chiesto il cuore della madre e se voleva avere fortuna e gioia nella vita anche l’anima. Michele lo accontentò offrendogli il cuore della mamma che il vecchio tenebroso gustò davanti a lui, scusandosi per non aver trovato l’anima della donna appena macellata. Ma il vecchio desiderava l’anima di Michele! Michele rimase un attimo perplesso.

-         Che cosa vuoi? Chi sei?

-         Sono Audofq!

-         Ne so meno di prima!

-         Colui che divide

-         Dividi cosa?

-         Sono l’Angelo caduto.

Michele continuava a non capire e allora il vecchio davanti a lui si scoprì dall’abito che portava, una coperta avvolta in tutto il corpo e rivelò d’essere un mostro, con il corpo sanguinante, le gambe erano secche zampe di stambecco, nudo come un porco, con una coda lunga che finiva con un ciuffo di peli disordinati. Michele indietreggiò impaurito lasciandosi cadere ciò che aveva in mano. Il vecchio mostro aprì delle grosse ali lerce sulle spalle e s’innalzò di qualche decimetro, e un odore sgradevole di sterco si diffuse assieme a una nebulosa di polvere rossa, cangiante in giallo, e poi bianca come la nebbia e come la caligine si fisso addosso a Michele che ne fu inondato, unto, coperto. Alcuni topi accorsero addosso alle frattaglie cadute di mano al ventenne che divorarono accucciati, ignari di quanto stava accadendo intorno. Da alcune tombe certe forme simili lingue di fuoco si levarono verso l’alto, e gradualmente prendevano la forma di cadaveri sospesi coperti da un velo, così come rimangono negli obitori in attesa di essere sepolti o lacerati dai patologi. Corpi di cadaveri penzolanti che lasciavano scivolare a terra liquidi emananti fetori tossici, fluidi che a contatto con la terra del camposanto mutavano in rivoli di lava, ardenti rigagnoli che si diramavano come fronde di alberi invernali, rinsecchiti, tetri. Audofq ritornò a terra e si pose accanto a Michele e gli richiese l’anima in cambio di amore, sesso, soldi e felicità e parlando si toccava il sesso che cominciava a gonfiarsi fino a giungere all’altezza dello sterno, un pene turgido e pulsante. Michele si scostò da quella figura demoniaca, impaurito, sbalordito dalle dimensioni del pene, e indietreggiando nel buio cozzò contro qualcosa o qualcuno. Si voltò di scatto e vide la moglie del macellaio avvolta in una nube di rosso chiarore, dentro una nicchia luminescente che zampillava sangue intorno. La donna era completamente nuda, con gli occhi raggianti di desiderio, di voglia, di bramosia, con gli occhi puntati sul sesso di Audofq. Michele rimase immerso e immobilizzato in un avvallamento del terreno, una fossa che progressivamente scendeva e poteva vedere che la donna si era affibbiata con la bocca al grosso nerboruto pene del demonio.

-         Se vuoi vivere, devi darmi l’anima!

Michele continuava a precipitare lentamente dentro la fossa che si riempiva di lava ardente e puzzolente mentre i cadaveri rimanevano sospesi in aria e i topi rientravano nelle proprie tane. Audofq prese la donna dalle spalle, possedendola come una pecorella, un’agnellina che non poteva resistere a quelle infoiate spinte animalesche e cominciò a guaire, piangere, urlare fino a svenire sotto i colpi che il demonio continuava ad assestare con violenza fino a perforare la donna sulla schiena tra i reni che sbucarono fuori caldi e sanguinanti pronti ad essere ingeriti da Audofq che sbavava fiele dalle labbra sanguinolente. Michele aveva oramai raggiunto con il mento la lava ardente che anziché ustionarlo lo rinfrescava.

-         Se vuoi vivere, devi darmi l’anima!

Michele accettò nel momento in cui la lava iniziava a lambirgli le labbra e urlando che avrebbe dato l’anima al mostro rivide la donna riprendere le forme naturali e lo aiutò a venire fuori dalla fossa che stava rialzandosi. I cadaveri penzolanti rientrarono nei propri loculi ricomponendo il cumulo di terra. Audofq si richiuse nel suo mantello e si allontanò dalla scena portandosi dietro gli odori fetidi e i fumi. Il camposanto ritornò a essere solitario, buio, il tranquillo luogo di riposo dei cari defunti.