LA
SERRA
di de Angelis
Marcello
Il commissario Ambrosio osservava quasi ipnotizzato
i cerchi di gesso sul pavimento e i brandelli di
carne al loro interno. Nella notte appena
trascorsa, al secondo piano di villa Piersanti, i
corpi di un uomo e di una donna, completamente nudi,
erano stati straziati in modo inimmaginabile:
mutilati e devastati senza pietà. Non un’impronta né
un’orma erano state rilevate, non un passo falso
dell’assassino. O degli assassini, chissà! Senza
alterare la scena, Ambrosio si avvicinò ad uno dei
perimetri di gesso. Questo conteneva la testa della
ragazza. Era stata strappata dal resto del corpo a
mani nude.
Il commissario fissò il viso della donna: i tratti
deformati da una paura senza precedenti, i lunghi
capelli neri impastati al sangue, appiattiti sul
tappeto. Gli occhi sbarrati rivelavano di aver visto
l’orrore allo stato puro.
Dodici ore prima.
Il dottor Vittorio Piersanti, basso di
statura, un fisico esile, capelli bianchi e spessi
occhiali sul naso, conservava ancora un aspetto
giovanile nonostante i suoi sessantacinque anni.
Elegante, in quel vestito grigio, si trovava nel
posto che di più amava: la sua serra. Posta accanto
alla splendida villa di famiglia, in un lato dello
sterminato giardino, le pareti di vetro e acciaio
proteggevano una zona di terreno lunga quasi ottanta
metri in cui erano coltivate con amore e dedizione
le più stravaganti piante del mondo: un rettangolo
di terra formato da alberi e fiori provenienti dai
posti più incredibili! Perfettamente attrezzata con
irrigatori elettronici e rilevatori di umidità era
una via di mezzo tra una giungla e un Paradiso
Terrestre. Tutt’intorno, sul selciato circostante,
erano disposti due tavoli di legno ed alcuni
armadietti con tute e attrezzi da lavoro.
Per Vittorio quell’ambiente rappresentava molto più
di un semplice hobby. Solo lì dentro, infatti,
smessa la maschera da scaltro imprenditore, egli
riusciva ad essere davvero se stesso. Il suo
carattere così forte e deciso nel lavoro era, al
contrario, mite e riservato nella sfera privata.
E forse fu proprio il suo essere timido ed insicuro
nei confronti dell’altro sesso a far sì che anni
addietro il giovane finanziere si estraniasse dal
mondo, evitando contatti che eludessero l’ambito
lavorativo, indirizzando la sua esistenza a coronare
i sogni del padre, facendo prosperare l’azienda di
famiglia fino a farne la società potente che tutti
conoscevano.
Ci era riuscito. Ma la solitudine di cui si era
circondato lo tormentava. Per questo l’imprenditore
finì per dedicare l’immenso amore, la dolcezza e la
tenerezza che aveva dentro esclusivamente alle sue
piante: le vide crescere e le amò come fossero state
delle figlie, delle mogli, come la famiglia che non
era riuscito a crearsi. Il lavoro e il mondo chiuso
in quella serra rappresentavano la metà
dell’universo di Vittorio.
Venne raggiunto da Michele che aveva chiuso nella
borsa di pelle i documenti appena firmati. Quasi un
metro e novanta di statura, fisico atletico, folti
capelli castani ben pettinati e un paio di occhi
azzurri, era il notaio di Vittorio. Ma non solo:
nonostante la differenza di età, con i suoi
trentacinque anni, ne era anche il migliore amico
nonché il più grande e fraterno confidente.
Conosceva bene i tormenti dell’imprenditore.
In quel rigido pomeriggio invernale, i due amici si
strinsero la mano. Vittorio era davvero orgoglioso
di ciò che aveva sottoscritto e soprattutto per
averlo fatto proprio tra le sue amate piante.
Il notaio era altrettanto sollevato per aver
adempiuto con precisione ad un desiderio dell’amico.
Alle loro spalle la porta a vetri si aprì cigolando
ed entrò Francesca.
I due uomini si voltarono e le sorrisero. La ragazza
si avvicinò alla coppia con passo svelto, facendo
ondeggiare i lunghi capelli neri che incorniciavano
un viso perfetto, dai lineamenti marcati e
sensualmente mediterranei. Il vestito nero corto ed
attillato fasciava un corpo asciutto e ben
delineato. Con un sapore fresco di primavera
Francesca poggiò le morbide labbra su quelle di
Vittorio. Quella ragazza che ora lo abbracciava era
l’altra metà del suo universo.
Michele distolse discretamente lo sguardo.
“Che state facendo qui dentro tutti e due?” chiese
incuriosita Francesca “non dirmi che…”
“Si, l’ho fatto.” l’interruppe il compagno.
“Ma tu sei pazzo!” esclamò lei allargando gli
splendidi occhi, scuri e dolcissimi.
Ne avevano discusso parecchio. Francesca era
ritrosa, non la trovava un’idea giusta, ma l’uomo
insisteva.
Il loro incontro, due anni prima ad una conferenza,
aveva gettato Vittorio e le sue inquietudini in un
oceano di incertezze. Lei si era avvicinata e man
mano che gli porgeva le domande come inviata del
giornale universitario, lui si era perso in quei
meravigliosi occhi. I due si rividero la sera,
casualmente, in un ristorante del centro. E fu lì
che Francesca confessò all’imprenditore ciò che
provava. Era innamorata di lui. Vittorio rimase
senza parole, turbato dalla situazione, ma col
passare del tempo si lasciò conquistare dal fascino
e dalla bontà di quella giovane studentessa.
Superata ogni idea circa un interesse economico
della ragazza e fregandosene delle critiche dei
giornali, si abbandonò a quell’amore così folle,
così unico.
“Ma la nostra differenza di età va contro ogni
logica…” era il pensiero fisso di Vittorio.
“Ma perché l’amore ha una logica?” ripeteva ogni
volta lei, baciandolo e facendo sparire in un
istante i suoi fantasmi.
La tenerezza e l’affetto che erano riusciti ad
infondersi completavano quel rapporto imperfetto per
il mondo, ma perfetto per loro due.
Un po’ per riconoscenza, un po’ per dimostrare la
sua fiducia e confermare ancora una volta l’amore
che provava per lei, Vittorio aveva chiamato Michele
chiedendogli di preparare un testamento dove le
intestava ogni suo possedimento, mobile ed immobile.
Doveva essere Francesca l’erede dei suoi beni, in
quanto per lui, era lei il bene più prezioso.
Nella serra la ragazza avvolse il viso di Vittorio
tra le mani e guardandolo negli occhi sussurrò “Io
non merito questo, te l’ho sempre detto. Ma come può
esistere una persona come te? Ti amo immensamente”.
Poi delicatamente lo baciò ancora, regalandogli il
più dolce dei nettari e facendolo sciogliere in un
fiume di sensazioni.
Fu in quel momento che il rastrello venne scagliato
con forza sulla testa di Vittorio.
Michele lo aveva afferrato dal tavolo alle sue
spalle e, approfittando del momento di distrazione
dell’amico, lo aveva colpito con violenza alla nuca.
Vittorio, scosso dal colpo si accasciò sul
pavimento, ancora vivo.
Il corpo tirato dalla contrazione improvvisa dei
muscoli per lo shock subito tremava in modo
incontrollato, la bocca aperta mostrava la lingua
immobile e gli occhi incredibilmente fuori dalle
orbite giravano impazziti in preda agli spasmi e
alla paura.
Quello strazio venne interrotto da un colpo di
pistola.
L’arma, ancora fumante, era stretta nella mano di
Francesca “Hai finito di stare tra i piedi!” sibilò.
La donna si avvicinò a Michele che ancora reggeva il
rastrello lordo di sangue e lo baciò sulla bocca,
poi gli mostrò la pistola “Pensa che me la regalò
lui per difendermi dai malintenzionati…”. Risero di
gusto pensando a come il vecchio innamorato volesse
proteggere la giovane compagna dai pericoli
provenienti dal mondo esterno ignorando quale essere
diabolico si celava proprio sotto le sue lenzuola.
I fiori e le piante assistettero impotenti alla
scomparsa del loro amico.
Nel silenzio della loro terra, con molta
probabilità, piansero.
Michele trascinò il corpo dell’amico fuori dalla
serra, quindi nei corridoi del palazzo e giù per le
scale. Raggiunse la sala centrale delle cantine dove
si trovava l’enorme caldaia ancora spenta.
Aiutato da Francesca issò il corpo di Vittorio sulle
spalle e poi lo lasciò scivolare attraverso la porta
di ferro fino a farlo finire sul fondo.
Accese il fuoco.
Dall’interno della caldaia arrivò un atroce urlo di
dolore, un suono distorto e cupo seguito da forti
colpi sulle pareti di metallo.
I due amanti trasalirono terrorizzati.
Vittorio era ancora vivo.
Stava bruciando e si dibatteva in preda alle fiamme
che lo stavano divorando.
Michele e Francesca si guardarono allibiti,
increduli. Poi, in un istante, il loro sguardo
cambiò. Ora c’era una luce diversa nei loro occhi,
qualcosa di luridamente sinistro… iniziarono a
baciarsi con un ardore mai vissuto, si spogliarono
di ogni abito e come due animali si accoppiarono con
forza proprio lì, ai piedi della caldaia, a due
passi dalle pareti di metallo che ancora
riecheggiavano i colpi di Vittorio e dell’inferno
che stava vivendo.
Colpi che si affievolirono quasi subito.
L’atroce atto sessuale fu consumato in pochi
istanti, il tempo che impiegò il corpo di Vittorio a
diventare cenere.
Appena un’ora dopo il delitto, Michele rientrò nella
serra, si avvicinò alla terra tanto amata da
Vittorio l’attraversò e, giunto al centro della
vegetazione, vi depositò le ceneri raccolte dalla
caldaia. Non per umana pietà, ma per far sparire
ogni traccia di quanto era accaduto. Poi spense le
luci.
Con un dolore che sovrasta le umane concezioni, i
vegetali circostanti iniziarono ad allungare le loro
radici fino ad abbracciare, come centinaia di
sottilissime braccia, ciò che restava di chi aveva
dedicato loro parte della propria vita.
Il sistema di irrigazione automatica si accese in
perfetto orario e la pioggia diffusa dagli erogatori
fece penetrare le ceneri nel terreno fondendole in
un impasto di fango.
Quasi a voler ricambiare la generosità delle
attenzioni di Vittorio, le piante presero ad
irrorare la terra della loro linfa vitale, con
l’intenzione di restituire quell’energia e quel
vigore che in tanti anni avevano ricevuto. Dal
bozzolo formato ormai da migliaia di radici e
sepolto come un seme, emerse un tronco ligneo,
possente, odoroso di forza viva.
Raggiunta una certa altezza il tronco si piegò in
avanti. Dalla corteccia si separarono due listelli
che, come delle braccia fecero leva nel terreno per
liberare il resto del corpo. Le due estremità
affondate nella terra si deformarono, dividendosi in
vere e proprie dita.
Lentamente il tronco riuscì a trascinarsi fuori
dalla terra, strisciando fino al selciato.
I bulbi che ancora spuntavano dalla parte inferiore
e che si infilavano nella terra si spezzarono così
come può staccarsi il cordone ombelicale di un
neonato e permisero al legno di separarsi in due
porzioni, come delle gambe. Rotolò su se stesso e
finì supino. La parte superiore si lacerò nel centro
andando a formare una sorta di bocca. Da quel
momento la creatura potè finalmente respirare. Il
fitto groviglio di radici che l’avvolgeva
trasportava linfa in tutto il corpo svolgendo
perfettamente la funzione propria di un apparato
venoso umano. Il torace si alzava e abbassava sempre
con maggiore regolarità, facendo scricchiolare il
legno di cui era composto man mano che l’essere
completava la sua evoluzione.
Acquistata maggiore sicurezza, quello che una volta
fu il potente Vittorio Piersanti si alzò.
Mosse i primi passi incerti verso l’esterno e si
fermò. Una musica risuonava nell’aria. Alzando la
testa si rese conto che proveniva dall’unica
finestra accesa del palazzo adiacente la serra.
Quella della camera da letto. La memoria riportò le
immagini di quanto era accaduto poche ore prima.
La fessura da cui respirava si allargò a dismisura
in un’espressione disperata.
La creatura stava urlando il suo dolore, ma nessun
suono riuscì ad emettere.
Probabilmente i due amanti ora, stesi nudi uno
sull’altro, avrebbero udito uno strazio di disperata
voglia di vendetta, di chi aveva visto l’inferno con
i suoi occhi e da lì era tornato con uno scopo
preciso.
Il commissario Ambrosio scese le scale e attraversò
l’atrio di villa Piersanti. In giro, oltre ai resti
delle due vittime, fu trovato solo fango e polvere
di terra, una vera e propria scia che conduceva
fuori dalla villa, dritto verso la serra.
Ambrosio vi entrò con la speranza di trovare
qualcosa. Si fermò di colpo davanti ad una scena
surreale: ogni pianta, ogni albero, ogni fiore, di
qualsiasi specie e dimensione era appassita, anzi,
prosciugata della forza vitale.
Curiosamente, al centro del terreno, solo,
troneggiava un albero senza foglie ma circondato da
una fitta rete di radici tutta stretta intorno al
fusto.
Il commissario rimase colpito dalla strana
spaccatura sulla parte superiore del tronco.
Una spaccatura che conferiva all’albero un’aria
curiosa, buffa, rispetto all’orrore compiuto quella
notte.
Una spaccatura che, incredibilmente, ricordava un
sorriso.