Osiride
si alzò dalla sedia. Indossava un abito ottocentesco. Dei guanti che le
arrivavano al gomito mascheravano le sue piccole mani bianche . I capelli erano
raccolti con una piccola ciocca color caramello che scendeva dalla spalla
sinistra e che formava un boccolo. Un piccolo fiore rosso adornava la sua
capigliatura. Al centro del fiore risiedeva un piccolo rubino scuro. La giovane
si tirò i capelli dietro le orecchie. Il suo abito era ampio. Anch’esso sui toni
del rosso, pareva risplendere alla luce tenue della luna. La gonna era a balze
con un sottogonna bianco che richiamava i guanti. Il vestito aveva anche un
corpetto. Al collo aveva un collana uguale al fiore rosso fra i capelli. Si
trovava dietro un palco. Dapprima era seduta tra le scale che portavano
all’uscita dal teatro e tra la parete che la separava dalla folla. Si avvicinò
al suo violino. Lo sfiorò delicatamente con le sottili dita della mano destra
per poi seguirne il contorno . Sorrise. Il violino era uno Stradivari. Ma con
una particolarità . Il suo era nero e aveva una piccola incisione d’oro. Il suo
nome era scritto sul violino, cosi che non avesse mai potuto perderlo. Osiride
era una bambina. Dimostrava appena dodici anni. Era bellissima. Ma non era
umana. I suoi occhi vitrei continuarono a fissare il violino. Era una bambola di
porcellana. Era stata posseduta tempo prima da un demone dell’agonia. Aveva
l’aspetto e la statura di una bambina, ma non aveva un cuore, non aveva emozioni
.E il suo tempo stava per scadere. Non poteva parlare. Non poteva udire. Ma
sapeva esattamente cosa fare. Voleva più di ogni altra cosa diventare umana.
Poter sentire, parlare. Possedere delle emozioni, avere una famiglia. E quella
era l’unica occasione che aveva per far avverare il suo sogno. Prese in mano il
violino. Era arrivato il suo momento. Oltrepassò la parete e vide davanti a se
aprirsi la folla. Anime. Tante anime. Una. Doveva sceglierne una. Il violino
doveva sceglierne una. Uno scroscio di applausi iniziò appena videro la piccola
sedersi nella sedia al centro del palco. Si sistemò la gonna. Il silenzio calò
tra la folla. Un occhio di bue la centrò e tutto il resto venne oscurato.
Osiride sapeva che tra la folla acclamante lei era li. Prese l’arco e lo
posizionò sulla corda della nota con cui avrebbe dovuto iniziare il sonetto.
Poteva sentire l’anima predestinata. Era una leggera presenza che ruotava
attorno a lei. Poteva palparla con la mente e sentire i suoi occhi addosso, il
cuore che pulsava, il sangue che fluiva in tutte le cavità. Iniziò a suonare. Le
note iniziarono a scorrere una ad una. Una melodia infernale. Chiuse gli occhi
per poter scegliere le note in modo migliore. Solo una specifica sinfonia
avrebbe potuto attirare l’anima. La sinfonia del suo cuore. L’anima della
prescelta sembrava attirata dalla sinfonia. Il suo roteare attorno a Osiride era
più pressante. Ben presto sarebbe stata umana. Le note continuavano a fluire tra
la gente e tutti parevano incantati dalla bravura della bambola. Teneva ancora
gli occhi chiusi e alcune persone si chiesero se non stesse dormendo. Man mano
che la sinfonia andava avanti il vento iniziava ad alzarsi e alcune foglie si
sollevarono da terra. Mosse le labbra. Sentiva anche il sapore dell’anima.
Presto sarebbe stata sua. Ormai l’anima era addosso alla bambola. Era arrivato
il momento. Nona fila, dodicesimo posto. Capelli neri come il suo violino, occhi
verdi smeraldo, guance rosee. Indossava una maglietta gialla e una gonna che
arrivava al ginocchio bianca di seta. Osiride di scatto aprì gli occhi e il
tempo si fermò. Tutte le persone era ferme. Il vento non soffiava più. Ma non
per tutti. Tra la folla Osiride vide una leggera macchia gialla. Posò lo
Stradivari accanto alla sedia e sorrise. La ragazza guardò avanti a se. Vedeva
la violinista con le mani giunte in grembo. Una voce arrivò alle sue orecchie ,
la voce di Osiride. Una voce mentale però. Più un pensiero. Ma non riuscì a
capire ciò che Osiride disse. Era una lingua strana. Cosa che mise alla giovane
ancor più paura . Nell’anfiteatro risuonò ancora una volta la voce della
bambola che adesso si poteva sentire forte e chiaro. Stava pronunciando il suo
nome. La stava chiamando. Miriam. La giovane tentò di uscire dal teatro. Arrivò
davanti la porta e tentò di aprirla , ma era bloccata. Corse al lato opposto
della sala, ma il risultato fu lo stesso. Andò al suo posto. Scosse i suoi
genitori che parevano statue di cera. Li chiamò invano. Gridò i loro nomi. Tutte
le persone però potevano sentirla, vedere la paura dei suoi occhi. Era vive, ma
non potevano muoversi. Miriam baciò le guance dei suoi genitori e cercò un
rifugio. Le lacrime le sgorgarono dagli occhi verdi. Osiride si alzò dalla
sedia. Aveva guardato la scena divertita. Stava iniziando a scendere i pochi
scalini che la distanziavano dalla platea , e da Miriam. Lei nel frattempo si
era nascosta tra la folla. Era immobile, stava tentando di confondersi tra la
massa che sembrava fatta di pezza. Tante anime di pezza. Osiride si guardò
attorno e con la mente continuava a chiamarla. Il nome della ragazze risuonava
nel teatro vuoto. Miriam tremava. Osiride, continuando a chiamare mentalmente la
ragazza aggiunge a quel nome una frase “ Sei mia Miriam “ . Osiride continuava
sentire l’anima attorno a se. Più lontana però. Riusciva a stento a sentirla. Il
suo violino apparve all’improvviso nella sua mano di porcellana. Accanto al
violino c’era anche l’arco e Osiride iniziò a suonare una sinfonia. La stessa
che aveva incantato Miriam la prima volta e che ci sarebbe riuscita anche altre
volte. Le note risuonarono nel silenzio e non sembrava più la dolce melodia
precedente. Era la stessa, ma alle orecchie di Miriam, nascosta in un angolo,
sembrava soltanto una sentenza di morte. Man mano che la musica continuava
Miriam perse il controllo. La sua anima era ancora nel suo corpo e poteva vedere
, udire e anche capire cosa accadeva intorno a se, ma il corpo non rispondeva
alla sua mente che gli ordinava di rimanere seduto. Il suo corpo eseguiva gli
ordini di Osiride. La ragazza si alzò in piedi. La bambola la vide e sorrise
ancora una volta. Si avvicinò a Miriam lentamente . Sapeva che la ragazza poteva
vedere ciò che le stava per accadere e godeva del fatto che assistesse alla sua
morte senza poter intervenire. Osiride era dinanzi alla giovane che la osservava
con occhi preganti. Sentiva la sua mente che scongiurava pietà. Non esisteva la
pietà. Fece sdraiare il corpo di Miriam sul pavimento che nel frattempo cercava
in ogni modo mi muoversi, di fare qualcosa. Ma Osiride l’aveva in pugno. La
portò sul palco, davanti a tutta la folla che guardava la scena. Con lo sguardo
cercò i suoi genitori che stavano per vedere la loro unica figlia morire. La
cosa la divertiva. Nella sua piccola mano apparve un bisturi. Piccolo e
scintillante apparve agli occhi di Miriam che iniziò a tremare. La bambola
sorrise. Le sue labbra erano rosse. Posò l’oggetto sul petto della ragazza. Le
alzò la maglietta e a carne viva iniziò a incidere. Miriam pian piano sentì la
carne lacerarsi al contatto e urlava agonizzante. La bambola le donò il potere
di parlare e nella notte eccheggiarono le urla di una ragazzina, ma nessuno
poteva aiutarla. Era sola e stava per morire. Cercava di dimenarsi ma ormai
sapeva che era tutto finito. Sentì il suo ultimo respiro svanire nell’aria e poi
le sue orbite ruotarono all’indietro. Osiride incise il cuore e lo strappò dal
corpo senza vita della giovane che giaceva come un pupazzo di pezza in mezzo al
resto della folla che guadava la scena senza inorridita. L’organo pulsava ancora
e sgorgava di sangue. Osiride aprì la bocca e mangiò il cuore della ragazza.
Chissà come stava reagendo il suo pubblico. Soprattutto due ospiti speciali. Un
uomo e una donna , anche loro immobili stavano piangendo. Osiride vedeva le loro
lacrime mentre uccideva la ragazza, mentre ne mangiava il cuore. La bambola girò
la testa verso il corpo. Lo baciò in fronte e l’anima entrò nel corpo della
bambola. Poteva sentirla dentro di se. Che si dibatteva, tentava di uscire, ma
ormai era sua. Ormai Miriam era morta e Osiride era un’umana.