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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

LA SINFONIA DELLA MORTE

di Di Giovanni Alessandra

 

 

Osiride si alzò dalla sedia. Indossava un abito ottocentesco. Dei guanti che le arrivavano al gomito mascheravano le sue piccole mani bianche . I capelli erano raccolti con una piccola ciocca color caramello che scendeva dalla spalla sinistra e che formava un boccolo. Un piccolo fiore rosso adornava la sua capigliatura. Al centro del fiore risiedeva un piccolo rubino scuro. La giovane si tirò i capelli dietro le orecchie. Il suo abito era ampio. Anch’esso sui toni del rosso, pareva risplendere alla luce tenue della luna. La gonna era a balze con un sottogonna bianco che richiamava i guanti. Il vestito aveva anche un corpetto. Al collo aveva un collana uguale al fiore rosso fra i capelli. Si trovava dietro un palco. Dapprima era seduta tra le scale che portavano all’uscita dal teatro e tra la parete che la separava dalla folla. Si avvicinò al suo violino. Lo sfiorò delicatamente con le sottili dita della mano destra per poi seguirne il contorno . Sorrise. Il violino era uno Stradivari. Ma con una particolarità . Il suo era nero e aveva una piccola incisione d’oro. Il suo nome era scritto sul violino, cosi che non avesse mai potuto perderlo. Osiride era una bambina. Dimostrava appena dodici anni. Era bellissima. Ma non era umana. I suoi occhi vitrei continuarono a fissare il violino. Era una bambola di porcellana. Era stata posseduta tempo prima da un demone dell’agonia. Aveva l’aspetto e la statura di una bambina, ma non aveva un cuore, non aveva emozioni .E il suo tempo stava per scadere. Non poteva parlare. Non poteva udire. Ma sapeva esattamente cosa fare. Voleva più di ogni altra cosa diventare umana. Poter sentire, parlare. Possedere delle emozioni, avere una famiglia. E quella era l’unica occasione che aveva per far avverare il suo sogno.  Prese in mano il violino. Era arrivato il suo momento. Oltrepassò la parete e vide davanti a se aprirsi la folla. Anime. Tante anime. Una. Doveva sceglierne una. Il violino doveva sceglierne una. Uno scroscio di applausi iniziò appena videro la piccola sedersi nella sedia al centro del palco. Si sistemò la gonna. Il silenzio calò tra la folla. Un occhio di bue la centrò e tutto il resto venne oscurato. Osiride sapeva che tra la folla acclamante lei era li. Prese l’arco e lo posizionò sulla corda della nota con cui avrebbe dovuto iniziare il sonetto. Poteva sentire l’anima predestinata. Era una leggera presenza che ruotava attorno a lei. Poteva palparla con la mente e sentire i suoi occhi addosso, il cuore che pulsava, il sangue che fluiva in tutte le cavità. Iniziò a suonare. Le note iniziarono a scorrere una ad una. Una melodia infernale. Chiuse gli occhi per poter scegliere le note in modo migliore. Solo una specifica sinfonia avrebbe potuto attirare l’anima. La sinfonia del suo cuore. L’anima della prescelta sembrava attirata dalla sinfonia. Il suo roteare attorno a Osiride era più pressante. Ben presto sarebbe stata umana. Le note continuavano a fluire tra la gente e tutti parevano incantati dalla bravura della bambola. Teneva ancora gli occhi chiusi e alcune persone si chiesero se non stesse dormendo. Man mano che la sinfonia andava avanti il vento iniziava ad alzarsi e alcune foglie si sollevarono da terra. Mosse le labbra. Sentiva anche il sapore dell’anima. Presto sarebbe stata sua. Ormai l’anima era addosso alla bambola. Era arrivato il momento. Nona fila, dodicesimo posto. Capelli neri come il suo violino, occhi verdi smeraldo, guance rosee. Indossava una maglietta gialla e una gonna che arrivava al ginocchio bianca di seta. Osiride di scatto aprì gli occhi e il tempo si fermò. Tutte le persone era ferme. Il vento non soffiava più. Ma non per tutti. Tra la folla Osiride vide una leggera macchia gialla.  Posò lo Stradivari accanto alla sedia e sorrise. La ragazza guardò avanti a se. Vedeva la violinista con le mani giunte in grembo. Una voce arrivò alle sue orecchie , la voce di Osiride. Una voce mentale però. Più un pensiero. Ma non riuscì a capire ciò che Osiride disse. Era una lingua strana. Cosa che mise alla giovane ancor più paura .  Nell’anfiteatro risuonò ancora una volta la voce della bambola che adesso si poteva sentire forte e chiaro. Stava pronunciando il suo nome. La stava chiamando. Miriam. La giovane tentò di uscire dal teatro. Arrivò davanti la porta e tentò di aprirla , ma era bloccata. Corse al lato opposto della sala, ma il risultato fu lo stesso. Andò al suo posto. Scosse i suoi genitori che parevano statue di cera. Li chiamò invano. Gridò i loro nomi. Tutte le persone però potevano sentirla, vedere la paura dei suoi occhi. Era vive, ma non potevano muoversi. Miriam baciò le guance dei suoi genitori e cercò un rifugio. Le lacrime le sgorgarono dagli occhi verdi. Osiride si alzò dalla sedia. Aveva guardato la scena divertita. Stava iniziando a scendere i pochi scalini che la distanziavano dalla platea , e da Miriam. Lei nel frattempo si era nascosta tra la folla. Era immobile, stava tentando di confondersi tra la massa che sembrava fatta di pezza. Tante anime di pezza. Osiride si guardò attorno e con la mente continuava a chiamarla. Il nome della ragazze risuonava nel teatro vuoto. Miriam tremava. Osiride, continuando a chiamare mentalmente la ragazza aggiunge a quel nome una frase “ Sei mia Miriam “ . Osiride continuava sentire l’anima attorno a se. Più lontana però. Riusciva a stento a sentirla. Il suo violino apparve all’improvviso nella sua mano di porcellana. Accanto al violino c’era anche l’arco e Osiride iniziò a suonare una sinfonia. La stessa che aveva incantato Miriam la prima volta  e che ci sarebbe riuscita anche altre volte. Le note risuonarono nel silenzio e non sembrava più la dolce melodia precedente. Era la stessa, ma alle orecchie di Miriam, nascosta in un angolo, sembrava soltanto una sentenza di morte. Man mano che la musica continuava Miriam perse il controllo. La sua anima era ancora nel suo corpo e poteva vedere , udire e anche capire cosa accadeva intorno a se, ma il corpo non rispondeva alla sua mente che gli ordinava di rimanere seduto. Il suo corpo eseguiva gli ordini di Osiride. La ragazza si alzò in piedi. La bambola la vide e sorrise ancora una volta. Si avvicinò a Miriam lentamente . Sapeva che la ragazza poteva vedere ciò che le stava per accadere e godeva del fatto che assistesse alla sua morte senza poter intervenire. Osiride era dinanzi alla giovane che la osservava con occhi preganti. Sentiva la sua mente che scongiurava pietà. Non esisteva la pietà. Fece sdraiare il corpo di Miriam sul pavimento che nel frattempo cercava in ogni modo mi muoversi, di fare qualcosa. Ma Osiride l’aveva in pugno. La portò sul palco, davanti a tutta la folla che guardava la scena. Con lo sguardo cercò i suoi genitori che stavano per vedere la loro unica figlia morire. La cosa la divertiva. Nella sua piccola mano apparve un bisturi. Piccolo e scintillante apparve agli occhi di Miriam che iniziò a tremare. La bambola sorrise. Le sue labbra erano rosse.  Posò l’oggetto sul petto della ragazza. Le alzò la maglietta e a carne viva iniziò a incidere. Miriam pian piano sentì la carne lacerarsi al contatto e urlava agonizzante. La bambola le donò il potere di parlare e nella notte eccheggiarono le urla di una ragazzina, ma nessuno poteva aiutarla. Era sola e stava per morire. Cercava di dimenarsi  ma ormai sapeva che era tutto finito. Sentì il suo ultimo respiro svanire nell’aria e poi le sue orbite ruotarono all’indietro. Osiride incise il cuore e lo strappò dal corpo senza vita della giovane che giaceva come un pupazzo di pezza in mezzo al resto della folla che guadava la scena senza inorridita. L’organo pulsava ancora e sgorgava di sangue. Osiride aprì la bocca e mangiò il cuore della ragazza. Chissà come stava reagendo il suo pubblico. Soprattutto due ospiti speciali. Un uomo e una donna , anche loro immobili stavano piangendo. Osiride vedeva le loro lacrime mentre uccideva la ragazza, mentre ne mangiava il cuore. La bambola girò la testa verso il corpo. Lo baciò in fronte e l’anima entrò nel corpo della bambola. Poteva sentirla dentro di se. Che si dibatteva, tentava di uscire, ma ormai era sua. Ormai Miriam era morta e Osiride era un’umana.