LA
SPOSA FANTASMA
di Albertazzi Andrea
Vieni..vieni! Siediti qui. Si sta bene al tavolino
di questo bar, al calduccio, mentre fuori la
giornata è grigia e piovosa. Beviamoci questo
profumato ponce all’arancio e poi, se vuoi,
finalmente, ti racconto cosa mi accadde vent’anni
fa, proprio il primo giorno del mio matrimonio, il
primo e l’unico. Mi hai chiesto più volte perché io
non mi sia più sposato e io non ti ho mai dato la
vera risposta. Non me la sono mai sentita di
parlartene. Beh…oggi abbiamo un po’ di tempo e ho
voglia di aprirmi e raccontare un fatto che ancora
mi raggela e mi rattrista. E’ una storia che ti
sembrerà assurda, ma, ancora, a distanza di tanti
anni, ho davanti agli occhi quegli avvenimenti, nei
minimi particolari. Sì, lo so che conosci la
disgrazia terribile che mi accadde ma non fu solo
quella a rendere orrendo e drammatico, quel giorno.
Non ho mai capito perché la vita sia così ingiusta.
Ci sono persone che hanno un’esistenza serena, senza
grandi traumi, a parte, le fisiologiche amarezze che
ogni vita procura. Ce ne sono altre, invece, che
debbono passare prove durissime e affrontare dolori
immensi e crudeli. Ce ne sono altre ancora, come me,
che oltre a ciò, debbono essere testimoni di fatti
che paiono soprannaturali, senza alcuna spiegazione
logica e che le portano a scontrarsi con gli altri e
a passare per pazze, allucinate e deliranti. Sai da
quanto tempo non parlo con qualcuno di quello che mi
capitò quel maledetto giorno? Sono anni, e pensare
che avrebbe dovuto essere un giorno bellissimo, uno
di quelli da ricordare con nostalgia.
No…non ti preoccupare! Ho voglia, di nuovo, di
liberarmi di un pensiero che non condivido più con
nessuno da tanto, ma che non cessa mai di essere
presente dentro la mia mente. E’ un po’ come se nel
mio cervello ci fossero tante immagini che avanzano
e indietreggiano, per essere più nitide o più
opache, di volta in volta e, in mezzo a tante di
esse, continuamente, si facessero largo, quelle
sinistre e indelebili, che mi riempiono di
malinconia e fanno riaffiorare domande ripetute
inutilmente tante volte, senza mai ricevere una
risposta.
Vedo che ti stai incuriosendo. Bene, appoggia quel
bicchiere e ascoltami. Tutto quello che ti
racconterò è la verità, o almeno, io la ricordo
così: pura, semplice, tremenda verità.
Era un inizio di giugno, tiepido e soleggiato.
Raffaella, la mia fidanzata ed io ci saremmo sposati
la domenica successiva, in una piccola chiesetta, di
campagna a trenta
chilometri dalla città in cui vivevamo. La chiesa
era stata scelta da sua madre che conosceva il
prete, Don Lucio, che era suo confidente e a cui si
rivolgeva ogni qualvolta si trovasse in qualche
difficoltà emotiva. La mamma di Raffaella, una donna
molto devota, non era il massimo della simpatia e
con lei ebbi un rapporto abbastanza
difficile ma controbilanciato dall’amicizia che mi
legava al padre Alfredo, un uomo gioviale cui volevo
bene come ad un amico più grande.
Ci conoscevamo, io e Raffaella, da alcuni anni e
c’eravamo subito piaciuti. L’incontro fu ad una
festa di carnevale, ricordo. Io vestito da Al
Capone, con sigaro, cappello a tesa larga e gessato
grigio e Raffaella da Minni, la compagna di
Topolino. Quella notte, non facemmo che guardarci,
sorriderci e parlarci, ignorando chi ci circondava.
Dal giorno dopo, fummo uniti e appena possibile
decidemmo di sposarci.
Io, lavoravo da alcuni anni presso un istituto di
credito, Raffaella, invece, era laureanda in lingue.
Per lei lascia una precedente fidanzata, che ne
soffrì molto, ma m’innamorai perdutamente e di
fronte a questo, non valgono promesse ed impegni, lo
sappiamo bene, no?
Dopo quella giornata eterna e luttuosa, sono tornato
a riflettere, se qualche segno precedente, avesse
annunciato la disgrazia. In effetti, un mese prima
del giorno delle nozze, Raffaella era andata da una
cartomante che l’aveva inquietata e resa di
malumore. Pare che questa signora si fosse
rabbuiata, leggendole i tarocchi ma che poi non
avesse voluto dire più di tanto, esprimendosi in
modo sibillino. Solo pochi giorni dopo, tutto era
dimenticato e io non seppi mai esattamente cosa le
avesse riferito la cartomante.
Eppure quella notte, due giorni prima dell’evento,
mi rigirai nel letto e mi svegliai nel cuore della
notte con un insopportabile peso sul cuore. Ero
angosciato, senza saperne il motivo. Ma al mattino
ci risi su. Pensai che fosse la mia indole di single
che si ribellava all’idea del matrimonio.
La mattina delle nozze parve una come tantissime
altre, prima e dopo di quella. C’era il sole e fuori
della chiesa, amici e parenti, anche alcuni di
quelli che non vedi quasi mai ma ti senti in dovere
di invitare almeno in un’occasione come quella.
Io vestivo un completo blu e Raffaella aveva un bel
tailleur e un capellino messo per la
occasione, sotto il quale, a malapena, nascondeva i
cappelli biondi raccolti in alto. Pareva più vecchia
della sua età, quel giorno, ma sempre molto bella.
Era stata sua madre a scegliere il vestito ed il
cappello. Mi ripromisi che sarebbe stata l’ultima
volta che ficcava il naso in qualcosa che non la
riguardava personalmente.
I miei genitori erano visibilmente commossi e si
scambiavano sguardi d’intesa coi suoi. Il prete, don
Lucio, si espresse con le solite mielose e
accattivanti parole che si usano sempre in quelle
occasioni.
Tutto filò liscio durante la cerimonia e al termine
fummo circondati da sorrisi, grida di auguri e lanci
di chicchi di riso. Ero felice e pensai alla canzone
dei Beatles, Eleonor Rigby e a tutte quelle persone
sole, che mai avrebbero potuto provare la gioia del
giorno del matrimonio.
All’uscita dalla chiesa ci fermammo a parlare con
amici e parenti, nell’attesa di avviarci verso il
ristorante dove avevamo prenotato il pranzo nuziale.
Era in un paesino a pochi chilometri di distanza.
Venne l’ora e mi avviai verso la mia auto, dove
avevo lasciato una busta con l’offerta per il
parroco. La macchina era ad un centinaio di metri
dalla chiesa; aprii soprappensiero, la portiera
posteriore, e mentre il mio sguardo andava verso la
busta appoggiata sul sedile, ebbi la sensazione che
qualcuno fosse seduto davanti, nel posto di fianco
al conducente. Alzai lo sguardo e vidi Raffaella
seduta, piegata su se stessa che sussultava,
singhiozzando. La vidi di spalle e rimasi
interdetto. L’avevo lasciata che parlava,
sorridente, ai partecipanti alla cerimonia e la
ritrovavo, seduta in auto, che piangeva, disperata.
Rimasi qualche attimo stordito poi, senza parlare,
le appoggiai la mano sulla spalla ma la ritirai con
spavento. Pareva che sotto l’abito, non ci fosse un
corpo di carne ma uno di freddo marmo. Raffaella o
chiunque fosse, vestita come lei, alzò le spalle, si
girò e fu in quel momento che l’orrore raggiunse
l’apice. Un volto devastato da profonde ferite e
sanguinante, si rivolse verso di me, trasmettendomi
un brivido che mi percorse tutto il corpo e mi fece
battere il cuore, come fosse impazzito. Era
Raffaella, ma come se la vedessi dopo che le era
accaduto, qualcosa di terribile. Mi guardava con un
espressione di supplica straziante, senza dire
nulla. Non resistetti a quello sguardo e balzai
fuori dell’auto, trattenendo a fatica la voglia di
urlare, con la mano contro la bocca e corsi verso la
chiesa, pronto a raccontare tutta la mia
disperazione, dopo quel fatto inspiegabile.
Mentre raggiungevo le prime persone che, ignare,
sorridevano e conversavano, vidi Raffaella, bella,
raggiante e serena in mezzo agli invitati e rimasi
così a guardarla per qualche attimo senza fiato, le
braccia abbandonate, poi mi misi a ridere come un
cretino e tutti credettero che fosse per la felicità
di quel giorno.
Trascorremmo alcune ore nel ristorantino del paese
vicino, ed io, forse aiutato dal vino e stordito
dalle chiacchiere e dalle facce sorridenti dei
commensali, riuscii a relegare in un angolo quel
ricordo spaventoso che per un po’ non mi attanagliò
la mente.
Dopo il lungo pranzo ci attendeva un viaggio in
Marocco, a Marrakech. Una decina di giorni su
tiepide sabbie in pieno relax.
Fu Giorgio, il nostro amico Giorgio, che si offrì di
accompagnarci con la mia auto, all’aeroporto, che
distava una quarantina di chilometri. Prese la
statale undici che, all’epoca, era più stretta di
oggi e molto meno trafficata. Raffaella era davanti,
accanto a lui. Quando lei decise di sedersi da quel
lato anteriore, mi tornò alla mente l’incubo e
tentai di dissuaderla.
- Siedi dietro, assieme a me, amore - le dissi –
- Sei geloso di Giorgio – rispose lei ridendo -
cominciamo subito male, il primo giorno? –
Non riuscii a dire altro e pensai che dovevo
dimenticare la mia ossessione. Percorremmo una
decina di chilometri. Il mio amico e Raffaella
scherzavano tranquillamente mentre io, mi sforzavo
di non disturbare la loro serenità.
Non ci accorgemmo di quel camion che, provenendo
dalla parte opposta sbandò proprio mentre ci passava
accanto. Giorgio, riuscì, all’ultimo istante di
evitare lo scontro, e a
questo dobbiamo probabilmente la sua e la mia vita,
ma, l’auto finì, dopo varie giravolte, fuori strada
contro un grosso palo di cemento.
Mi risvegliai all’ospedale del Buon Pastore, il
giorno dopo. Avevo subito la rottura di qualche
costola e di una gamba, ma ero salvo. Giorgio, anche
lui se l’era cavata con un braccio rotto e poco più.
Raffaella, invece, non ce la fece. All’epoca non era
obbligatoria, la cintura. Nell’impatto aveva
sbattuto violentemente il viso contro il vetro e si
era rotta l’osso del collo. Non la vidi nemmeno il
giorno del funerale. Non potevo ancora stare in
piedi. Qualcuno mi disse che aveva delle profonde
cicatrici sul viso, coperte pietosamente dal cerone,
messo dell’impresa funebre.
Per ironia beffarda del destino, diventai vedovo,
ancor prima di iniziare la mia vita di uomo sposato
So che è una banalità, dirlo, ma almeno, mi è
rimasto un bellissimo ricordo di Raffaella. Il tempo
non ha potuto logorare il nostro amore.
Non ho mai raccontato nulla, di quello che avevo
presagito, qualche ora prima, né ai miei, né ai
suoi genitori. Non so il perché. Mi sono tenuto
tutto dentro. Solo Giorgio e, anni dopo, pochi altri
seppero della mia visione e rimasero interdetti. Non
so cosa pensarono veramente e non so se avrei potuto
cambiare la mia sorte. A volte ho pensato che avrei
dovuto annullare il nostro viaggio di nozze, ma con
che scusa? Che avresti fatto tu? Potevo dire, quel
giorno, in quell’occasione, che avevo visto il
futuro fantasma della mia novella sposa nell’auto,
piena di ferite, sanguinante e che questo era un
brutto presagio e quindi si tornava tutti a casa?
Sono andato incontro al mio e al suo destino. Non
potevo fare altro…..Finisci il tuo ponce, che si
raffredda, e poi, ti riaccompagno….