METAMORFOSI
di Di Girolamo
Sergio
“La
ricchezza somiglia all'acqua di mare:
quanto più se ne beve, tanto più si ha sete.”
Arthur Schopenhauer
Manca poco ormai. Il mio corpo sta completando la
mutazione. Mi viene difficile anche scrivere, non ho
praticamente più sensibilità nelle dita e da alcuni
minuti persino respirare mi è doloroso. Il mare mi
reclama: lo sento infrangersi sugli scogli appena
sotto il dirupo, a non più di cento metri dalla mia
casa. Circa un’ora fa sono uscito e, strisciando,
sono arrivato fino al burrone. Ho guardato di sotto.
ESSI erano là, in attesa. I loro grandi occhi
inespressivi sono talmente scuri da ricordare il
fondo del mare. Anche se il vento soffia potente,
emettendo inquietanti sibili, riesco lo stesso a
percepire il richiamo infernale delle creature; è un
suono che riporta alla mente qualcosa di viscido.
Tutto è iniziato solo un mese fa. Fu mia moglie
Virginia, che adesso giace senza vita sul nostro
letto, a portarmi quel libro. Lei ha sempre
assecondato la mia passione per le cose misteriose e
inspiegabili. Anzi, spesso era anche più coinvolta
di me, e quando i nostri discorsi finivano per
prendere argomenti impenetrabili le si illuminavano
gli occhi. A un certo punto delle indagini, le avevo
persino implorato di lasciare stare ma lei,
caparbia, non si era rassegnata. Così, dopo
l’ennesimo viaggio in giro per l’Europa, era tornata
con il libro che tanto agognavamo: il Necrononicon.
Era un edizione rara che Virginia aveva scovato in
una piccola libreria di Madrid gestita, a suo dire,
da un vecchio da un occhio solo che a stento
riusciva a parlare. Mi disse che l’uomo aveva anche
delle curiose labbra che ricordavano le bocche dei
pesci e forse era tale malformazione che gli
impediva di scandire bene le parole. Virginia
contrattò l’acquisto del tomo, ma il vecchio era
assolutamente restio a venderlo; fino a quando lei
dovette sventolargli davanti un assegno che
alleggerì di molto i nostri risparmi. Mi disse che
l’uomo l’avvertì sulla pericolosità del libro e
sottolineò anche che un uso inappropriato delle
iscrizioni ivi contenute avrebbe persino potuto
portare alla pazzia. Quanto sagge furono quelle
parole!
In un primo momento io e Virginia ci limitammo a
tradurre la singolare lingua in cui era scritto il
Neconomicon: un misto di greco antico e arabo
fortemente influenzato da simboli debitori della
civiltà egizia. Riguardo ai misteriosi disegni di
creature fantastiche, trovammo molte corrispondenze
in culture lontane e civiltà antiche. Il nostro fu
quindi uno studio accurato, da perfetti bibliografi,
ma intorno a quel libro aleggiava un aura negativa,
c’era qualcosa di malsano che giorno dopo giorno
influenzava le nostre menti. Entrambi diventammo
schivi e intrattabili causando il disprezzo dei
molti amici che avevamo e di tutto l’ambiente
ospedaliero e universitario nel quale svolgevo le
mie professioni. La notte non riuscivo a dormire a
causa di sogni a volte bizzarri a volte spaventosi i
cui soggetti principali erano uomini dalle facce
bitorzolute che sembravano avere un grado di
parentela con il vecchio che mi aveva descritto mia
moglie. Spesso sognavo questi tizi mentre erano
impegnati in strani riti che si svolgevano in dei
luoghi singolari, siti in città dalle architetture
stranissime. In più di un’occasione riuscii a
distinguere anche i misteriosi versi che esclamavano
mentre compivano i loro riti immondi. Anche Virginia
aveva di questi incubi ma lei non aveva udito quelle
strane parole.
Più i giorni passavano e più entrambi cedevamo alla
pazzia. Virginia aveva preso l’abitudine di girare
nuda per casa e mi coinvolgeva in lussuriosi giochi
sessuali che mai mi sarei aspettato da lei,
solitamente molto pudica. Mi lasciai trascinare
senza esitazioni e più di una volta i nostri
accoppiamenti terminarono con evidenti lesioni a
causa di improvvisi scatti di violenza. In seguito
le cose precipitarono in basso più di quanto già non
fossero; soprattutto quando trovai il capitolo del
libro che parlava di un culto verso una divinità che
abitava nel fondo del mare e che aveva il singolare
nome di Dagon. Oltre alle figure che
ritraevano strani uomini pesce in quelle pagine vi
erano delle iscrizioni che spiegavano come produrre
una sostanza talmente potente e allucinogena da
permettere di entrare in contatto con il Dio pesce.
Se avessi letto questo passo il giorno in cui
Virginia mi portò il libro, non ci avrei dato così
tanto credito ma, ormai, la mia mente era
completamente in preda ai deliri così, senza
esitazione, mi procurai tutta una serie di sostanze
chimiche e vegetali, alcune rarissime, che mi
permisero di realizzare la pozione misteriosa.
Virginia mi lasciò fare liberamente in preda com’era
alle sue ossessioni sessuali che io, ogni notte,
continuavo ad assecondare. Una volta generata,
conservai la sostanza nella vetrina sopra lo
scrittoio, pronta per essere sperimentata su di me
il giorno dopo, quando la stanchezza fosse sparita
dal mio corpo e anche dalla mia mente. Quella notte
però Virginia, dopo aver appagato la sua fame di
sesso, si alzò, furtiva, da letto e raggiunse lo
scrittoio. Mentre io ero rapito dal sonno e dai
soliti incubi, lei prese la sostanza e la bevve.
Il mattino dopo la trovai esamine sul pavimento. La
invitai a svegliarsi e, dopo averla schiaffeggiata
un paio di volte, Virginia aprì gli occhi. Con mio
grande sgomento vidi che non aveva più pupille ma
solo due bulbi oculari completamente neri. Cercò di
parlare e, dopo un paio di tentativi, riuscì, con
una specie di sibilo, a pronunciare il mio nome. In
quel momento la mia mente cedette e iniziai a
piangere, maledicendo il girono in cui avevo
convinto mia moglie a svelare i misteri innominabili
legati a quel libro maledetto. Non sapendo cosa fare
la presi e la coricai sul nostro letto. Nei giorni
seguenti la vidi mutare irrimediabilmente. Le labbra
le si ingrossarono, proprio come quelle del vecchio
bibliotecario, la pelle diventò squamosa e le dita
delle mani si fusero, formando una specie di pinna.
La cosa che mi faceva rabbrividire era che,
nonostante lo stato penoso in cui si trovava,
desiderava continuare a fare sesso. Più di una volta
l’accontentai, probabilmente a causa della pena che
provavo. Poi una notte, vinto dalla disperazione,
presi il fucile e le sparai in quella che si poteva
ormai definire la testa di un grosso pesce. Non ebbi
neanche il coraggio di seppellirla. Mi accasciai al
suolo e passai i successivi giorni in preda al
delirio più totale; fino a quando mi accorsi che
anch’io stavo mutando. Fu forse a causa degli
accoppiamenti sessuali, o perché ormai vi era
nell’aria quell’infezione malefica, fatto sta che,
anche senza la letale pozione, cominciai a diventare
anch’io un uomo pesce. Adesso che la metamorfosi e
quasi completa e a stento riesco a scrivere, voglio
avvertire chiunque dovesse trovare quel maledetto
libro di non aprirlo ma piuttosto di avvicinarlo
alla fiamma purificatrice di una fornace. La mia
copia è al sicuro in un posto che ovviamente non
voglio rivelare. La bramosia umana di voler
conoscere cose che sono al di la della semplice
comprensione può portare alla rovina. Io ne sono
testimone e queste sono le ultime parole di un uomo
che fu, un tempo, un marito felice e un professore
universitario stimato. Adesso il mio destino mi
porta là, oltre il dirupo, verso il fondo del mare
nel quale antiche creature mi aspettano per non so
quali innominabili scopi. Che Dio, ovunque egli sia,
mi possa perdonare.