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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

MEZZANOTTE

di Rubini Federica

 

 

Il vecchio orologio da muro fece dodici rintocchi.

Clara alzò gli occhi dal suo libro di racconti dell’ orrore, celati dietro agli spessi occhiali dalle lenti rotonde, per osservarlo.

Era già scoccata la mezzanotte e non aveva sonno.

Erano più di tre ore che leggeva e il tempo le era passato velocemente, come le pagine del libro che le scivolavano, una dopo l’ altra, tra le dita.

Riposò gli occhi sull’ ultima riga, riprendendo il filo della lettura.

Fulvio, il cane meticcio che la donna aveva adottato quando aveva pochi mesi, si alzò di scatto dalla sua cuccia, dove fino a due secondi prima stava disteso placidamente in un profondo sonno canino.

La padrona lo osservò: il cane si diresse verso la porta, con cautela, ringhiando a volume basso, continuava ad annusare, come faceva sempre quando incontrava una persona che non conosceva.

Il cane rimase vicino alla porta per parecchio tempo, a fiutare l’ aria che filtrava e Clara ricominciò a leggere.

Che strana coincidenza! Il cane di casa si era comportato in quel modo così strano, proprio mentre la ragazza leggeva la frase “…E’ risaputo che i cani hanno un sesto senso:  possono avvertire la presenza di creature soprannaturali…”

Poco dopo Fulvio lanciò un profondo ringhio, che fece sobbalzare Clara sulla poltrona in cui era accovacciata.

Girò il capo verso di lui, per sgridarlo e per ordinargli di tornare nella sua cuccia, appena in tempo per vedere qualcosa di bianco spostarsi dalla finestra che dava sul salotto, nella quale si trovava lei.

Rimase immobile.

Probabilmente aveva solo visto male.

Decise che era tardi e doveva andare a dormire. Chiuse il libro posandolo sul tavolino di fianco alla poltrona, spense le luci e si diresse verso il bagno a prepararsi per la notte.

Quando finì, ebbe l’ impressione che fuori dalla porta ci fosse qualcuno ad attenderla.

Non sapeva chi o che cosa, ma aveva quella impressione che non l’ abbandonava e le chiudeva la bocca dello stomaco.

Sentiva una presenza al di là dell’ uscio.

Appoggiò l’ orecchio al legno della porta e le parve di udire un respiro.

Con il cuore che palpitava l’ aprì con forza tanto da farla sbattere contro il muro interno del bagno.

Fulvio, si alzò e la fissò negli occhi. Si era seduto davanti alla porta ad attenderla. Clara gli sorrise, facendoli una rapida grattatina dietro l’ orecchio, lui le scodinzolò felice ed insieme si avviarono verso la camera da letto.

La mattina seguente si destò ancora stanca.

Non era riuscita a dormire bene a causa dei continui brontolii di Fulvio, che nonostante i persistenti rimproveri non erano cessati.

Clara si preparò e lo portò fuori a passeggio.

Fulvio solitamente era docile e ubbidiente al guinzaglio, ma quel giorno era ingovernabile: si voltava continuamente per guardarsi indietro, piangeva e gli odori della strada non sembravano importargli.

Qualcosa lo disturbava.

Durante tutta la giornata, Clara tenne d’ occhio il cane: il suo comportarsi in modo inquieto stava agitando anche lei.

Nemmeno le coccole che la ragazza aveva riservato al suo fedele coinquilino a quattro zampe, erano servite a calmarlo.

La sera decise di andare a letto presto, lesse molto meno di quanto aveva fatto la serata prima e poi si diresse in bagno per prepararsi.

Quando aprì la porta Fulvio era più agitato di quanto lo era stato in tutta la giornata, annusava e fiutava come se stesse seguendo una traccia; Clara lo chiamò a sé e lo accompagnò in camera da letto.

Mentre si stava per addormentare, qualcosa la destò nuovamente.

La luce del corridoio era accesa.

Si mise a sedere sul letto – eppure era convinta di averla spenta - e vide il cane in piedi, davanti alla porta, da sotto la luce penetrava e vide che c’era una zona d’ ombra, la tipica oscurità prodotta da chi sosta davanti l’ uscio.

Il meticcio ringhiò ma indietreggiò piangendo.

Clara rimase seduta sul letto a bocca spalancata ad osservare.

L’ ombra si spostò, senza produrre nessun rumore.

La ragazza richiamò il cane sottovoce, perché raspava con le unghie contro la porta per uscire.

Prese un’ abat-jour e aprì l’ uscio per scrutare fuori. Nessun segno di intrusi.

Fece qualche metro verso il soggiorno, seguendo il cane, ma si fermò perché le assi del pavimento, sotto i suoi piedi nudi, scricchiolavano.

L’ orologio in salotto emise dodici rintocchi.

Decise che non era il caso di andare oltre, era troppo pericoloso e fece per tornare in camera da letto.

Non vi riuscì, non poté.

Una montagna di muscoli ostruiva l’ entrata.

Era una figura che incuteva timore e teneva lo sguardo fisso su di lei.

Era alto più di un metro e novanta, indossava solo dei jeans stracciati, da sotto la pelle candida come la luna si vedevano i muscoli possenti tesi, gli occhi erano scuri e riflettevano la luce della lampadina, la bocca semiaperta, lasciava intravedere i canini aguzzi e l’ espressione che aveva era molto eloquente: aveva fame e voleva mangiare.

Inutile dire che la portata principale doveva essere Clara.

L’ essere, corse verso la ragazza ringhiando come un animale inferocito. Nonostante l’ aspetto umano c’era qualcosa nel suo sguardo che faceva comprendere che non lo era.

Inumano, questa parola invase la mente di Clara.

La ragazza si voltò nella direzione in cui era sparito il suo cane e rivolse un pensiero a lui: Fulvio era troppo lontano per proteggerla e forse era meglio che non cercasse di ostacolare l’ essere mostruoso, perché avrebbe potuto essere compromessa anche la sua incolumità.

L’ abat-jour, l’unica cosa che poteva assomigliare ad un’ arma per difendersi, contro la temibile forza dell’ essere, non servì a nulla.

Cercare una via di fuga non sarebbe servito a niente, anche nel caso in cui Clara non fosse stata paralizzata dal terrore.

Dall’ esterno della casa si avvertirono rumori di lotta, soprammobili che cadevano frantumandosi a terra, sedie e tavoli che si rompevano, poi un urlo squarciò la notte mettendo fine a tutto quel trambusto, come un coltello che affonda nelle carni di un nemico e fu l’ ultimo suono che si sentì, prima che il silenzio tornasse a regnare nell’ oscurità notturna.

Fulvio ora era rimasto solo.

Doveva trovarsi un nuovo padrone.