Il vecchio orologio da
muro fece dodici rintocchi.
Clara alzò gli occhi dal
suo libro di racconti dell’ orrore, celati dietro agli spessi occhiali dalle
lenti rotonde, per osservarlo.
Era già scoccata la
mezzanotte e non aveva sonno.
Erano più di tre ore che
leggeva e il tempo le era passato velocemente, come le pagine del libro che le
scivolavano, una dopo l’ altra, tra le dita.
Riposò gli occhi sull’
ultima riga, riprendendo il filo della lettura.
Fulvio, il cane meticcio
che la donna aveva adottato quando aveva pochi mesi, si alzò di scatto dalla sua
cuccia, dove fino a due secondi prima stava disteso placidamente in un profondo
sonno canino.
La padrona lo osservò: il
cane si diresse verso la porta, con cautela, ringhiando a volume basso,
continuava ad annusare, come faceva sempre quando incontrava una persona che non
conosceva.
Il cane rimase vicino alla
porta per parecchio tempo, a fiutare l’ aria che filtrava e Clara ricominciò a
leggere.
Che strana coincidenza! Il
cane di casa si era comportato in quel modo così strano, proprio mentre la
ragazza leggeva la frase “…E’ risaputo che i cani hanno un sesto senso:
possono avvertire la presenza di creature soprannaturali…”
Poco dopo Fulvio lanciò un
profondo ringhio, che fece sobbalzare Clara sulla poltrona in cui era
accovacciata.
Girò il capo verso di lui,
per sgridarlo e per ordinargli di tornare nella sua cuccia, appena in tempo per
vedere qualcosa di bianco spostarsi dalla finestra che dava sul salotto, nella
quale si trovava lei.
Rimase immobile.
Probabilmente aveva solo
visto male.
Decise che era tardi e
doveva andare a dormire. Chiuse il libro posandolo sul tavolino di fianco alla
poltrona, spense le luci e si diresse verso il bagno a prepararsi per la notte.
Quando finì, ebbe l’
impressione che fuori dalla porta ci fosse qualcuno ad attenderla.
Non sapeva chi o che cosa,
ma aveva quella impressione che non l’ abbandonava e le chiudeva la bocca dello
stomaco.
Sentiva una presenza al di
là dell’ uscio.
Appoggiò l’ orecchio al
legno della porta e le parve di udire un respiro.
Con il cuore che palpitava
l’ aprì con forza tanto da farla sbattere contro il muro interno del bagno.
Fulvio, si alzò e la fissò
negli occhi. Si era seduto davanti alla porta ad attenderla. Clara gli sorrise,
facendoli una rapida grattatina dietro l’ orecchio, lui le scodinzolò felice ed
insieme si avviarono verso la camera da letto.
La mattina seguente si
destò ancora stanca.
Non era riuscita a dormire
bene a causa dei continui brontolii di Fulvio, che nonostante i persistenti
rimproveri non erano cessati.
Clara si preparò e lo
portò fuori a passeggio.
Fulvio solitamente era
docile e ubbidiente al guinzaglio, ma quel giorno era ingovernabile: si voltava
continuamente per guardarsi indietro, piangeva e gli odori della strada non
sembravano importargli.
Qualcosa lo disturbava.
Durante tutta la giornata,
Clara tenne d’ occhio il cane: il suo comportarsi in modo inquieto stava
agitando anche lei.
Nemmeno le coccole che la
ragazza aveva riservato al suo fedele coinquilino a quattro zampe, erano servite
a calmarlo.
La sera decise di andare a
letto presto, lesse molto meno di quanto aveva fatto la serata prima e poi si
diresse in bagno per prepararsi.
Quando aprì la porta
Fulvio era più agitato di quanto lo era stato in tutta la giornata, annusava e
fiutava come se stesse seguendo una traccia; Clara lo chiamò a sé e lo
accompagnò in camera da letto.
Mentre si stava per
addormentare, qualcosa la destò nuovamente.
La luce del corridoio era
accesa.
Si mise a sedere sul letto
– eppure era convinta di averla spenta - e vide il cane in piedi, davanti alla
porta, da sotto la luce penetrava e vide che c’era una zona d’ ombra, la tipica
oscurità prodotta da chi sosta davanti l’ uscio.
Il meticcio ringhiò ma
indietreggiò piangendo.
Clara rimase seduta sul
letto a bocca spalancata ad osservare.
L’ ombra si spostò, senza
produrre nessun rumore.
La ragazza richiamò il
cane sottovoce, perché raspava con le unghie contro la porta per uscire.
Prese un’ abat-jour e aprì
l’ uscio per scrutare fuori. Nessun segno di intrusi.
Fece qualche metro verso
il soggiorno, seguendo il cane, ma si fermò perché le assi del pavimento, sotto
i suoi piedi nudi, scricchiolavano.
L’ orologio in salotto
emise dodici rintocchi.
Decise che non era il caso
di andare oltre, era troppo pericoloso e fece per tornare in camera da letto.
Non vi riuscì, non poté.
Una montagna di muscoli
ostruiva l’ entrata.
Era una figura che
incuteva timore e teneva lo sguardo fisso su di lei.
Era alto più di un metro e
novanta, indossava solo dei jeans stracciati, da sotto la pelle candida come la
luna si vedevano i muscoli possenti tesi, gli occhi erano scuri e riflettevano
la luce della lampadina, la bocca semiaperta, lasciava intravedere i canini
aguzzi e l’ espressione che aveva era molto eloquente: aveva fame e voleva
mangiare.
Inutile dire che la
portata principale doveva essere Clara.
L’ essere, corse verso la
ragazza ringhiando come un animale inferocito. Nonostante l’ aspetto umano c’era
qualcosa nel suo sguardo che faceva comprendere che non lo era.
Inumano,
questa parola invase la mente di Clara.
La ragazza si voltò nella
direzione in cui era sparito il suo cane e rivolse un pensiero a lui: Fulvio era
troppo lontano per proteggerla e forse era meglio che non cercasse di ostacolare
l’ essere mostruoso, perché avrebbe potuto essere compromessa anche la sua
incolumità.
L’ abat-jour, l’unica cosa
che poteva assomigliare ad un’ arma per difendersi, contro la temibile forza
dell’ essere, non servì a nulla.
Cercare una via di fuga
non sarebbe servito a niente, anche nel caso in cui Clara non fosse stata
paralizzata dal terrore.
Dall’ esterno della casa
si avvertirono rumori di lotta, soprammobili che cadevano frantumandosi a terra,
sedie e tavoli che si rompevano, poi un urlo squarciò la notte mettendo fine a
tutto quel trambusto, come un coltello che affonda nelle carni di un nemico e fu
l’ ultimo suono che si sentì, prima che il silenzio tornasse a regnare nell’
oscurità notturna.
Fulvio ora era rimasto
solo.
Doveva trovarsi un nuovo
padrone.