C’era un tale caos alla
centrale di polizia che quando l’ispettore Nardi entrò con al fianco un
individuo con cappello, maglia a maniche lunghe, fazzoletto al collo, occhiali
scuri e guanti, nessuno ci fece caso; e dire che, essendo piena estate, un
simile personaggio avrebbe dovuto destare un minimo di attenzione, ma tra
papponi urlanti, prostitute gracchianti e ubriachi deliranti nessuno fece caso a
quello strano personaggio.
Lo accompagnò con passo
spedito in una delle salette libere, richiudendo subito la porta.
Si accomodarono a un
tavolo, uno davanti all’altro e il misterioso individuo iniziò subito a parlare:
“Mi chiamo Luca, ho 38 anni e credo di essere il più grande serial killer
involontario mai esistito. Come saprà anche lei ci sono i guaritori, che con la
semplice imposizione delle mani possono assorbire il male dalle persone. Io
invece emano una sorta di fluido che provoca conseguenze nefaste nell’organismo
di chi viene a contatto con la mia pelle. Ma anche la mia sola presenza è in
grado di danneggiare chi mi sta attorno. Per quanto mi possa ricordare, fin da
piccolo sono stato deleterio per chi mi stava vicino. Mio padre iniziò ad avere
problemi di salute proprio nel momento in cui venni al mondo.
Fino ad allora era stato
una sorta di roccia inattaccabile, ma dopo la mia comparsa, il suo organismo
incominciò a mostrare segni di cedimento: piccoli ma fastidiosi disturbi. E più
crescevo, più mio padre peggiorava, mentre mia madre sembrava immune. Avendomi
dato la vita doveva aver sviluppato le necessarie difese.
Alle elementari, nella mia
classe c’era un’altissima percentuale di bambini malati; e anche i maestri non
erano immuni al mio fluido, pur avendo una maggiore resistenza: febbre,
dissenteria, a volte qualche attacco di vomito, ma nulla di più. Io invece
avevo, e ho tuttora, una salute di ferro.
Mio padre era appassionato
di piante e questa passione l’ha trasmessa anche a me. La casa ne era piena.
Quand’ero piccolo me le ricordo belle e rigogliose grazie alle sue cure quasi
maniacali. Le accudiva come dei figli, ma non aveva fatto i conti con i mie
poteri nascosti e incontrollabili.
Gliele uccisi tutte nel
giro di un anno.
Provò anche a comprarne
altre, ma non ci fu nulla da fare.
Alla fine dovette
arrendersi, ma fu come se una parte di lui fosse morta con i suoi amati
vegetali. Alle medie il mio potere era cresciuto e il primo a farne le spese fu
un anziano professore d’Italiano. Premetto, non fui io a ucciderlo, anche se
sono certo che la mia mano venne a contatto con la sua più volte quando
consegnava i compiti in classe. Diciamo che gli detti il colpo di grazia, visto
che soffriva già di cuore e aveva la pressione molto alta.
Fu allora che mi resi
veramente conto di essere una minaccia per chi mi stava attorno. Bastava un
semplice contatto e il malcapitato si ammalava, o se se stava già male,
peggiorava. E a casa non andava meglio. Mio padre era uno straccio: sistema
nervoso a pezzi, asma e crisi respiratorie sempre più frequenti, tanto che mia
madre aveva dovuto abbandonare l’insegnamento per poterlo accudire 24 ore su 24.
Era una professoressa di Lettere molto apprezzata, ma vista la situazione, non
aveva avuto scelta.
In quel periodo mio padre
fu visitato da un’infinità di medici, ma nessuno fu in grado di spiegare il così
rapido deterioramento del suo organismo.
Fu però alle superiori che
diventai letteralmente letale, per la precisione all’età di 17 anni.
Il primo a farne le spese
fu proprio mio padre. Fu stroncato da un collasso cardiocircolatorio. Ma prima
di prendere il diploma, ebbi il tempo di eliminare, sempre involontariamente,
una ragazza con la quale ebbi il mio primo rapporto, ammalatasi poco dopo di un
male incurabile che se la sarebbe portata via a fine estate. In quel caso, gli
ormoni impazziti mi avevano impedito di calcolare le conseguenze di quei minuti
di sesso. Che dice ispettore, può essere considerato omicidio colposo? Anche se
provarlo non sarebbe facile. Credo che persino l’avvocato più scalcinato
riuscirebbe a farmi assolvere, vero?”.
L’ispettore non rispose,
si accese una sigaretta e lo esortò ad andare avanti.
“Anche quella può
ucciderla, ispettore. Il fumo fa male” disse l’uomo ridacchiando.
“Non si preoccupi della
mia salute, vada avanti: la sua storia è piuttosto interessante” rispose Nardi.
“Ok, ma io l’ho avvertita.
Dunque, dov’eravamo rimasti...ah sì. Quando anche il mio compagno di banco e un
paio di ragazzi che vivevano nel mio isolato si ammalarono e morirono nel giro
di pochi mesi, implorai mia madre di cambiare città. Forse da un’altra parte le
cose sarebbero andate diversamente; e poi lì iniziavano giustamente a collegarmi
con le morti; la fama di iettatore me l’ero sicuramente guadagnata.
So che sembra follia, ma è
questa l’idea che mi sono fatto; ogni forma di vita ha il il suo punto debole,
una piccola breccia, può essere il cuore, il sistema immunitario, ma anche una
minima, apparentemente innocua disfunzione. Stia però certo che io la troverò e,
in qualche modo, la colpirò proprio lì, distruggendola. Comunque, ci trasferimmo
davvero in un’altra città, anche se io avrei preferito la campagna. Meno gente
avrei incontrato e meglio sarebbe stato per tutti. Ma mia madre iniziava ad
essere anziana e preferiva vivere dove c’erano negozi e supermercati a poche
decine di metri.
Pensi che l’idea dei
guanti mi venne solo all’età di 26 anni. Eppure era così ovvio. Sono certo che
fino ad allora almeno un paio di centinaia di persone siano morte a causa mia,
magari per un semplice, fortuito contatto. Che stupido sono stato, ma a volte la
soluzione più elementare è proprio quella che ci sfugge. Immagino sarà capitato
anche a lei ispettore un caso la cui soluzione era lì, pronta, ma lei magari
guardava altrove, o cercava chissà quale prova”.
Anche questa volta
l’ispettore non rispose, invitandolo a continuare a parlare.
“Ha ragione e lo faccio
volentieri, visto che sono anni che non vuoto il sacco e soprattutto, che chi mi
ascolta non scoppia a ridere e mi sbatte fuori a calci nel sedere.
Lei penserà “ Ma per
vivere così, non era meglio farla finita?”. Certo, sarebbe stato un bene per me
e soprattutto per l’umanità, ma mia madre, oltre a darmi un’istruzione di tutto
rispetto, mi aveva anche tirato su a pane e cattolicesimo; e il suicidio era uno
degli atti più terribili da commettere. Almeno questo dispiacere non volevo
proprio darglielo, sia da viva, che da morta.
Dopo aver speso quel poco
che i miei mi avevano lasciato, visto che la maggior parte del denaro se n’era
andato in inutili cure per mio padre, ho vagato di città in città, lavorando
saltuariamente, soprattutto come custode notturno, dove il rischio di contatti
con altri esseri umani è pressoché nullo.
Da un paio d’anni mi sono
accorto che ormai basta la mia presenza per un tot di tempo in un locale per far
star male la gente che ha la sfortuna di occuparlo. Evidentemente, sono così
saturo di sostanza mortifera, che mi evapora dalla pelle.
La prima volta è successo
in un fast food. Dopo un paio di hamburger, visto che dovevo far passare il
tempo, ho aperto il giornale e mi sono messo a leggere. Passata circa un’ora, la
gente attorno a me ha iniziato a sentirsi male: una scena disgustosa. C’era chi
vomitava, chi si teneva lo stomaco e chi sveniva.
Avevo però bisogno di una
prova certa e così ho ripetuto l’esperimento in una biblioteca, per la scienza
ovviamente, ma anche un po’ per mia morbosa curiosità: lo ammetto, non sono un
angioletto.
58 minuti ed ecco
l’apocalisse di vomito, spasmi, convulsioni e svenimenti. Nulla di letale, ma
sicuramente fastidioso per chi lo subiva.
Mi sono anche chiesto se
nel mondo ci possano essere altri come me. Forse faccio parte di una nuova
razza. Ma se così fosse, per l’umanità non vedrei via di scampo. Sarebbe
impossibile per voi coesistere con tali demoni mietitori”. Poi l’uomo
s’interruppe, fece un lungo sospiro e riprese: “Ho un po’ divagato eh?
Piuttosto, se la cosa può interessarla, mi sposto con l’autobus, o per i rari,
lunghi viaggi, con il treno. Pensi che quando capita, devo cambiare carrozza
ogni 50 minuti, o per i passeggeri sarebbero dolori.
Non lo faccio tanto per
loro, quanto per me, visto che, se la gente iniziasse a sentirsi male, il
personale fermerebbe sicuramente il treno per facilitare i soccorsi e il ritardo
accumulato sarebbe mostruoso.
Ora sono qui, in questa
città. Ho un discreto lavoro da custode notturno che mi permette di vivere in un
monolocale, oserei dire quasi confortevole e, cosa importante, il mio attuale
datore sembra sorvolare su alcune mie originalità, come i guanti in tutte le
stagioni e la mia mania di volermi coprire la maggior parte del corpo. A lui
interessa solo che faccia bene il mio lavoro e io glie ne sono grato. Certo, il
mio sogno sarebbe quello di vivere in aperta campagna, nella pace e nella
tranquillità del verde. Ho sempre amato la natura, ma quando mi sono accorto che
ero letale anche per i vegetali ho preferito rinunciare. Sull’asfalto non posso
fare danni, mentre lì disboscherei peggio delle ruspe nella foresta Amazzonica:
un tocco e addio alberi, fiori, erba, per non parlare degli animali”.
Fu a quel punto che il suo
orologio da polso iniziò a suonare: “Tempo scaduto!” esclamò “sono 52 minuti e
non voglio farla stare male. E’ il minimo che possa fare, visto che ha avuto la
pazienza di ascoltarmi. Lo sa? Mi sento già meglio; è come se mi fossi
confessato. Se volesse saperne di più, venga domani alle 11. Ora devo scappare”
disse, affrettando il passo e uscendo dalla centrale tra l’indifferenza
generale.
L’unico ad osservarlo era
l’ispettore Nardi, che pur non credendo a quell’assurda storia, non aveva potuto
fare a meno di notare la precisione dell’uomo nel descrivere i fatti. Ne era
rimasto colpito, tanto che decise di andare a casa sua. Certo, se avesse avuto
qualche caso sotto mano, un tipo così non l’avrebbe neanche preso in
considerazione, ma in quel periodo aveva una buona quantità di tempo da perdere.
Alle 11 precise del giorno
dopo stava già suonando il campanello; e quando l’uomo aprì, rimase alquanto
sorpreso dalla sua visita: “Ispettore…è venuto davvero. Entri pure, s’accomodi e
non si preoccupi, ho già i guanti”.
L’ispettore varcò la
soglia e iniziò a guardarsi intorno. Fu allora che vide una pianta, poi un’altra
e un’altra ancora. C’erano piante ovunque, belle e rigogliose.
“Lo sapevo, brutto
bastardo!” ruggì, afferrando l’uomo per il bavero della camicia e sbattendolo
contro il muro 1, 2, 3 volte. “Ti sei divertito eh, a farmi fesso!?”.
L’uomo non capì. Inoltre,
iniziava anche a mancargli il fiato, perché l’ispettore stringeva sempre di più.
Poi, d’improvviso, gli sfilò i guanti, afferrandogli le mani con una tale forza
da rischiare di stritolargliele. “Dài, ammazzami!” gli urlò, sbattendolo ancora
una volta con violenza contro il muro, dopodiché andò versò la porta, non prima
però di aver dato un calcio alla pianta che aveva nell’ingresso.
Fu in quel momento che
l’uomo capì, ma ormai l’ispettore si era già allontanato imprecando.
A fatica, si rimise in
piedi, si aggiustò la camicia e, dopo aver raddrizzato il vaso, scosse la testa
e, con un mezzo sorriso, borbottò: “Stupido idiota, sono finte”.
Nel frattempo, l’ispettore
era salito in macchina. Era ancora furente. Si sentiva preso in giro: una cosa
che lo mandava ai pazzi, soprattutto perché, in questo caso, in un oscuro
meandro della sua mente, aveva ventilato persino l’ipotesi che potesse essere
tutto vero.
Dopo aver scosso più volte
la testa e essersi dato dell’idiota, girò la chiavetta, ma fu allora che avvertì
una fitta che, dal torace, gli arrivava fino allo stomaco. “Devo mettere
qualcosa sotto i denti” si disse, anche se, per sicurezza, inghiottì una pillola
prescrittagli per una leggera aritmia diagnosticata mesi prima. Cinque secondi
dopo, la sua faccia era sul claxon; gli era appena scoppiato il cuore.