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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

MORTIFERO

di Massa Fabio

 

 

C’era un tale caos alla centrale di polizia che quando l’ispettore Nardi entrò con al fianco un individuo con cappello, maglia a maniche lunghe, fazzoletto al collo, occhiali scuri e guanti, nessuno ci fece caso; e dire che, essendo piena estate, un simile personaggio avrebbe dovuto destare un minimo di attenzione, ma tra papponi urlanti, prostitute gracchianti e ubriachi deliranti nessuno fece caso a quello strano personaggio.

Lo accompagnò con passo spedito in una delle salette libere, richiudendo subito la porta.

Si accomodarono a un tavolo, uno davanti all’altro e il misterioso individuo iniziò subito a parlare: “Mi chiamo Luca, ho 38 anni e credo di essere il più grande serial killer involontario mai esistito. Come saprà anche lei ci sono i guaritori, che con la semplice imposizione delle mani possono assorbire il male dalle persone. Io invece emano una sorta di fluido che provoca conseguenze nefaste nell’organismo di chi viene a contatto con la mia pelle. Ma anche la mia sola presenza è in grado di danneggiare chi mi sta attorno. Per quanto mi possa ricordare, fin da piccolo sono stato deleterio per chi mi stava vicino. Mio padre iniziò ad avere problemi di salute proprio nel momento in cui venni al mondo.

Fino ad allora era stato una sorta di roccia inattaccabile, ma dopo la mia comparsa, il suo organismo incominciò a mostrare segni di cedimento: piccoli ma fastidiosi disturbi. E più crescevo, più mio padre peggiorava, mentre mia madre sembrava immune. Avendomi dato la vita doveva aver sviluppato le necessarie difese.

Alle elementari, nella mia classe c’era un’altissima percentuale di bambini malati; e anche i maestri non erano immuni al mio fluido, pur avendo una maggiore resistenza: febbre, dissenteria, a volte qualche attacco di vomito, ma nulla di più. Io invece avevo, e ho tuttora, una salute di ferro.

Mio padre era appassionato di piante e questa passione l’ha trasmessa anche a me. La casa ne era piena. Quand’ero piccolo me le ricordo belle e rigogliose grazie alle sue cure quasi maniacali. Le accudiva come dei figli, ma non aveva fatto i conti con i mie poteri nascosti e incontrollabili.

Gliele uccisi tutte nel giro di un anno.

Provò anche a comprarne altre, ma non ci fu nulla da fare.

Alla fine dovette arrendersi, ma fu come se una parte di lui fosse morta con i suoi amati vegetali. Alle medie il mio potere era cresciuto e il primo a farne le spese fu un anziano professore d’Italiano. Premetto, non fui io a ucciderlo, anche se sono certo che la mia mano venne a contatto con la sua più volte quando consegnava i compiti in classe. Diciamo che gli detti il colpo di grazia, visto che soffriva già di cuore e aveva la pressione molto alta.

Fu allora che mi resi veramente conto di essere una minaccia per chi mi stava attorno. Bastava un semplice contatto e il malcapitato si ammalava, o se se stava già male, peggiorava. E a casa non andava meglio. Mio padre era uno straccio: sistema nervoso a pezzi, asma e crisi respiratorie sempre più frequenti, tanto che mia madre aveva dovuto abbandonare l’insegnamento per poterlo accudire 24 ore su 24. Era una professoressa di Lettere molto apprezzata, ma vista la situazione, non aveva avuto scelta.

In quel periodo mio padre fu visitato da un’infinità di medici, ma nessuno fu in grado di spiegare il così rapido deterioramento del suo organismo.

Fu però alle superiori che diventai letteralmente letale, per la precisione all’età di 17 anni.

Il primo a farne le spese fu proprio mio padre. Fu stroncato da un collasso cardiocircolatorio. Ma prima di prendere il diploma, ebbi il tempo di eliminare, sempre involontariamente, una ragazza con la quale ebbi il mio primo rapporto, ammalatasi poco dopo di un male incurabile che se la sarebbe portata via a fine estate. In quel caso, gli ormoni impazziti mi avevano impedito di calcolare le conseguenze di quei minuti di sesso. Che dice ispettore, può essere considerato omicidio colposo? Anche se provarlo non sarebbe facile. Credo che persino l’avvocato più scalcinato riuscirebbe a farmi assolvere, vero?”.

L’ispettore non rispose, si accese una sigaretta e lo esortò ad andare avanti.

“Anche quella può ucciderla, ispettore. Il fumo fa male” disse l’uomo ridacchiando.

“Non si preoccupi della mia salute, vada avanti: la sua storia è piuttosto interessante” rispose Nardi.

“Ok, ma io l’ho avvertita. Dunque, dov’eravamo rimasti...ah sì. Quando anche il mio compagno di banco e un paio di ragazzi che vivevano nel mio isolato si ammalarono e morirono nel giro di pochi mesi, implorai mia madre di cambiare città. Forse da un’altra parte le cose sarebbero andate diversamente; e poi lì iniziavano giustamente a collegarmi con le morti; la fama di iettatore me l’ero sicuramente guadagnata.

So che sembra follia, ma è questa l’idea che mi sono fatto; ogni forma di vita ha il il suo punto debole, una piccola breccia, può essere il cuore, il sistema immunitario, ma anche una minima, apparentemente innocua disfunzione. Stia però certo che io la troverò e, in qualche modo, la colpirò proprio lì, distruggendola. Comunque, ci trasferimmo davvero in un’altra città, anche se io avrei preferito la campagna. Meno gente avrei incontrato e meglio sarebbe stato per tutti. Ma mia madre iniziava ad essere anziana e preferiva vivere dove c’erano negozi e supermercati a poche decine di metri.

Pensi che l’idea dei guanti mi venne solo all’età di 26 anni. Eppure era così ovvio. Sono certo che fino ad allora almeno un paio di centinaia di persone siano morte a causa mia, magari per un semplice, fortuito contatto. Che stupido sono stato, ma a volte la soluzione più elementare è proprio quella che ci sfugge. Immagino sarà capitato anche a lei ispettore un caso la cui soluzione era lì, pronta, ma lei magari guardava altrove, o cercava chissà quale prova”.

Anche questa volta l’ispettore non rispose, invitandolo a continuare a parlare.

“Ha ragione e lo faccio volentieri, visto che sono anni che non vuoto il sacco e soprattutto, che chi mi ascolta non scoppia a ridere e mi sbatte fuori a calci nel sedere.

Lei penserà “ Ma per vivere così, non era meglio farla finita?”. Certo, sarebbe stato un bene per me e soprattutto per l’umanità, ma mia madre, oltre a darmi un’istruzione di tutto rispetto, mi aveva anche tirato su a pane e cattolicesimo; e il suicidio era uno degli atti più terribili da commettere. Almeno questo dispiacere non volevo proprio darglielo, sia da viva, che da morta.

Dopo aver speso quel poco che i miei mi avevano lasciato, visto che la maggior parte del denaro se n’era andato in inutili cure per mio padre, ho vagato di città in città, lavorando saltuariamente, soprattutto come custode notturno, dove il rischio di contatti con altri esseri umani è pressoché nullo.

Da un paio d’anni mi sono accorto che ormai basta la mia presenza per un tot di tempo in un locale per far star male la gente che ha la sfortuna di occuparlo. Evidentemente, sono così saturo di sostanza mortifera, che mi evapora dalla pelle.

La prima volta è successo in un fast food. Dopo un paio di hamburger, visto che dovevo far passare il tempo, ho aperto il giornale e mi sono messo a leggere. Passata circa un’ora, la gente attorno a me ha iniziato a sentirsi male: una scena disgustosa. C’era chi vomitava, chi si teneva lo stomaco e chi sveniva.

Avevo però bisogno di una prova certa e così ho ripetuto l’esperimento in una biblioteca, per la scienza ovviamente, ma anche un po’ per mia morbosa curiosità: lo ammetto, non sono un angioletto.

58 minuti ed ecco l’apocalisse di vomito, spasmi, convulsioni e svenimenti. Nulla di letale, ma sicuramente fastidioso per chi lo subiva.

Mi sono anche chiesto se nel mondo ci possano essere altri come me. Forse faccio parte di una nuova razza. Ma se così fosse, per l’umanità non vedrei via di scampo. Sarebbe impossibile per voi coesistere con tali demoni mietitori”. Poi l’uomo s’interruppe, fece un lungo sospiro e riprese: “Ho un po’ divagato eh? Piuttosto, se la cosa può interessarla, mi sposto con l’autobus, o per i rari, lunghi viaggi, con il treno. Pensi che quando capita, devo cambiare carrozza ogni 50 minuti, o per i passeggeri sarebbero dolori.

Non lo faccio tanto per loro, quanto per me, visto che, se la gente iniziasse a sentirsi male, il personale fermerebbe sicuramente il treno per facilitare i soccorsi e il ritardo accumulato sarebbe mostruoso.

Ora sono qui, in questa città. Ho un discreto lavoro da custode notturno che mi permette di vivere in un monolocale, oserei dire quasi confortevole e, cosa importante, il mio attuale datore sembra sorvolare su alcune mie originalità, come i guanti in tutte le stagioni e la mia mania di volermi coprire la maggior parte del corpo. A lui interessa solo che faccia bene il mio lavoro e io glie ne sono grato. Certo, il mio sogno sarebbe quello di vivere in aperta campagna, nella pace e nella tranquillità del verde. Ho sempre amato la natura, ma quando mi sono accorto che ero letale anche per i vegetali ho preferito rinunciare. Sull’asfalto non posso fare danni, mentre lì disboscherei peggio delle ruspe nella foresta Amazzonica: un tocco e addio alberi, fiori, erba, per non parlare degli animali”.

Fu a quel punto che il suo orologio da polso iniziò a suonare: “Tempo scaduto!” esclamò “sono 52 minuti e non voglio farla stare male. E’ il minimo che possa fare, visto che ha avuto la pazienza di ascoltarmi. Lo sa? Mi sento già meglio; è come se mi fossi confessato. Se volesse saperne di più, venga domani alle 11. Ora devo scappare” disse, affrettando il passo e uscendo dalla centrale tra l’indifferenza generale.

L’unico ad osservarlo era l’ispettore Nardi, che pur non credendo a quell’assurda storia, non aveva potuto fare a meno di notare la precisione dell’uomo nel descrivere i fatti. Ne era rimasto colpito, tanto che decise di andare a casa sua. Certo, se avesse avuto qualche caso sotto mano, un tipo così non l’avrebbe neanche preso in considerazione, ma in quel periodo aveva una buona quantità di tempo da perdere.

Alle 11 precise del giorno dopo stava già suonando il campanello; e quando l’uomo aprì, rimase alquanto sorpreso dalla sua visita: “Ispettore…è venuto davvero. Entri pure, s’accomodi e non si preoccupi, ho già i guanti”.

L’ispettore varcò la soglia e iniziò a guardarsi intorno. Fu allora che vide una pianta, poi un’altra e un’altra ancora. C’erano piante ovunque, belle e rigogliose.

“Lo sapevo, brutto bastardo!” ruggì, afferrando l’uomo per il bavero della camicia e  sbattendolo contro il muro 1, 2, 3 volte. “Ti sei divertito eh, a farmi fesso!?”.

L’uomo non capì. Inoltre, iniziava anche a mancargli il fiato, perché l’ispettore stringeva sempre di più. Poi, d’improvviso, gli sfilò i guanti, afferrandogli le mani con una tale forza da rischiare di stritolargliele. “Dài, ammazzami!” gli urlò, sbattendolo ancora una volta con violenza contro il muro, dopodiché andò versò la porta, non prima però di aver dato un calcio alla pianta che aveva nell’ingresso.

Fu in quel momento che l’uomo capì, ma ormai l’ispettore si era  già allontanato imprecando.

A fatica, si rimise in piedi, si aggiustò la camicia e, dopo aver raddrizzato il vaso, scosse la testa e, con un mezzo sorriso, borbottò: “Stupido idiota, sono finte”.

Nel frattempo, l’ispettore era salito in macchina. Era ancora furente. Si sentiva preso in giro: una cosa che lo mandava ai pazzi, soprattutto perché, in questo caso, in un oscuro meandro della sua mente, aveva ventilato persino l’ipotesi che potesse essere tutto vero.

Dopo aver scosso più volte la testa e essersi dato dell’idiota, girò la chiavetta, ma fu allora che avvertì una fitta che, dal torace, gli arrivava fino allo stomaco. “Devo mettere qualcosa sotto i denti” si disse, anche se, per sicurezza, inghiottì una pillola prescrittagli per una leggera aritmia diagnosticata mesi prima. Cinque secondi dopo, la sua faccia era sul claxon; gli era appena scoppiato il cuore.