NEBBIA
di Parisi
Piervincenzo
1.
Era un sabato sera di una tiepida giornata
primaverile, Spillo aveva con sé il mangianastri e
un paio di cassette dei Nirvana; il suo Aprilia SR
con marmitta Leovince e variatore Polini nuovi di
zecca lo avevano condotto in soli tre minuti sotto
casa di Fede: era il suo nuovo record personale. Un
pomeriggio intero passato in garage a smontare e
riassemblare lo scooter non era andato buttato.
Stava strombazzando sotto la finestra del suo amico,
quando lo vide affacciarsi col solito sorriso da
ebete e i soliti capelli raccolti a coda di cavallo:
"Arrivo, arrivo! E che cazzo!"
Eccolo che varcava la porta:
"Sì, sì ma'...sta' tranquilla".
"Ciao Fe'. Sempre la solita spacca cazzi, tua madre,
eh?" disse Spillo.
"Lasciamo stare. Sgomma, piuttosto. E prendi la
strada di sopra ché sono carico come un marocchino.
Se ci beccano stasera, ci portano dentro". Fede
sorrideva compiaciuto ed eccitato per la serata che
si prospettava.
Si avviarono e Spillo guidava facendo danzare il suo
SR fra i tornanti bui in salita fino al boschetto.
Fede, come al solito, era seduto su quello
strapuntino che avrebbe dovuto fungere da sellino
per il passeggero.
"Sta' un po' fermo, lì dietro!" fece Spillo.
Fede era il suo migliore amico, ma odiava quando
doveva scarrozzarlo in giro sul suo motorino:
quell'idiota si spostava sempre verso il centro
della curva e gli raddrizzava lo scooter proprio
mentre puntava la corda; addio traiettoria ideale.
"Guarda che sono immobile, giuro. Va' un po' piano,
piuttosto; è buio, non si vede nulla e tu corri
manco fossimo a Monza! E non piegarti così, tra un
po' striscio il gomito per terra, minchia!"
"Se, magari!"
A qualsiasi altra persona la sola idea di
avventurarsi al buio fra quei tornanti sarebbe
sembrata una follia; a marzo, poi, l'umidità creava
sempre quella caratteristica coltre nebbiosa che
donava ai colli un aspetto spettrale e desolato. Ma
loro non potevano di certo aver paura. Loro ci erano
nati, su quei colli.
2.
Giunsero al boschetto in poco meno di un quarto
d'ora. Trovarono un posto ideale nel mezzo di una
radura, dove stesero un telo impermeabile sul quale
poterono sdraiarsi. Avevano indossato la felpa, per
evitare che l'umidità penetrasse nelle ossa. Se ne
erano beccati, di febbroni, per colpa di quella
nebbia! Spillo mise una cassetta nel suo
mangianastri a batterie e "About A Girl" ruppe il
silenzio, fino allora interrotto solo da qualche
automobile di passaggio per la strada poco distante,
quella dove avevano parcheggiato.
"E' l'ultimo dei Nirvana", spiegò Spillo, "una roba
acustica. Atipico, ma pensavo fosse l'ideale per la
serata”.
Fede annuì scuotendo il capo e il solito sorriso gli
si stampò sul volto mentre preparava la prima canna.
Poi esordì:
"Questa è roba forte. L'ho presa stamattina fuori da
scuola, il mio amico mi ha assicurato che passeremo
proprio una bella serata" disse Fede; sollevò per un
secondo il capo verso Spillo, e questi poté
riconoscerne la caratteristica mimica: i suoi occhi
brillavano, mentre sorrideva, stretti come fessure
contornate da rughe d'espressione. Era una cosa che
lo metteva sempre di buon umore e che lo aiutava a
sentirsi protetto.
3.
Il lato A era finito e loro si erano già fumato
tutto il fumabile; erano stesi a guardare il cielo
in preda ad un attacco di ridarella quando Fede
disse:
"Sei pronto per il pezzo forte della serata?"
"Che? Il pezzo forte? Di che stai parlando?"
"Buon compleanno", gli disse Fede passandogli una
bustina trasparente. Dentro erano contenuti quattro
funghi tutti rinsecchiti, dallo stelo lungo e la
testa piccola e color marroncino. Spillo guardò
l'amico con una faccia a forma di punto
interrogativo. Questi spiegò:
"The Mexican".
Silenzio. Solo Kurt Cobain e la sua chitarra,
Pennyroyal Tea.
"Funghi allucinogeni, Spillo! Minchia, ma dove vivi?
Questi li ho fatti io, bello, coltivati con queste
manine e raccolti apposta per l'occasione. A mamma
ho detto che era per una ricerca di scienze, e
chiaramente lei se l'è bevuta. Non ha neanche idea
che possano esistere queste squisitezze. Dai,
assaggiali. Passane un paio anche a me".
Spillo portò titubante il fungo alla bocca e diede
un morso:
"Dio, che schifo! Ma sono amarissimi!"
Fede rise: "Li preferivi fritti, magari in mezzo a
una bella piadina di Riccione? Dai, mangia. Vedrai
che spasso".
Ne mangiarono uno ciascuno.
Gli alberi cominciavano a ondeggiare sulle loro
teste, il cielo sembrava improvvisamente più vicino,
più basso, quasi opprimente. Spillo guardò in
lontananza in cerca di punti di riferimento, ma
scorgeva solo nebbia.
Poi ancora nebbia.
Poi qualcuno.
La sagoma di un uomo, che si avvicinava a passo
lento verso di loro.
"Fede, c'è qualcuno".
Fede sorrideva più del solito, poi scoppiò a ridere
di gusto. Spillo si accorse che guardava al di là
delle sue spalle mentre gli diceva: "Cazzo, amico,
questa la devi proprio vedere. Te l'avevo detto che
è roba forte."
Spillo si voltò e non poté trattenersi dal lanciare
un urlo di terrore: la sagoma era a mezzo metro da
lui. Aveva i vestiti stracciati, le spalle ricurve,
le mani coperte da guanti ai quali mancavano le
punte. Aveva un volto orrendo: il volto di un
cadavere. Le sue orbite erano vuote e da esse vi
colava del liquido viscoso. Il naso era assente,
solo un enorme buco in mezzo alla faccia. Il viso
pallido e raggrinzito. Pelle bianca e morta, morta
da mesi.
"Cristo santo, Fede, scappiamo" singhiozzò Spillo.
L'amico rideva, steso a un metro da lui. Arretrò
strisciando col culo per terra, spingendosi indietro
con i piedi, che scivolavano sul terreno umido.
"Sta' tranquillo amico, ti è solo preso un brutto
trip. Stenditi qui con me, tra poco passa. Non ti
accadrà niente".
"Vaffanculo, Fede. Vaffanculo! Non me ne frega un
cazzo se è solo un'allucinazione. Diamocela a gambe,
Fede. Ho paura!"
Spillo si tirò affannosamente in piedi e iniziò a
scappare urlando: "Vieni via da lì, Fede! Vieni
via!"
4.
Spillo si risvegliò in una stanza che non sembrava
affatto la sua. Era circondato da pareti bianche,
lenzuola bianche, piastrelle bianche. Al suo fianco
si sorprese di vedere Fede: anche la sua faccia
sembrava più bianca del solito, sotto quei capelli
castani perennemente raccolti in una lunga coda. Non
sorrideva più, e sembrava più vecchio di dieci anni.
Forse l'effetto dei funghi non era ancora sparito,
perché vedeva tutto sfumato. Tuttavia, era contento
di stare bene e, soprattutto, che anche l'amico
stesse bene.
"Che è successo, Fe'? Sono in ospedale? Chi mi ci ha
portato? Tu come stai? Io, a dire il vero, mi sento
benissimo, solo un po' rincoglionito; ma non mi fa
neanche male la testa. Non è come quella volta che
siamo svenuti a forza di bere vodka".
"Tranquillo, amico mio. Resta steso lì, ora ti
racconto tutto".
5.
Non ho idea di quanto tempo sia passato, so solo che
mi sono ripreso mentre mi stavi trascinando via. Eri
corso via terrorizzato, lasciandomi lì in preda alle
allucinazioni. Io ridevo, ridevo. Non ricordo
nient'altro. Probabilmente, mentre scappavi, la tua
mente è per un attimo tornata lucida e hai capito
che non potevi abbandonarmi così, ti sei convinto
che la tua era solo un'allucinazione, ti sei fatto
coraggio, un gran coraggio, amico mio, e sei tornato
indietro a prendermi. Devi avermi ritrovato svenuto,
da solo, senza neanche un graffio: quindi ti sei
tranquillizzato definitivamente. Mi hai trascinato
fino allo scooter, hai aspettato che mi riprendessi
e ci siamo rimessi in moto verso casa. C'era nebbia,
un sacco di nebbia, amico mio, eravamo fatti,
strafatti. Guidavi piano, ti sei girato verso di me
dicendo "non ci vedo un cazzo", poi ti sei voltato
ed è successo di nuovo. L'hai rivisto, hai rivisto
quel mostro, quello schifo di cosa, e l'ho rivisto
anch'io. Si è materializzato fra la nebbia davanti a
noi. Non potevi farci niente, amico mio. Siamo
scivolati, siamo andati a sbattere contro un
muretto.
"E poi che è successo, Fede?"
"E poi siamo morti".