NON
PIU' DI ZERO
di Morellini Maico
-
Dopo tutto questo tempo, ti ho ritrovato.
- Chi parla?
- Ho ritrovato la strada che mi conduce
da te, e adesso
non intendo più abbandonarti.
- Non capisco. Chi sei?
- Davvero non lo sai? Non ricordi?
- Dovrei saperlo. Sì, credo di sì. Ma non riesco …
- Oh, non importa. Non importa davvero. Apri gli
occhi.
- Cosa? Ma sono aperti.
- No. Apri gli occhi.
L’oscurità lo avvolse colpendolo con tutta la forza
di cui era capace. Fu come uscire, veloci, da una
galleria, per tuffarsi in un mare di luce; ma tutto
al contrario.
Si rese conto che ansimava. Dov’era? Uno stupido
sogno o c’era davvero qualcuno con lui?
Nel buio.
Non capì di essersi mosso fino a quando sfiorò con
la mano qualcosa di freddo. E morbido.
La sera in un locale. Quella donna che lo fissava.
L’orologio. I minuti che scorrevano. La corsa verso
…
L’albergo.
Sospirò allentando la tensione che si era
impadronita di lui. Era in albergo, dove ancora il
caldo odore del sesso colorava con macchie rosse
l’oscurità della stanza.
Eppure quel sogno era così vivido.
Morbido e freddo.
Cos’era?
Avvertì un senso di urgenza che lo spinse a muoversi
in modo disarticolato verso l’interruttore della
luce. Si gettò con tutto il corpo: le gambe
strisciarono sotto le lenzuola urtando di nuovo,
cosa?
La cascata di luce bianca inondò le
ombre della stanza costringendole a
ritirarsi, in attesa.
Sul letto dormiva la ragazza conosciuta poche ore
prima (erano passate davvero poche ore? Era davvero
lo stesso giorno?) nel fumoso bar di paese.
Gli parve di sentire ancora, in un lampo di memoria,
la puzza di sigarette che tanto faticosamente si
erano tolti di dosso nella doccia.
No. La ragazza non dormiva.
Le tre e un quarto.
Buffo. Lui era nato alle tre di mattina.
Chiuse gli occhi rifugiandosi nella stessa oscurità
che fino a poco prima lo minacciava.
‘Rifletti’ pensò ‘Non hai il controllo. Non riesci a
pensare’.
Era vero. Associazioni di idee casuali si
affollavano nella sua mente, distraendolo.
Concentrati su una cosa sola. Una cosa alla volta.
La ragazza.
Aprì gli occhi, lento.
Non ebbe bisogno di avvicinarla, di tastarle il
polso, di sfiorarle il volto. Bastò quella ciocca
bionda di capelli che le ricadeva sulla fronte,
scivolando dietro l’orecchio sinistro. Bastò il
piccolo neo appena sotto l’occhio destro.
Bastarono due stupidi dettagli per costringerlo a
richiudere gli occhi.
‘Non è possibile’.
La ragazza non dormiva. La ragazza era morta.
Il ciuffo biondo era sempre stato dall’altro lato
del viso, così come il neo. Speculari rispetto alla
posizione attuale.
Questo
significava che era morta.
Si mosse alla cieca verso il bagno. Urtò il bordo
del letto, quasi cadde. Si aggrappò alla parete fino
a quando le sue mani incontrarono la porta
socchiusa.
Scivolò dentro e, con lenta agonia, schiuse gli
occhi. Non vide il suo volto riflesso nello
specchio.
Perché lo specchio era coperto da un sottile
lenzuolo nero.
- Non è stata colpa mia - sussurrò, carico di
angoscia - Ho fatto tutto quello che dovevo, sono
stato attento.
- Forse non quanto avresti dovuto. Forse volevi ti
ritrovassi.
Di nuovo quella voce: sicura di sé e sottilmente
autoritaria. Da dove veniva? Se solo fosse stato più
lucido.
- No, ho coperto tutti gli specchi. Lo ricordo.
Questo, quello in corridoio, e ho controllato
persino che la borsetta di Alice – pronunciarne il
nome scatenò dolore – fosse sicura. Nessuno
specchio.
- Eppure dovevi immaginare che ti hai avrei
raggiunto.
- Stai zitto. Zitto!
Uscì dal bagno. Un altro drappo nero copriva lo
specchio nel corridoio.
Tenne la testa china. Non voleva vederla e leggere
sul corpo della ragazza altri segni di ciò che le
era accaduto. Ma la sua irrazionalità voleva sapere.
Voleva ripercorrere tutti quei simboli di un orrore
che per undici anni non lo aveva tormentato.
‘Devo scoprire da dove sei venuto’ pensò. E la
logica si aggrappò con tutte le forze di cui
disponeva a quel dilemma, donandogli nuove energie.
Si mosse rapido, preda di una folle frenesia che
credeva sepolta, ma che in quegli undici anni non lo
aveva mai del tutto abbandonato. Le ceneri
dell’incubo, fabbricate con la materia dei sogni,
attendevano solamente una notte più scura delle
altre per ricominciare ad ardere.
Lo capiva, percepiva che nulla era cambiato da
allora, ma la sua razionalità desiderava concrete e
in quel momento poteva solo assecondarla. Lo doveva
fare.
Con metodo, controllò ogni angolo della stanza
mentre la notte sembrava prolungarsi in maniera
ostile. In attesa.
Non trovò quello che cercava. Tutti gli specchi
erano stati sigillati con la precisione di chi
affida a un gesto così insolito tutta la sua vita.
E quella di chi lo circonda.
Forse qualcosa gli era sfuggito. Si sforzò ancora di
ricordare la sera prima. Dall’incontro con la
ragazza in quel bar, al loro arrivo in albergo.
Ma come gli specchi, anche la sua memoria sembrava
coperta da un velo nero: sottile ma impenetrabile.
Si voltò verso di lei, non poté farne a meno.
Gli occhi socchiusi, ignari della maledizione che si
era abbattuta sul suo corpo.
Dove aveva trovato il varco quel demone antico? Come
aveva fatto a strisciare nella realtà di quella
stanza, macchiando la ragazza con il suo potere?
Stravolgendola, facendo scempio della sua essenza e
lasciando indelebili segni del suo passaggio.
Sapeva cosa sarebbe accaduto al momento
dell’autopsia. Gli organi invertiti, in maniera
speculare. Così come tutte le piccole asimmetrie
così comuni in ogni persona.
Il prezzo da pagare per il tocco del demone.
Si perse sulle labbra di Alice. Su quelle curve che
solo poche ore prima lo avevano baciato,
strappandolo da una vita sola, vissuta nella
mediocrità di chi è pericoloso per gli altri.
Il demone era emerso dagli specchi la prima volta
undici anni prima. La notte del suo sedicesimo
compleanno.
Non lo aveva visto, solo percepito. Ne aveva sentito
la voce e compreso il potere.
I suoi genitori erano morti, inspiegabilmente,
qualche minuto dopo le tre di mattina.
Da quel giorno non si era più specchiato. Tra i
nitidi riflessi del volto vedeva, in agguato, una
figura dai contorni opachi. Morbosi.
Che osservava, avida.
Odiava la notte. Odiava doversi addormentare con il
terrore di aver dimenticato qualcosa. Di non aver
chiuso tutti i varchi che il demone poteva
percorrere per raggiungerlo.
E uccidere.
Una vita clandestina. A questo era stato costretto.
Un’essenza lo allontanava da tutti e da tutto;
l’oscurità di uno sguardo che strappava, giorno dopo
giorno, tutto il colore dalla sua vita.
Fino alla sera prima.
Dopo undici anni di isolamento, nei quali si era
mosso tra le ombre ai margini della vita reale,
aveva creduto di essere pronto. Per tutto quel tempo
era riuscito a dominare il demone, con disciplina,
allontanandolo. Pagando con la felicità ogni notte
trascorsa a difendersi. Guardando, ascoltando e
invidiando tutti quelli che invece vivevano in modo
normale.
‘Le strade del successo incrociano la vita di
ognuno’ era solito ripetersi.
‘Non la mia. Io sono costretto a muovermi in
sentieri che nulla hanno a che vedere con la gloria.
Quelle strade mi sono precluse, per sempre’.
E così aveva deciso di combattere per riavere ciò
che gli era stato tolto.
L’albergo. Gli specchi coperti. La serata al bar.
Alice. Il trofeo di un’esistenza.
Quella notte aveva lasciato gli oscuri sentieri: in
lontananza, ma più vicine, le luci di una vita
normale.
E poi?
- La risposta è semplice. Hai sempre voluto vedere
tutto più complicato di quello che è.
- Stai zitto ho detto – gridò – L’hai uccisa. Mi hai
portato via tutto. Tutto. – La sua rabbia scomparve
così come era arrivata. Che senso aveva?
- Non l’ho uccisa. E’ venuta con me e il suo corpo
non ha resistito. Ma non l’ho uccisa. – La voce
senza corpo si era raddolcita – Ancora non sai come
ho fatto a raggiungerti non lo trovi strano?
Un leggero tremito di memoria lo scosse.
- No, non lo so. E’ uno dei tuoi inganni. Perché non
mi lasci in pace? Perché non mi uccidi? – mormorò,
con tono incerto.
- Come ho fatto a raggiungerti? – Insistette la
voce.
Di nuovo lo stesso tremito.
Lo sguardo si mosse dal corpo di Alice per scorrere
fino ai bordi del letto. Qualcosa era sbagliato.
- Cosa stai guardando? – Possibile che ci fosse un
velo ironico in quella domanda?
- Zitto ho detto.
Si mosse, seguendo le lenzuola con la mano. Strisciò
lungo tutta la superficie. Ne seguì le curve, fin
sotto il materasso.
E toccò qualcosa.
Piccolo, freddo, liscio.
Tremando sfilò la mano.
Uno specchio.
- Chi l’ha messo qui? – La sua voce si spezzò mentre
pronunciava quelle parole – Chi è stato?
- E’ tutto più semplice di quello che credi.
Incrociò il suo sguardo riflesso. Quella cornice,
gli intagli. Il portale che aveva condotto il demone
da lui gli apparteneva. Quell’oggetto lucente era
suo.
La vibrazione nella memoria esplose.
E si vide. Mentre copriva gli specchi. Mentre
controllava la stanza. Mentre baciava Alice. Mentre
la ragazza andava in bagno. Mentre lui prendeva il
piccolo specchio e lo nascondeva sotto il materasso.
- No, no, no…
- Avevi dimenticato qualcosa?
Vibrando, i ricordi tornarono.
L’euforia della vita era durata poco. L’illusione di
un’esistenza normale, intrecciata con sentieri di
gloria, dissolta. I baci di Alice poco più che un
noioso diversivo.
Quella notte, a tutti gli effetti, era identico ai
suoi simili. Si era reso conto di poter, con qualche
sacrificio, trascorrere una vita normale. E di avere
le stesse possibilità di chiunque altro. Gloria o
anonimato. Felicità o tristezza.
Ma aveva anche capito che non gli interessava.
Undici anni passati a nascondersi dal demone, e
dalla sua vera essenza. Trascorsi ad accusare il
mostro dello specchio per una vita di rinunce,
quando lui stesso era una rinuncia.
Sfiorare la vita lo aveva costretto a ritirare la
mano, disgustato. La reclusione non era mai stata
una condanna, ma la naturale difesa per impedire di
vedersi come realmente era: mediocre.
- Hai avuto la tua opportunità e non l’hai sprecata.
Anzi. Hai fatto ciò che era giusto.
Alice. Il portale per il mondo. Una finestra su un
universo in cui tutti sono uguali. Dove le
possibilità devono essere conquistate. Dove occorre
lottare. Dove lui non era altro che un numero,
identico a tutti gli altri.
Ecco cosa lo aveva terrorizzato. Undici anni spesi
credendo che l’unica cosa a tenerlo lontano dalla
grandezza fosse il demone; una maledizione ingiusta.
Una condanna che colpiva lui, e lui soltanto. Ma
sconfitta l’oscurità poteva vedere l’essenza delle
cose.
Non vi era nessuno gloria ad attenderlo in quel mare
uniforme di esseri viventi. In mezzo a loro era
facile perdersi, era impossibile essere speciali.
La maledizione lo rendeva unico. Il demone lo
rendeva unico.
Ecco la verità. Semplice. Lineare. Pura.
Si alzò dal letto. Le lacrime iniziarono ad
asciugarsi lasciando granelli di sale come unica
tracce della sua vecchia vita.
Entrò in bagno e tolse il drappo nero.
- Adesso capisco cosa sei in realtà.
Sorrise. E nei riflessi del mondo al di là dello
specchio qualcosa sorrise insieme a lui.
- Ciao, posso offrirti qualcosa?
- Dipende.
L’odore di alcool si trascinò fuori dalle labbra
carnose della ragazza insieme a quell’unica parola.
Un piccolo neo sul labbro destro attirò la sua
attenzione. Chissà se sul lato sinistro sarebbe
stato altrettanto sensuale.
Sorrise.
- Dipende da cosa?
- Da quello che puoi offrirmi.
- Be’ qui posso offriti da bere. Fuori di qui… -
strizzò l’occhio in modo naturale, senza troppe
allusioni.
La ragazza rise. Un po’ troppo forte. L’alcool
rideva insieme a lei.
- Come ti chiami?
- Lara. Tu?
- Non corri un po’ troppo? Quasi non ci conosciamo.
Lara capì la battuta e si limitò a sorridere.
- Sembri un tipo interessante.
- Ehi, due Martini! – Incrociò gli occhi della
ragazza:- Lo sono, non si vede?
Infilò la mano in tasca. Tra le monete cercò il
contatto di un piccolo oggetto. Rotondo, freddo e
rassicurante.
Il portale per un mondo nel quale lui era unico.