OTTAVO PIANO
di "Sauroneraunbravoartigiano"
Premette il tasto di chiamata dell'ascensore con
l'indice della mano sinistra. La destra sporgeva
dalla camicia come un grumo informe, fasciato alla
meglio con una camicia strappata. Il sangue era
filtrato attraverso la stoffa e il tessuto a righe
era appena distinguibile sotto la crosta raggrumata.
La porta scivolò di lato, con un rumore meccanico e
odore di profumo e di sigari. Michele fissò
l'interno e esitò. Sulla parete di fondo della
cabina uno specchio gli restituiva la sua immagine.
Accanto i bottoni, disposti ordinatamente su due
file, lo invitavano a entrare.
- Che piano desidera, signore? - sembravano dirgli
con i loro numeri neri sulla plastica color avorio –
Abbiamo vampiri al primo, licantropi al secondo, una
grossa svendita di grandi antichi al terzo e... oh,
ma capisco che a lei interessa la nostra offerta
speciale, quella dell'ottavo piano. Ottima scelta,
signore. Ora, se vuole accomodarsi...
Mosse un passo verso l'interno. La pedana
dell'ascensore si abbassò leggermente assestandosi
per sostenere il suo peso. Allungò il dito verso il
numero otto. Lo ritrasse. Uscì dalla cabina e si
avviò verso le scale. Non se la sentiva di
incontrarla subito. Con la mano sana prese la
pistola dalla tasca e cercò di rassicurarsi
afferrandosi disperatamente a essa. Il calcio era
ruvido nel suo palmo.
L'illuminazione era intensa e sgradevole, prodotta
da ronzanti lampade al neon. Dalle finestre
filtravano i primi accenni di un'alba invernale.
Un'auto passò in strada, con la marmitta a brandelli
e nell'autoradio musica da discoteca a tutto volume.
Michele iniziò a salire. Un gradino. Due.
Lentamente. Sembrava più facile così.
***
L'aveva conosciuta circa dodici ore prima, un
venerdì sera, durante una festa a casa di amici. Il
genere di festa dove si beve, si sgranocchia
qualcosa di adeguatamente insalubre e si finge di
interessarsi a persone mai viste prima. Lei aveva i
capelli castani, gli occhi verdi e una bellezza
appariscente. Avevano iniziato a parlare per caso e
avevano continuato per inerzia, malgrado i tentativi
di lui per cambiare argomento. Sullo sfondo di un cd
di musica dei REM l'aveva sentita raccontare del suo
ex. Come ne fosse ancora innamorata, come però
avesse dovuto lasciarlo. Così. Tutto il tempo.
Prima che la festa fosse terminata erano già a letto
insieme nell'appartamento di lei. Poi lui era morto,
quando lei l'aveva pugnalato alla nuca durante
l'amplesso, con uno stiletto nascosto sotto il
cuscino.
Dopo, le cose erano peggiorate rapidamente.
***
Al sesto piano una porta si aprì. Ne eruppe un cane
di piccola taglia. Pelo bianco, collare arancione e
un guinzaglio marrone trascinato per terra come una
buffa coda anteriore. Attraversò tutto il
pianerottolo finché non si trovò di fronte a Michele
che stava salendo. Allora si volò con un guaito e
rientrò di corsa da dove era uscito.
Una voce stridula di donna lo richiamò all'ordine –
Fuffi! Che cosa fai? E' ora di uscire! Non farmi
arrabbiare! Fuffi!
Ci fu un tramestio e finalmente Fuffi obbedì.
Controvoglia, a giudicare dalle imprecazioni della
padrona e dai guaiti dell'animale, ma obbedì. La
porta si spalancò e Michele si trovò di fronte alla
proprietaria del cane. Gli occhi si spalancarono. Il
volto si deformò in un'espressione di orrore.
Michele si sforzò di rispondere con un commento
rassicurante ma le sue labbra si mossero senza
emettere suono.
Lei indietreggiò, annaspando in un tremolio di
grasso e ondeggiare di capelli tinti. Fuffi abbaiava
disperato e si agitava attorcigliando il guinzaglio
alle gambe di lei. Michele cercò ancora di parlare
senza riuscirci. Finalmente comprese la ragione.
Possibile che fosse già così normale per lui?
Possibile che si fosse già abituato alla morte?
Possibile che avesse dimenticato di respirare?
Inspirò profondamente e trovò il fiato per
esprimersi.
- Buongiorno signora – e la voce suonò inumana alle
sue stesse orecchie di non morto. Parole che
venivano da una gola che non era più composta di
tessuto vivente. Come incoraggiamento mosse in un
gesto amichevole la mano che stringeva la pistola.
La donna svenne. Fuffi si acquattò ringhiante
accanto a lei.
Riprendendo a salire Michele sentì un inquilino
gridare, qualche piano più sotto.
- E faccia star zitto quel cane, cazzo!
***
La ragazza si chiamava Fulvia. Il nome del suo ex
era Mario.
Mario abitava al secondo piano in un palazzo del
centro. L'edificio era vecchio e i balconi erano
sorretti da figure femminili di pietra. Michele
entrò alle 3.45 di mattina, usando le chiavi che lei
gli aveva dato.
- Usa queste. Non credo che abbia cambiato
serratura.
Detto in tono gentile, con la mano che stringeva un
pupazzetto di cera. Michele aveva sentito una
pressione sul torace, là dove le dita si chiudevano
su quella persona in miniatura.
- E uccidilo.
E lui aveva saputo di dovere obbedire. Non per paura
ma perché qualcosa nei gesti di lei aveva annullato
la sua volontà e ora a lui non restava altro.
La porta dell'appartamento si aprì docilmente. Si
guardò attorno per orizzontarsi prima di privarsi
della sua unica fonte di luce richiudendola. Un
corridoio. Un mobile intravisto nella semioscurità.
Sei porte. Entrò. Richiuse l'ingresso alle proprie
spalle e rimase al buio.
Due settimane prima un amico gli aveva spiegato il
trucco per risolvere qualsiasi labirinto. Basta
tenere la destra. Proprio come in auto. Cammina
rasente il muro, come un navigatore inesperto che
non voglia perdere d'occhio la costa e troverai
inesorabilmente l'uscita. O se non c'è uscita
tornerai all'ingresso dopo avere percorso tutto
il labirinto. Quelle parole scambiate davanti a una
birra assumevano ora un nuovo e più letale
significato.
Fece scivolare la mano lungo la parete e si mosse
verso destra.
La prima stanza era un salotto. Le dita scorsero
sopra un mobile bar e i piedi quasi inciamparono nel
divano. La seconda era una cucina e la terza,
affacciata direttamente sulla cucina, era uno
sgabuzzino. Assaporò col tatto barattoli vuoti e
arnesi da lavoro.
Poi, una luce si accese.
La luce era all'estremità opposta del corridoio. E'
lì, pensò. Non l'avrebbe colto di sorpresa nel sonno
come aveva creduto. Si mosse in quella direzione. La
sagoma intravista entrando aveva assunto i contorni
netti di una libreria. Volumi di elettronica e una
foto in uniforme come quella che gli aveva mostrato
Fulvia.
- E' lui – gli aveva spiegato con gentilezza. Era
sempre stata gentile, Fulvia. Anche quando l'aveva
ucciso. Anche quando gli aveva ordinato di uccidere.
Sempre.
Anche per questo la odiava, ora.
Pensò a questo. Poi le cose furono troppo veloci per
pensare.
La porta che si apre. Mario che appare, in mutande
con la pistola in mano. Non lo vedi impallidire, non
così profilato contro la luce alle sue spalle, ma
dai suoi gesti sai che ha capito cosa sei. Dice
qualcosa che non capisci. Arretra. Barcolla. Spara.
Qualcosa si sfonda con un tonfo sordo alle tue
spalle.
Alzi la mano d'istinto, a proteggerti. Di nuovo uno
sparo. La pallottola ti trapassa la mano poco oltre
il polso e finisce incastonata nella cornice di un
quadro. Il colpo successivo ti fa saltare il
mignolo e lascia un solco rosso sulla tua guancia.
Carne insensibile. Carne fasulla, finta come gli
effetti speciali di un film. Morta come quella
venduta in scatola nei supermercati.
Lo raggiungi. Cade all'indietro, nella stanza.
Lampadario quadrato, letto sfatto, armadio.
Abbandona la pistola. L'arma cade quasi senza rumore
accanto a un paio di scarpe di cuoio. Spalanca un
cassetto in una cascata di oggetti tintinnanti.
Quando lo afferri al collo la sua mano impugna un
medaglione con un simbolo che intravedi senza
riconoscere.
-
E' lei che ti controlla – ti dice – lo so, fermati,
posso liberarti, posso...
Poi tu stringi.
E stringi.
E stringi.
***
Ottavo piano. Sentì qualcosa dentro di sé esplodere
in una risata isterica: non era mai stato il tipo
dell'atleta. Non sarebbe mai stato in grado di
salire otto piani di scale senza ansimare come un
mantice, prima.
Ora invece l'aveva fatto tirando un solo respiro,
due piani più in basso. Una parte di lui, una parte
ben nascosta in una delle circonvoluzioni più
segrete del suo cervello trovava che la cosa fosse
buffa.
Mortalmente buffa.
La cosa più buffa che gli fosse capitata da quando
il medaglione di Marco aveva toccato la sua pelle e
lui si era ritrovato nuovamente padrone del proprio
corpo: un morto con le mani serrate al collo di un
cadavere.
Roba da ridere. Da torcersi. Da cadere a terra e
rotolarsi sghignazzando su quel pianerottolo lurido,
lì, davanti alla porta di lei.
La porta.
Le sue convulsioni mentali, quelle risate
irrefrenabili e silenziose, cessarono di colpo. Come
se qualcuno avesse premuto un pulsante invisibile
riportandolo alla realtà.
La porta.
Era stato tutto semplice nella sua mente. Aveva la
pistola di Mario. Avrebbe suonato il campanello e
avrebbe svuotato il caricatore addosso a Fulvia
quando avesse aperto.
Stupido.
Pensi proprio che non guardi prima di aprire? Pensi
che quel cerchietto di vetro e ottone proprio
all'altezza dell'occhio sia solo per bellezza?
Qualcosa come il cartello “buone feste” che appendi
tu a natale?Pensi che non ti riconoscerà?
Stupido.
E sai cosa farà quando ti avrà visto?
Michele lo sapeva.. O almeno poteva immaginarlo.
Sarebbe andata nell'altra stanza, naturalmente.
Poteva quasi vederla mentre lo faceva. Ci sarebbe
andata camminando senza fretta, con sul volto
quell'espressione dolce e gentile che non perdeva
mai. Avrebbe preso il pupazzo di cera che lo
rappresentava e lo avrebbe (gentilmente, è ovvio,
sempre gentilmente) bruciato.
O magari no. Magari avrebbe tirato fuori qualche
altro trucco,qualcosa che lo avrebbe trasformato in
una statua di sale o l'avrebbe dissolto in uno
sbuffo di fumo. Qualcosa avrebbe fatto, comunque, e
il risultato sarebbe stato lo stesso.
Doveva trovare un altro modo.
Avrebbe potuto sparare attraverso la porta. Capì
subito che non avrebbe funzionato ma si permise di
fantasticare al riguardo.
Avrebbe avvicinato l'orecchio per sentirla
avvicinare. Poi avrebbe suonato e subito avrebbe
puntato la pistola due spanne a destra della
maniglia e una spanna e mezza al di sopra,
all'altezza del cuore.
Quando lei si fosse accostata per guardare lui
avrebbe premuto il grilletto. La pallottola avrebbe
trapassato legno e carne.
Meraviglioso. E troppo bello per essre vero.
Non poteva essere certo di ucciderla, senza vederla,
e comunque quella era una porta corazzata. Aveva
paura dei ladri, Fulvia, e questo rendeva tutto
molto più difficile.
Si afflosciò a terra, disperato, come il fagotto di
ossa morte che sentiva di essere. Continuò a
riflettere per qualche minuto, scartando tutti i
progetti ridicoli e inattuabili cui riusciva a
pensare. Si guardò attorno senza speranza e di
colpo, con un'illuminazione improvvisa, seppe cosa
doveva fare.
Era all'ottavo piano. Lei si era vantata di
possederlo per intero. L'intero ottavo piano di
un palazzo di otto piani.
Si spostò per sistemarsi più comodamente, a gambe
incrociate davanti alla porta. Poggiò sul ginocchio
la mano che reggeva la pistola e sorrise
soddisfatto.
Nessuno l'avrebbe disturbato. Nessuno che salisse a
piedi per tenersi in forma o scendesse lungo le
scale per non attendere l'ascensore.
Ottavo piano.
E lei sarebbe uscita, prima o poi.