QUEL
VICOLO BUIO
di Agomeri Gianluca
Come un brusco risveglio durante la fase più
profonda del sonno: questo era lo stato in cui
Giacomo Tosti si sentiva, intontito e disorientato.
I suoi occhi vedevano, ma il suo cervello aveva
bisogno di un tempo lunghissimo per interpretare le
immagini che scorrevano ad una frequenza
incontrollabile. Impiegò qualche secondo, o forse
qualche minuto, per riprendere il controllo delle
sue emozioni e dei suoi pensieri e per riuscire a
creare nella sua testa una pittura precisa del luogo
dove si trovava. Il posto era familiare: un vicolo
largo non più di due metri, tra due pareti annerite
dallo smog e con l’intonaco che cadeva a pezzi,
lasciando a nudo i mattoni di cemento. Vi era
entrato poco prima di ritrovarsi in quello stato che
non sapeva ancora definire, perché non ricordava di
aver perso conoscenza. Poco prima era un impiegato
che, passato il tramonto, faceva la solita
scorciatoia per tornare a casa dopo una lunga
giornata di lavoro, poi d’improvviso quello stato di
torpore. Forse un malanno? No, c’era dell’altro…
Qualcosa stava riaffiorando nella memoria di
Giacomo, una sensazione indefinita prima di quel
cambiamento, una specie di strattone che gli aveva
smosso il petto.
Provò a fare qualche passo in direzione di casa, ma
anche un gesto abituale come camminare era divenuto
strano, diverso dal solito. Si sentiva leggero come
una piuma, quasi che il suo fisico non fosse più
interessato dalla forza di gravità. L’anormale
assenza di sforzo nei movimenti contrastava in modo
fortissimo con la difficoltà con cui i pensieri si
formavano nella sua testa. Due fogli di carta a
quadretti scritti con una calligrafia infantile
svolazzavano al soffio del vento di tramontana che
per tutto il pomeriggio aveva scosso gli alberi.
Giacomo era sempre stato un acuto osservatore dei
dettagli e non gli sfuggì un’altra anomalia
inspiegabile: c’era evidentemente vento, eppure
sulla sua pelle non avvertiva il minimo spostamento
d’aria!
“C’è qualcosa che non va…” mormorò tra sé.
Udì suonare la campana della chiesa di San
Sebastiano e contò i rintocchi: uno, due, tre… Sette
suoni acuti seguiti da uno con tonalità più bassa.
Erano le sette e un quarto del pomeriggio,
esattamente trenta minuti da quando era uscito
dall’ufficio. In genere impiegava quasi mezz’ora
prima di arrivare a quel punto del percorso verso
casa; prendeva l’autobus numero sette e scendeva
alla fermata di Via Garibaldi, per poi percorrere
quasi un chilometro a piedi. Quel giorno aveva fatto
esattamente la stessa cosa, per cui il suo passaggio
in quella stradina non doveva essere avvenuto molto
tempo prima. Era da escludere, quindi, che avesse
perso conoscenza, o, se era successo, era durato
davvero molto poco. Cercò di nuovo di ricostruire
gli ultimi momenti, dall’ingresso nel vicolo fino
all’istante in cui si era, per così dire,
“risvegliato” da quel sonno non-sonno. Chiuse gli
occhi e si concentrò sull’immediato passato,
cercando di focalizzare sul momento esatto in cui
qualcosa doveva essere successo, ma il tentativo non
ebbe fortuna. Decise allora di proseguire verso
casa; forse una buona cena, un po’ di riposo ed
un’aspirina avrebbero riportato la normalità.
Si incamminò fino a metà di quel vicolo e si fermò a
guardare l’anta di una persiana che sbatteva sul
muro a causa del vento, a poco più di un metro e
mezzo dal suolo. Un’idea gli balenò nella mente:
poteva essere successo che a causa di una raffica
particolarmente sostenuta una persiana l’avesse
colpito sulla nuca, lasciandolo tramortito per
qualche istante? Si voltò per vedere se poco prima
ci fossero ante lasciate in balìa del vento, ma notò
che tutte le finestre erano ben chiuse.
“Non è stato questo.” concluse, con un’espressione
perplessa.
Tornò a fare qualche passo in direzione di casa, ma
si fermò di botto. Si voltò nuovamente per guardare
all’incirca nel punto in cui si era trovato in
quello stato di torpore e vide qualcosa per terra,
come un grosso sacco o, forse… Un corpo! Ripercorse
in fretta la strada che lo separava dall’uomo a
terra ed arrivò rapidamente lì, senza dare peso al
fatto che la corsa non gli aveva procurato alcun
affanno. La persona riversa sul terreno, col viso
nascosto dal bavero del cappotto, era vestita
esattamente con gli stessi abiti che Giacomo aveva
indossato la mattina.
“Chi è?” si domandò.
Un’altra folata di vento si insinuò tra le mura dei
palazzi che delimitavano il vicolo e spostò quel
lembo di cappotto che impediva di vedere le
sembianze dell’uomo. Giacomo poté così guardare la
sua faccia e, con un moto di orrore, indietreggiò
bruscamente. L’individuo davanti a lui era se
stesso; quello che vedeva era il proprio viso,
deturpato da una smorfia di dolore e da un pallore
cadaverico, immobile nella rigidità della morte.
La mente di Giacomo si riempì di pensieri terribili
e confusi e di domande alle quali non era possibile
dare risposta. Avrebbe voluto fuggire da quella
terrificante visione, ma qualcosa, quasi una forza
oscura ed immateriale, lo inchiodava lì. Si guardò
le mani, o almeno tentò di farlo, perché per la
prima volta da quando si era ripreso
dall’intontimento, si rese conto di non riuscire a
vedere il proprio corpo. Sentiva di essere presente,
di essere vivo, ma non aveva alcuna percezione delle
sue braccia, delle gambe, del fisico. Comprese
allora il motivo di quella strana leggerezza e capì
anche come mai il vento non lasciasse sensazioni
sulla sua pelle: Giacomo non aveva peso, non aveva
pelle. Fu difficile per lui accettare questa realtà,
ma il suo corpo era lì per terra, e di lui era
rimasto solo lo spirito, la sua essenza immateriale,
il puro pensiero. Immagini, suoni e odori non
provenivano da occhi, orecchi e naso, ma erano i
segnali di un ambiente di cui lui stesso era entrato
a far parte. Giacomo era morto, la sua vita terrena
era finita, anche se tuttora non ricordava come ciò
fosse successo.
La sua prima reazione fu di angosciosa tristezza, ma
si meravigliò di constatare che in fondo la morte
non era così terribile come si poteva credere. Il
suo sconforto era più legato alla consapevolezza che
non avrebbe più potuto vivere le tante gioie che la
vita terrena poteva dare, ma tutto sommato era come
iniziare una nuova avventura, lontana dai dispiaceri
che il mondo materiale portava con sé.
“Che fai, sciocco! Scappa!” incitò, interrompendo
bruscamente il flusso dei suoi pensieri, una voce
che non sembrava appartenere al mondo che lui aveva
conosciuto fino a pochi minuti prima.
“Chi è?” chiese Giacomo, cercando vanamente di
scorgere colui che aveva parlato.
“Vattene, stupido! Vai via!”
D’improvviso Giacomo notò un uomo nascosto
nell’ombra, seduto dietro un grosso secchio della
spazzatura.
“Sei tu ad aver parlato?” gli chiese.
Non ebbe risposta. Lo guardò più da vicino e capì
che anche quello era un cadavere.
“Deve essere avvenuto qualcosa di tragico qui…”
pensò.
“E’ troppo tardi, ormai. Sei stato un idiota…” disse
con sconforto la voce.
Giacomo tornò a guardare quello che era stato il
proprio corpo e vide su di lui un essere enorme che
lo annusava. Era come se si fosse materializzato in
quel momento, perché era troppo grande per non
averlo notato prima. Quell’essere era un Gurdhal, un
demone divoratore di anime. Giacomo non aveva mai
sentito parlare di esseri simili, né aveva mai
creduto che esistessero, eppure riconobbe in maniera
istintiva quel mostro peloso che camminava a quattro
zampe ed assomigliava ad un lupo dal torace
eccezionalmente prominente, con corna ricurve ed un
muso schiacciato come quello di un gorilla, ma con
un’espressione diabolica.
Il Gurdhal smise di annusare il cadavere e poi passò
all’altro; indispettito per il fatto che non
riusciva a trovare ciò che cercava, iniziò a fiutare
per aria, inseguendo una traccia invisibile. Giacomo
comprese che avrebbe dovuto fuggire, ma la paura lo
immobilizzava. Guidato da un odore immateriale, il
demone si avvicinò lentamente a lui, fino a quando
sulla sua faccia mostruosa comparve un ghigno di
soddisfazione: aveva trovato la sua preda. Si alzò
sulle due zampe posteriori e si mise davanti a
Giacomo, che poté avvertire il fetore del suo alito.
Poi allargò la bocca in un sorriso animalesco,
mettendo in mostra i suoi denti aguzzi, scuri e
privi di simmetria. Un gemito di piacere uscì dal
profondo della sua gola, pregustando il lauto pasto.