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Biografia dell'autore

 

 

 

 

REQUIEM ARTERNAM

di "Morpheus"

 

 

Un pomeriggio di noia nella vecchia Salem, Sam poltriva disteso nel letto della sua stanza e si interrogava se un giorno anche a lui sarebbe stato dato il privilegio di avere una qualche cazzo di illuminazione per quanto riguardava il futuro.

Era venuto il momento di scegliere l’università o quantomeno farsene una vaga idea. Sam frequentava la quinta liceo, scuola per grandi secchioni mescolati assieme a cazzari e indecisi. Non sapeva se apparteneva agli ignavi o agli scalda sedie. Di certo non era un secchione.

La preoccupazione si disciolse quando il vecchio giradischi sputò “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Era giovedì 18 novembre del 1999, 18:00 in punto ora in cui le tenebre, insieme al senso di colpa per non aver combinato nulla di buono, inizia ad impadronirsi del suo piccolo rifugio.

Il telefono squillò.

“Allora che combini Sam?” era Carl, fedele compagno di banco

”Nulla! Il capitolo di biologia fa schifo più tosto mi faccio segare”

“Magari non domani! C’è sciopero, questa sera si va a casa di Mary, da un party in collina”

Sam stette in silenzio per assaporare a pieno il suono di quelle candide salvifiche parole. Poi disse:

“Esiste una giustizia a questo mondo. Devo cercare un vecchio disco vieni al yungle?”

“Non posso, ci troviamo alle dieci davanti alla statua del tritone!”.

Sam inforcò ugualmente la bici per dirigersi al negozio di dischi. L’aria era fredda e umida, l’asfalto era coperto di foglie brune, le colline erano ovattate da uno strato di nebbia che rendeva il paesaggio surreale e malinconico. Le case, dotate di addobbi di natale, costeggiavano la pista ciclabile ma non fornivano nessun calore, nessuna luce in quel tratto. Parcheggiò la bici di fronte ad una vecchia chiesa e la assicurò al palo della luce con gesti di armonica routine.

A lato della chiesa sotto gli alberi, una figura nera accartocciata sul marciapiede impediva il passaggio ai pedoni. Non curante ci passò vicino

“Sam!”un rantolo improvviso “come prego?” disse stupito

“Nessuno parla! E’ il vento forse o qualche spirito che annusa la tua anima”. Alzò la testa.

Un volto pallido da anziana, occhi glaciali e luminosi impressionarono Sam più delle parole.

“Serve aiuto?” chiese imbarazzato.

“Vattene via canaglia, via!” urlò.

Il senso di libertà era stato schiacciato da uno strano malessere. Al ritorno la vecchia non c’era più.

Alle dieci si trovarono al punto prestabilito ed iniziarono a pedalare per raggiungere i colli.

“Vado avanti io, ho il faro più grande” decise Carl “La collina sembra schiacciata dalla nebbia”

“Sai quanti saremo questa sera?” chiese Sam per cercare di scampare a quel disagio di cui non si era ancora liberato.

“Non ne ho idea!” rispose affannato Carl.

“Ha un tema questa serata?” continuò Sam.

“Spero non dark! Ho un maglione che ha più colori di un arcobaleno”

Sam rise ma in cuor suo avrebbe preferito andare da qualche altra parte.

Mary era una loro compagna di classe, troppo nell’ombra per descriverla, troppo riservata per farsi conoscere. L’unica cosa certa è che del gotico ne aveva fatto una ragione di vita. Passava le giornate rapita da chi sa quali pensieri nell’ultimo isolato banco in fondo all’aula sopra al quale regnavano astucci quaderni copertine rigorosamente neri. Essendo in 21 e i banchi divisi a coppie qualcuno doveva restare solo e quel qualcuno si chiamava Mary Silver.

A scuola se la cavava senza sforzi mentre a livello sociale la questione era singolare; Non aveva mai stretto una vera amicizia eppure era inserita.

“Era ora, pensavo di essermi perso!” Sospirò Carl

Si trovarono di fronte ad un cancello alto con della lance in ferro battuto che descrivevano un arco nella sommità. Dall’aspetto sembrava che non fosse più stato aperto da anni e un lucchetto arrugginito confermava tale tesi.

“Seguimi Sam! più avanti c’è una enorme crepa nel muro, passiamo da lì”

Ai lati del cancello un massicciata in pietra invaso dai rampicanti delimitava il confine tra la proprietà e la strada, un limite ben marcato quasi come se la casa non volesse fare parte del resto del mondo.

 

Sam stupito dallo stato di abbandono chiese

“Chi ci vive qui?”

“Ci viveva sua nonna fino ha 10 anni fà, poi a preferito un monolocale in città, dicono che dava di matto”

Leggendo nel volto la perplessità di Sam continuò “I genitori di Mary sono separati in casa così per evitare la pena di vederli passa tutti i weekend in questa oasi di pace”.

Trovarono il passaggio, e, dall’altra parte del muro, un casolare rettangolare dal gusto discutibile ma dalla posizione mozzafiato si stagliava con prepotenza davanti ai loro occhi.

Mentre attraversarono il giardino, si accorsero che la temperatura doveva essere scesa di almeno 3 gradi e un inaspettato vento ritirava la nebbia per lasciare spazio alla luna.

Di fronte alla porta d’ ingresso un cartello avvisava “Non disturbate la casa, dirigetevi in soffitta senza suonare”

Ad accoglierli un salone spoglio con solo un vecchio tavolo quadrato al centro della stanza. L’unico punto di luce lo dava un enorme cero grazie al quale scorsero le scale in legno. Proseguirono per altri due piani guidati da una musica anni trenta e dai bisbigli che a intervalli di pochi secondi rovinavano la melodia. Passarono due lunghi corridoi illuminati da scarne candele costellati da chissà quante porte prima di arrivare alla scala della soffitta.

Luoghi in cui i due ragazzi non proferirono parola per paura di disturbare quell’oscurità severa e autoritaria che si dimostrava l’indiscussa padrona della casa.

 

Nell’ultima scala una scritta nera costeggiava il muro:

“...Venite al tramonto quando l’aria si fa scura venite tra i fantasmi in un mondo di paura”

Un piatto tintinnava senza ritmo mentre un languido basso cercava di fare da contorno ad un straziante violino.

“Andiamo via Carl questo è un covo di pazzi” Bisbigliò Sam sentendosi a disagio

“Oramai che siamo quì almeno salutiamo”.

Carl aprì la porta della soffitta rapito dalla curiosità, dall’altra parte un circo dell’assurdo si imbastiva davanti ai loro occhi.

Le pareti della soffitta erano ricoperte di starni simboli esoterici intervallati da ignote raffigurazioni stilizzate di funzioni sacrificali. Fiumi di parole prive di significato sparse quì e lì senza una logica, un ordine, prodotto di una mente malata o di qualcosa di ignoto.

Scorsero due loro compagne classe, Betty e Lucy, che saltellavano sul tappeto rosso attorno ad un vecchio giradischi ma non seguivano quel tempo di musica, erano da qualche altra parte in un altro momento in un altro spazio.

Seduta ad un tavolo rotondo a tre gambe, una figura incappucciata si dondolava e si copriva il viso di tanto in tanto. Emetteva suoni confusi lamenti, singhiozzi, risate quasi come se fosse più di qualcuno a conversare. Scorsero solo tre persone ma in quella stanza di indefinita dimensione sembrava che ci fosse una folla, forse dovuto alla presenza delle candele che apriva le danze ad ombre di svariate forme.

“Benvenuti! Tra pochi minuti inizieremo la festa”

Disse una voce alle loro spalle simile a quella di Mary

Indossava un vestito nero e lungo che contrastava il pallore quasi giallognolo del viso che la faceva sembrare più vecchia.

Chiuse la porta alle loro spalle con un lucchetto e gettò le chiavi sul tavolino dove la strana figura lo accettò, facendo dei profondi inchini di riconoscenza, come pasto.

Ora l’unico punto di collegamento con il mondo era rappresentato da una grande finestra circolare dietro al tavolino dalla quale si poteva scorgere una timida luna.

“Mary che scherzo è questo?” urlò Sam alienato

“Nessuno scherzo mio caro gli invitati arriveranno a breve devi portare pazienza”

La loro compagna si girò con autorevole disinvoltura verso le due ragazze e disse:

”Forza mettiamoci al tavolo”

Si sedettero al tavolo tenendosi le mani in modo da formare un cerchio mentre un intero coro di voci maschili stridulo e senza senso si librava nel’aria con insistenza sempre crescente.

“Chi cazzo è?” si chiese ad alta voce Sam sull’orlo di una crisi.

“E’ solo quella cosa nera che parla! Andiamocene via da qui Sam”

Carl che fino a quel momento non si era mosso di un millimetro stava disperatamente forzando il lucchetto per uscire da quella stanza maledetta.

“Oh merda ma che cosa sta succedendo!Fai in fratta Carl il tavolino è a mezz’aria!”

Carl si girò e scorse non solo il tavolino sollevato un metro da terra. Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo.

“Cosa Carl? Parlami!”ordinò Sam disperato. Mise una mano in fronte all’amico visibilmente sudato. Era un liquido viscoso più dell’acqua e con quel poco di luce si accorse che era sangue. Stava sudando sangue!

“Ti sei ferito? Dimmi cosa succede!” Sam sconvolto si accorse che gli abiti erano ormai zuppi di sangue.

“Non li vedi? sono ovunque!...Ovunque!” disse con filo di voce

“Chi sono ovunque?” Carl non rispose. Stava accasciato al suolo pallido e privo di sensi.

La figura oscura emise dei rantoli che sapevano da risata e aggiunse

“D’ora in poi farà compagnia ai padroni di casa fino all’eternità!”

“Cosa gli avete fatto?” Disse Sam colmo di rabbia

“Tranquillo Sam ora verranno a prendere anche te! Uno non basta, si annoiano facilmente!” rispose Mary.

Sam sentì un improvviso vento gelido dietro alle sue spalle e si girò di scatto.

Scorse tre ombre sedute sul pavimento sopra alle quali penzolavano altre due sagome impiccate. Tutti e cinque, qualsiasi cosa fossero, facevano sentire il ragazzo intruso ma maledettamente desiderato. Uno di quelli seduto sembrava che si dirigesse verso di lui senza muoversi, ma sentiva qualcosa di sbagliato che lo imprigionava e lo spaventava al tal punto da iniziare a sudare, mentre al tavolo le streghe continuavano le loro incomprensibili litanie.

Gli occhi bruciavano, un gusto metallico riempieva la bocca con prepotenza, mentre una sagoma oscura dai grandi occhi squadrati e tinti di giallo lo fissava da vicino e ghignava. La casa risucchiava la sua linfa vitale; violenti colpi provenivano da ogni dove, urla isteriche, schianti metallici, potenti vibrazioni. Il sangue trasudato era così copioso da rendere ciò che vedeva una pellicola tinta scarlatto. In quel momento Sam chiuse gli occhi e si concentrò sui ricordi che come una folgore gli passarono davanti. Fu quell’attimo di fuga dall’orrore a dargli la forza di scaraventarsi contro l’unica finestra presente nella stanza.

La caduta si rivelò più corta del previsto, appena due metri sotto c’era un sottotetto che fungeva da riparo ai veicoli agricoli. Probabilmente si era rotto qualcosa ma il dolore scomparve quando lo stesso volto della vecchia vista nel pomeriggio si affacciò dalla finestra rotta con occhi color rubino.

“Maledetto cane! Guarda cosa hai fatto!” A Sam parve che fosse la voce di Mary a parlare ma di certo le sue condizioni non permettevano la percezione limpida. Un incendio di lì a poco divampò per cause sconosciute. Sam sostiene è di aver sentito le urla di Lucy e Betty e di averle più volte viste sull’orlo della finestra nell’intento di scappare ma qualcosa le trascinava con forza all’interno della soffitta. Le fiamme e le urla allertarono i vicini che prontamente avvisarono i vigili del fuoco. Secondo il rapporto furono trovate tre ragazze carbonizzate, due ragazzi privi di sensi di cui uno con fratture esposte. Emersero incongruenze come la presenza dell’ anziana, che non ha mai avuto riscontro, insieme al fatto che all’arrivo dei pompieri le fiamme stavano consumando il tavolino lasciando intatto il resto della soffitta. Ad ogni modo Sam sostiene che si fossero spalancate le porte dell’inferno e, insieme a Carl, l’avevano fatta franca. Lo raccontava ogni settimana all’amico, in quanto Il dottore sosteneva che narrare lo shock poteva aiutarlo ad uscire dalla prigione del mutismo. Gli anni passarono senza che Carl proferisse una parola e il suo sguardo terrorizzato rimase sempre il medesimo.

Si narra che gli abitanti della zona sentano ancora le urla delle ragazze e per questo il prete del paese lasci scritto sui muri della casa:

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis”

Dicono che sia costretto ad andarci spesso in quanto le scritte svaniscono nel nulla.