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Biografia dell'autore

 

 

 

 

SANGUE E BUIO

di Brasili Luigi

 

 

Il silenzio della stanza, illuminata dalla luce delle lampade al neon e da quella soffusa degli schermi, era rotto a intervalli regolari dal ronzio dei macchinari.

I monitor colorati visualizzavano grafici tridimensionali, mentre i bip artificiali gracidavano ritmicamente, come per preservare il ricordo degli innumerevoli piccoli anfibi sacrificati in quel laboratorio, nel nome della ricerca. Carne e ossa di cavie dissezionate nella speranza di trovare il rimedio ultimo con cui sfidare la natura, svelare il mistero della morte, creare una stirpe di esseri imperituri.

 

Lui sorrise. Nonostante l’impazienza, nonostante l’attesa fosse divenuta ormai insopportabile, ora che il momento era così vicino.

Sorrise per l’ironia della situazione.

 

La dottoressa Polidori aveva speso una bella fetta dei suoi anni migliori in quel laboratorio, alla ricerca del modo di varcare l’ultima soglia della conoscenza.

Lunghi anni. Centinaia di nottate trascorse senza mai perdersi d’animo per gli insuccessi.

L’unica ragione della sua vita da quando aveva perso il suo unico figlio.

Aveva abbandonato tutto il resto. Niente amici, pochi parenti dimenticati a migliaia di chilometri di distanza.

Divideva il suo tempo tra il laboratorio e la cappella antistante la cella criogenica dove il corpo del figlio riposava, in attesa del miracolo.

Lei era certa che sarebbe accaduto. Ci sarebbe riuscita, doveva riuscirci.

 

Lui continuava ad aspettare.

Lei era perfetta per il suo scopo.

Aveva vagato a lungo prima di arrivare nel laboratorio, non sapeva come vi era giunto, ma questo non aveva alcuna importanza. Ciò che contava era che lui fosse lì in quel momento. Lui era lì e conosceva il modo per passare. Ora sapeva.

 

La dottoressa aveva predisposto ogni strumento, tutti i macchinari erano in perfetta efficienza.

Attese che i valori riportati sul monitor principale raggiungessero i livelli prestabiliti, poi si connesse al terminale, scostò i capelli biondi inserendosi sotto la cute dei lobi temporali due sottili placche appuntite, collegate al sistema da cavetti rossi.

 

Rossi. Come il sangue, pensò lui.

 

I circuiti presero a crepitare come fuochi fatui in quel cimitero di cavie straziate.

La dottoressa prese altri due cavi - neri come il buio – e li inserì nella calotta cranica del paziente, un malato incurabile che aveva accettato di sottoporsi all’esperimento in cambio di poche decine di migliaia di euro, da destinare alla sua famiglia.

Poi si attivò il programma di monitoraggio delle funzioni cerebrali.

Il sistema era pronto.

 

Anche lui era pronto.

 

Dopo alcuni istanti che parvero eterni, un fremito percorse il corpo dell’uomo disteso sul lettino.

Un fremito percorse anche il corpo della dottoressa.

Le macchine ebbero un sussulto, poi ripresero a vibrare leggermente, con regolarità.

La dottoressa Polidori si guardò intorno perplessa, controllò che tutto fosse sotto controllo, poi scosse il capo e tornò al lavoro.

Iniziò a incidere un braccio del paziente per scatenare le prime reazioni.

 

Intanto, lui attendeva che i primi impulsi di risposta venissero elaborati dal sistema.

Quando finalmente la trasmissione delle reazioni del paziente cominciò a giungere al cervello della dottoressa, quando macchine e masse cerebrali erano virtualmente fuse insieme, lui agì.

 

Le macchine produssero un suono nuovo, sordo e prolungato, mentre i cavi si tesero per il sovraccarico di energia. La testa della dottoressa ondeggiava violentemente, in sintonia con quella dell’uomo sul lettino, come a seguire il ritmo prodotto dalla cacofonia delle macchine impazzite.

Il bisturi cadde sul lettino, seguito da un sottile rigagnolo di sangue.

Poi, di colpo come era iniziata, la danza elettrica si concluse. Le macchine si spensero e la stanza restò al buio per alcuni minuti, fino a quando il ronzio gracidante dei batraci elettronici riprese a echeggiare e le luci si riaccesero.

Il piccolo altoparlante del computer centrale trasmetteva amplificato il battito, lento ma regolare, dell’uomo sul lettino, sprofondato in un sonno senza sogni.

 

La dottoressa Polidori si staccò dalla testa i cavi che la collegavano al terminale e si alzò, osservando il laboratorio come se fosse la prima volta.

 

Lui vide una porta e l’attraversò, entrando in una stanza illuminata da faretti bianchi.

 

Sotto la teoria di luci c’era uno specchio. Quando lei si avvicinò al vetro, lui si bloccò alla vista dell’immagine riflessa.

 

La dottoressa Polidori era ancora molto bella, non dimostrava affatto i suoi quarantatre anni.

 

Lui voleva possederla.

 

Presa da una specie di raptus, lei iniziò a spogliarsi freneticamente, fino a restare completamente nuda.

 

Lui si  parò davanti allo specchio per osservare meglio le sue fattezze.

 

Un moto di orrore trasfigurò il viso della dottoressa.

 

Lui indietreggiò alla vista del crocifisso d’oro penzolante sul petto della dottoressa, ma si fermò subito, sogghignando: la pelle candida era perfettamente integra, nessun segno di bruciature deturpava i seni rigogliosi della donna.

Afferrò il crocifisso e strappò con violenza la catena dal collo. Indugiò alcuni istanti ad osservare la piccola figura inchiodata alla croce, poi tornò a guardare le forme sensuali della Polidori. Sfiorò rapito i capezzoli turgidi, portò le mani fino al pube, accarezzandolo, poi proruppe in una risata e tornò nel laboratorio.

 

La dottoressa si avvicinò al paziente, ora sveglio, che l'osservava. L’uomo aveva gli occhi allucinati, paura e desiderio coabitavano nel suo sguardo stravolto. Le sue mani, immobilizzate ai polsi da robusti bracciali di pelle, artigliarono sincopate invisibili appigli. Lei buttò in terra il lenzuolo che copriva il corpo nudo e salì a cavalcioni su di lui. Gli appoggiò con cura il piccolo crocifisso sul petto e iniziò a muovere il bacino.

L’ancheggiare della dottoressa, dapprima lento, si fece più veloce man mano che il sesso dell’uomo rispondeva allo stimolo. Per la seconda volta, quella notte, medico e paziente si unirono nel corpo e nello spirito.

Giunti all’acme del godimento, lei inarcò la schiena e urlò, spalancando la bocca. La smorfia di piacere sul viso dell’uomo degenerò nel terrore, alla vista del muso animalesco che affondava i denti nel suo collo.

 

Bevve fino a prosciugare ogni arteria, poi affondò il crocifisso nel petto inerte della sua vittima e scese dal lettino, senza degnare di uno sguardo il fantoccio di carne.

Si rivestì e uscì dal laboratorio, attraversando con decisione il corridoio deserto e silenzioso.

Giunto davanti alla camera che ospitava il figlio della dottoressa si fermò a riflettere, poi un lampo perverso gli balenò negli occhi ed entrò.

Digitò con sicurezza il codice di accesso che regolava l’apertura del pannello metallico e attese che la bara elettronica si schiudesse.

Incurante dei vapori gelidi prodotti dal gas contenuto nella cella, prese in braccio il ragazzo e tornò indietro, verso la cappella.

Lo depose ai piedi dell’altare, vicino ad una statua di marmo che raffigurava il redentore, e rimase a contemplarlo per alcuni minuti. Gli sarebbe piaciuto assaporarne il sangue, ma avrebbe dovuto aspettare che il corpo si riscaldasse e non ne aveva il tempo, l’alba era vicina.

Gli accarezzò una guancia, come avrebbe fatto la madre. Rise sguaiato per quel gesto impotente così tristemente umano.

Lo lasciò lì, disteso sul pavimento, lo sguardo spento fisso su quello della statua: uno morto nonostante i disperati tentativi dell’amore di una madre, l’altro morto per amore del padre.

Due promesse di salvezza. Amore e morte. Sangue e buio.

Spalancò la finestra, gemendo di piacere alla sensazione del vento notturno che gli colpì il viso, smuovendo i lunghi capelli biondi che erano appartenuti alla dottoressa.

Aveva bramato quel momento per oltre un secolo. Un secolo nell’attesa di tornare, di cacciare le sue prede, di assaporare la dolcezza della morte delle sue vittime.

Rise, e si lanciò nel vuoto scomparendo nel buio, mentre l’eco della sua risata ancora echeggiava nella cappella.

Ora, finalmente, colui che un tempo si chiamava Vlad Tepes era tornato a camminare tra i vivi, per saziare la sua sete di sangue.

Finalmente, la dottoressa Polidori aveva svelato il segreto dell’immortalità.

Il miracolo si era compiuto.