Inghilterra, 1854
Arabella era seduta sulla
poltrona dirimpetto al balcone, le mani strette in grembo, le ginocchia
accostate e la schiena dritta. Aveva avuto una governante tedesca, nota per il
suo rigore morale: le bacchettate ricevute sulle mani durante l’infanzia avevano
smesso di essere un bruciante ricordo per diventare un sopportabile dazio per
avere la compostezza tipica delle signore. E lei, Arabella Chesterton, figlia
nubile del visconte di Chesterton, era indubbiamente una signora. Se lo ripeté
intimamente per fugare qualsiasi dubbio in proposito. Nessuno doveva dubitare di
lei; e infatti nessuno dubitava. Arabella sapeva di essere considerata una
vecchia zitella: nel mondo della nobiltà londinese essere nubile all’età di
quarantacinque anni era una condanna a vita. La cosa aveva smesso di bruciarle
dentro: anzi, il suo nuovo ruolo di terribile e altezzosa "Zia Arabella"
tormentatrice del nipotame le procurava sadico piacere. Una volta era stata una
noiosissima ragazzina che faceva tappezzeria a qualsiasi ballo fosse invitata;
adesso era la terribile Zia Arabella che incuteva soggezione e dispensava
veleno. Nessuno provava affetto o simpatia per lei, ma nessuno osava nemmeno
contrariarla.
Se avessero saputo, oh, se
solo avessero saputo…
Il suo rachitico cuore
prese a batterle nel petto senza scalfire la compostezza della postura. Quello
era un segreto, il suo segreto. Così peccaminoso che faceva fatica a rivelarlo
persino a se stessa. Ma così dolce, caldo. Così gelosamente custodito.
Tra poco lei sarebbe
arrivata e Arabella anelava il suo arrivo come un fiore anela l’acqua.
Selena.
Era così bella. Di una
bellezza diafana e stesso tempo prorompente. Arabella, che soffriva di insonnia,
passava lunghe ore sul balcone della dimora avita durante le interminabili notti
estive, rimuginando sui sui ricordi e sul meschino presente. Ma da quando
conosceva Selena, la vita di Arabella era radicalmente cambiata. Non in
superficie, oh, no! Agli occhi di tutti lei era sempre l’arcigna zia zitella. Ma
dentro… Arabella aveva sentito nascere una riluttante simpatia per Selena, un
desiderio di vederla, notte dopo notte, per ascoltare la sua risata cristallina,
per vedere i suoi occhi scuri accendersi di gioia, per sentire, che Dio
l’aiutasse, il tocco discreto delle sue mani quando si appoggiava casualmente….
All’inizio Arabella era
rimasta inorridita dalle proprie reazioni alla vista di Selena. Confusa e
schifata da se stessa, aveva passato molte notti insonni nel suo letto,
rifiutandosi di ascoltare la flebile voce di Selena che la chiamava, sospirando
come un alito di vento.
"Arabella… Arabella, ti
prego, vieni…"
Alla fine era andata. Le
notti con Selena passavano in un lampo, come immerse in un sogno pieno di
bellissimi silenzi. Selena era entrata nella sua vita in punta di piedi ma con
la forza di un uragano. Mai l’aveva toccata o guardata a sproposito. L’intensità
del suo essere, la persistenza del suo profumo avevano gradatamente avvolto
Arabella come un tenero guscio dal quale non voleva più uscire. Ogni notte,
Arabella aspettava che Selena comparisse dal buio del frutteto, vestita da una
leggera vestaglia bianca, i capelli scuri sulle spalle, il sorriso pronto, lo
sguardo ardente…
La pendola batté l’ora:
erano le due di notte. Il cuore di Arabella fece un balzo nel petto le sue
guance giallastre si colorarono pallidamente di rosa.
Tra poco…
Un piccolo seme proibito
si era annidato nel suo cuore asciutto e rinsecchito, germogliando e nutrendosi
della sua fame di amore tanto che il solo apparire di Selena le mozzava il
respiro, le faceva tremare le labbra di un sorriso incredulo…
La prima volta che Selena
le aveva baciato una mano, Arabella si era quasi sentita morire di vergogna e di
desiderio. Le sue labbra umide e fresche, avevano sfiorato il dorso della sua
mano, un tocco quasi inconsistente… ma lo sguardo che era seguito, quella brama
contenuta dietro la supplice maschera del suo viso!
"Perdonami, Arabella… non
so quello che faccio…" aveva sussurrato dolente.
Allora Arabella aveva
preso la piccola mano di Selena e aveva premuto le labbra sul suo palmo mentre
due lacrime di vergogna e gratitudine le rotolavano lente sulle guance
avvizzite.
E così, notte dopo notte,
il tocco di Selena si era fatto sempre più audace: prima le sue labbra
sfioravano il palmo della mano, poi premevano sul polso… sempre più su, sempre
più vicina. Alla fine l’aveva baciata sulla bocca, accarezzando le labbra aride
di Arabella con le sue, dolci e succose… il profumo del suo respiro era quello
dei petali di rose, la sua bocca morbida, indulgente e impietosa…
Arabella sapeva che era
orribile e sbagliato, ma non poteva fare a meno di pensare a lei nemmeno per un
istante. Selena era nello specchio quando al mattino la cameriera l’aiutava ad
acconciare i capelli in una crocchia severa, era nelle sue mani quando
accarezzava i cani, era nella sua voce che era diventata meno caustica e più
sognante… Era nel suo sangue che scorreva caldo e rapido, per la prima volta
nella sua monotona vita.
Niente avrebbe potuto
farla rinunciare a lei, nemmeno la paura dello scandalo.
Voleva solo che lei
arrivasse ogni sera col suo carico di passione a farla sentire viva amata
corteggiata.
Come la sera prima,
pensò Arabella arrossendo, la sera prima…
Selena era arrivata mentre
la aspettava sul balcone: quella notte, ispirata da chissà quale vergognoso
pensiero, si era lasciata i capelli sciolti sulle spalle e il vento dava loro un
che di peccaminoso ma inconfondibilmente eccitante. Lo sguardo di Selena l’aveva
inchiodata sul posto: Arabella se lo sentiva addosso come un manto tiepido e non
osava alzare gli occhi per ricambiarlo.
"Arabella… sei
bellissima…"
Aveva sospirato Selena:
aveva poi posato una mano delicata sul fianco di Arabella, facendola sussultare…
infine la baciò, avvolgendola di desiderio come la marea avvolge i duri scogli.
L’intensità del suo bacio fu travolgente: quando le labbra di Selena le
scivolarono umide sul collo, il respiro di Arabella si fece affannoso e
intermittente mentre le guance le bruciavano, nelle orecchie rimbombava solo il
battito del cuore. Le labbra di Selena scivolarono fino all’incavo del collo
indifeso. Arabella guardava su, gli occhi persi in mezzo alle stelle. La testa
di Selena tentennò, vicina al suo cuore come non lo era mai stata.
"Posso?" supplicò la sua
voce incerta.
Le mani di Arabella si
posarono sulla sua testa, intrecciandosi ai folti capelli scuri e attirandola
verso di sé.
Allora Selena la baciò, la
mordicchiò, la succhiò, fino a portarla ad un’estasi subito al di qua del
dolore.
Arabella non seppe mai
quanto rimasero allacciate sotto la luna: sapeva solo che, quando Selena si
staccò da lei, si sentiva debole e spossata.
"Adesso è meglio che vai."
le disse dolcemente sorridendo. Il suo sorriso era strano, le sue labbra erano
umide e alla luce spettrale della luna sembravano nere.
"Tornerai domani sera?"
sussurrò Arabella supplichevole.
Selena le accarezzò la
testa, dolcemente.
"Oh, certamente… Tornerò
sempre da te…"
Arabella si era dovuta
trascinare sul suo letto ed era piombata in un sonno profondo e senza sogni. Si
era svegliata tardissimo quella mattina, sentendosi ancora più stanca e spossata
della notte precedente. Ma le bastava pensare al suo segreto, alla sua Selena,
che una languida eccitazione la pervadeva, infiammandole la pelle di febbre
tropicale. La giornata passò trascinandosi in attesa della notte: i nipoti
furono premurosi con lei, dicendole che aveva un colorito strano e che forse
stava covando un’influenza. Sciocchi sciagurati.
Se solo avessero saputo…
"Arabella…"
La sua voce. Arabella si
alzò in piedi con le gambe che tremavano, iniziando a piangere di sollievo senza
nemmeno sapere di farlo. Uscì sul balcone e corse nel frutteto: lei era lì, più
bella che mai, con un sorriso dolcissimo e le mani tese.
"Temevo che non venissi
più…" singhiozzò Arabella istericamente.
Selena la abbracciò ,
forte come un uomo.
"Non dovevi dubitarne, mia
triste Arabella…sono venuta per portarti via con me…"
Quelle parole erano miele
per le orecchie di Arabella. Non pensò nemmeno per un momento all’assurdità
della cosa: credette e basta.
"Sì, portami via con te…"
la supplicò piangendo tutta l’angoscia che aveva represso.
Selena le accarezzò la
guancia sorreggendo la sua figura prostrata.
"Tu vuoi che ti porti con
me? Tu vuoi essere mia?" domandò in un soffio. Le sue labbra erano a pochi
centimetri da quelle di Arabella che tremava e si contorceva nella tortura di
aspettare il loro tocco.
"Sì, oh, sì…io sono tua,
solo tua, per sempre…" mormorò Arabella con voce spezzata.
Il viso di Selena si
allargò in un sorriso ferino.
"Molto bene." disse, e la
sua voce uscì in un basso sibilo che gelò il sangue nelle vene di Arabella.
Gli occhi di Selena, quei
begli occhi scuri e appassionati, si accesero di una luce rossa e selvaggia.
Arabella, stordita dal repentino cambiamento, provò a staccarsi da lei, la
faccia una maschera di puro sconcerto. Ma Selena la bloccò con una forza che non
aveva nulla di umano. La sua pelle chiara divenne livida e percorsa da vene
rossastre. La sua bocca si aprì famelica mentre i denti, i suoi bei denti
bianchi e regolari, si ispessivano sporgendo appuntiti e frastagliati come le
fauci di uno squalo. Arabella avrebbe voluto non capire, ma la sua fantasia volò
alta e invece capì: prese un respiro singhiozzante e fece per urlare tutto il
suo terrore. Ma era troppo tardi.
Selena le morse il collo,
strappandole in un colpo solo un grosso brano di carne e squarciandole la
giugulare. Un fiotto di sangue caldo zampillò davanti agli occhi increduli di
Arabella che provò di nuovo a urlare e non ci riuscì. Vide Selena, questa nuova,
orribile Selena, bere dal fiotto di sangue, gioiosamente come uno studente beve
alla fontanella della scuola. Poi la sua bocca enorme si abbatté sulla ferita
sul collo, grufolando e masticando con un orribile rumore di risucchio. Arabella
fece appena in tempo a convincersi che quell’incubo fosse il giusto castigo per
i suoi pensieri impuri: poi si abbandonò all’oblio che le veniva offerto, grata
di poter sfuggire a quella disgustosa realtà.
Chiuse gli occhi e morì.
L’essere orribile che era
stato Selena pasteggiò ancora un poco sul povero corpo straziato, con più calma
e meno ferocia. Poi, sazio, abbandonò il cadavere inerte sul soffice tappeto
erboso del frutteto.
"Allora…hai vinto la
scommessa, a quanto pare." disse una voce dietro di lei.
Una figura uscì
dall’ombra: quella di un uomo alto, elegante, bellissimo che si avvicinò a
Selena completamente disinteressato al cadavere ai suoi piedi.
"Avevi qualche dubbio?"
disse Selena gettandogli uno sguardo ironico ma indulgente.
L’uomo si strinse nelle
spalle a metà tra il seccato e l’indifferente.
"A dir la verità, non
pensavo che la vecchia zia Acidella nascondesse tanto fuoco dentro di sé."
ribatté stizzito.
Selena rise, sprezzante.
"Oh, Jerico, quanto devi
ancora imparare dalle donne! Mi ci sono voluti mesi per addolcirla, ma ti
assicuro che tutto il mio lavoro è stato premiato: erano secoli che non bevevo
un sangue così saporito. Peccato, non te ne ho lasciato nemmeno un po’!”
Rise di nuovo e Jerico
fece una smorfia contrita.
"Ho puntato troppo sul suo
retaggio morale…non avrei mai pensato che quel vecchio manico di scopa cedesse
davvero alle tue lusinghe." disse piccato.
"Hai sottovalutato
entrambe, piccolo mio…" disse Selena con voce allusiva e un sorriso
scintillante.
Si avvicinò all’uomo, lo
cinse per la vita piuttosto rudemente e lo baciò a bocca aperta perché lui
sentisse il sapore di sangue sulle sue labbra. Jerico all’inizio resistette e
cercò di tirarsi indietro: poi capitolò e leccò le labbra della donna, curvate
in un sorriso vittorioso.
"Adesso… è venuto il
momento di pagare il tuo debito…" gli sussurrò in un orecchio.
Jerico annuì con un
sospiro: frugò dentro al taschino dell’elegante panciotto ed estrasse un
meraviglioso anello con un rubino grosso come una nocciola. Selena lo guardò
estasiata.
"Oh, è davvero magnifico!"
strillò saltellando sull’erba ancora gocciolante di sangue.
Fece per afferrare
l’anello ma Jerico alzò bruscamente il braccio portando il monile fuori dalla
sua portata. La guardò mentre un sorriso birichino gli scopriva i denti
bianchissimi e aguzzi.
"…rivincita?…" chiese con
una voce carica di promesse.