SETE
DI VITA
di Muscella Patrizia
La mia vita era stata quanto di più banale e normale
potesse esserci: figlia unica proveniente da una
famiglia cattolica, ho frequentato gli anni della
scuola dell'obbligo nel più completo anonimato.
Meno mi facevo vedere, meglio stavo. Non mi sentivo
brutta: l'immagine che lo specchio mi rimandava ogni
mattina era quella di una bella ragazza dai lunghi
capelli corvini, forse un po' troppo magra e
pallida, ma molto graziosa.
E così ho vissuto sino all'anno del diploma,
un'ombra silenziosa tra le persone e nessuno si
accorgeva di me, ma l'ultimo anno di liceo arrivò in
classe Ivan, un ragazzo che fece strage di cuori sin
dal primo giorno. Quel ragazzo con gli occhi azzurri
e luminosi mi fissava sempre.
Un giorno arrivai in classe in perfetto ritardo come
sempre. La professoressa stava parlando, cercai di
sedermi senza disturbare, quando sentì uno sguardo
trapassarmi come una freccia infuocata. Mi voltai di
scatto andando ad inciampare contro la sedia del mio
compagno di banco. Ciò provocò una risata generale.
Non avevo il coraggio di guardare in faccia nessuno
e, biascicando una misera scusa, mi sedetti con le
spalle ricurve sotto il peso della vergogna. Quando
la risata fu placata, nell'aula risuonò la voce
melodiosa del nuovo arrivato. Non potei fare a meno
di guardarlo: era alto e snello, con spalle larghe
da nuotatore e i fianchi stretti. Anche lui era
pallido come me e questo me lo rese da subito
simpatico, non so bene perché, ma a differenza di me
aveva labbra rosso sangue, bellissime e invitanti
labbra carnose che ad ogni parola lasciavano
intravedere denti bianchi come perle. Rimasi
affascinata dall'eleganza e dalla lenta danza con
cui il ragazzo gesticolava e dalle lunghe dita ben
curate che sembravano accarezzare l'aria.
Ero così immersa nella mia fantasia che non mi
accorsi di niente: il nuovo compagno si era seduto
accanto a me. Per la prima volta tutta la classe era
rivolta verso di me, anche se non ero io l'oggetto
dei loro sguardi. La mia invisibilità era violata
per sempre e questo mi irritò profondamente. Persi
l'unica occasione per allontanare Ivan da me: avrei
voluto dirgli di andare via, di cercarsi un altro
posto lontano da me, ma in fondo non volevo che lui
smettesse di guardarmi. Sì, perché lui mi vedeva!
Non come gli altri che mi guardavano distrattamente
e si giravano dall'altra parte. Ivan m vedeva e si
era accorto che io esistevo. Era la sensazione più
bella che avessi mai provato.
Gli sorrisi e lui ricambiò. Fu come sentirsi in un
posto sicuro e familiare: il suo sorriso era caldo
come sole d'agosto e i suoi occhi limpidi e
brillanti come acque cristalline, in cui mi stavo
perdendo. Non abbassai lo sguardo e sentì il cuore
battere all'impazzata. Ci credete che non mi era mai
successo?
Quella sera cenai nel mio solito silenzio e
sparecchiai in fretta, come se in me ci fosse
l'urgenza di andare da qualche parte. Mio padre se
ne accorse e mi chiese: “Cos'è? Ti aspetta il
fidanzato?”
Lo guardai scocciata e corsi in camera. Chiusi la
porta alle spalle, respirando un po' dell'aria
fresca che entrava dalla finestra. Mi spogliai
distrattamente senza accendere la luce, indossai il
pigiama e cercai rifugio sotto le coperte.
Fissavo le ombre sul soffitto. La stanza era appena
illuminata da un cono di luce che si proiettava
dalla finestra sulla parete opposta, oltrepassando
le tende di seta indiana arancione. Ogni oggetto
della stanza creava ombre nere sui mobili
inghiottiti dal buio. Una leggera brezza entrava
dalla finestra socchiusa e mi strinsi nelle coperte,
tirandole fin sopra le orecchie. Un dolce odore di
fiori si diffondeva facendomi sentire serena e
calma. Un sonno senza sogni calò improvviso sugli
occhi.
Mi sembrò di aver dormito un'eternità, quando fui
svegliata da un brivido che mi fece battere i denti.
Mi drizzai sul materasso. La mia attenzione fu
catturata da un'ombra che si mosse rapida sulla
parete opposta. Chiusi gli occhi a fessura per
cercare di distinguere bene i profili degli oggetti,
ma mi sembrò che ogni cosa fosse al suo posto.
Ritornai a letto e chiusi gli occhi, cercando di
fare un respiro profondo, ma qualcosa di freddo e
solido come acciaio mi chiuse la bocca. Emisi un
urlo soffocato. Alla mia destra apparvero due occhi
rossi come tizzoni ardenti stagliati su un viso così
bianco da sembrare trasparente alla luce della luna.
L'ombra mi fissava senza parlare, ma il suo sguardo
mi fece capire che, anche se avessi urlato, forse
non sarei sopravvissuta così tanto da poter guardare
quegli occhi una seconda volta. La paura mi
paralizzò del tutto e grosse lacrime mi caddero sul
cuscino, bagnandomi i capelli sparsi sul cuscino.
Lentamente il corpo fu scosso da forti singhiozzi,
che non riuscivo a placare.
- Smettila, non voglio farti niente per ora! - disse
l'ombra con una voce bassa, molto suadente, ma che
non riuscì a farmi stare meglio. La sua mano era
incredibilmente fredda, ma senza odore di pelle o
sudore.
Ero incapace di distogliere lo sguardo dal suo viso.
Avevo perso le forze, sentivo il mio corpo molle
come se non avessi più ossa dentro e il cuore
batteva tanto forte che mi convinsi che presto
l'avrei sputato sul pavimento. All'improvviso, però,
ebbi voglia di toccarlo e di essere toccata: smisi
di ribellarmi e mi rilassai completamente. Misi la
mia mano sulla sua, che ancora mi chiudeva la bocca,
senza stringerla, appoggiandola soltanto. Al buio
potevo vedere poco, ma la luce della luna illuminava
i suoi lineamenti: il viso era magro, ma non scarno,
il naso era dritto e regolare e le labbra erano
carnose e ben disegnate. Sembrava proprio bello e il
suo sguardo era magnetico, tanto da sciogliere le
mie resistenze come neve al sole.
Mi allungai verso di lui. La mia reazione lo spiazzò
e lo capii da come corrugò la fronte. La sua mano
lentamente scese fino al collo in una sensuale
carezza. Sentii un brivido caldo nel basso ventre e
desiderai qualcosa di più.
-
Chi sei? - gli chiesi, senza smettere di guardare le
sue labbra.
-
Sono una creatura dannata e tu dovresti dimostrarti
impaurita. Come mai non sento il terrore correre
nelle tue vene? Perché non abbassi lo sguardo e
implori pietà?
Spostai lo sguardo sul suo viso e gli sorrisi,
abbassando gli occhi più per civetteria che per
paura, ma tornai a guardarlo di nuovo. Feci
scivolare la sua mano sulla mia pelle, in mezzo ai
seni e mi inarcai verso di lui. Ero eccitata da
quella presenza maschile, sebbene non avessi ancora
capito chi o cosa fosse. Sentivo che, se lo avessi
provocato, anche lui avrebbe desiderato le stesse
cose che volevo io.
-
Non ho paura di te. Se avessi voluto uccidermi, non
credo che avresti aspettato tanto. Lo avresti fatto
senza preoccuparti di svegliarmi. Voglio solo sapere
chi sarà colui che mi priverà della vita.
-
Sappi che non sono qui per toglierti la vita, ma per
donarti l'immortalità. Questa notte sarai mia, ma
prima devo essere sicuro che tu sappia cosa
diventerai.
Non ero certa di avere capito bene di cosa stesse
parlando, ma ora ero sicura di chi fosse in cuor
mio. Infatti, a parte gli occhi rossi, mentre
parlava vedevo brillare il bianco dei suoi denti e
distinguevo senza problemi i canini ben affilati che
a mala pena erano nascosti dalle belle labbra rosse.
Avevo letto di come fossero affascinanti queste
misteriose creature, ma non credevo che potessero
raggiungere la perfezione. I suoi occhi si fecero
più luminosi.
-
Credo di sapere cosa vuoi da me e cosa sarò dopo.
Non ho paura, ma spero sia indolore – gli risposi,
ostentando una sicurezza che non avrei mai pensato
di avere.
-
Non sarà affatto indolore. Sarà l'esperienza più
dolorosa che tu possa vivere, ma ti prometto di
usare un po' di riguardo nei tuoi confronti. Vuoi
che ti spieghi cosa succederà?
Scossi la testa in un gesto di diniego. Avvicinò il
suo viso al mio. Ora eravamo così vicini che sentivo
il suo vero odore. Egli sapeva di morte. Nonostante
ciò, ero tranquilla, ma non nel senso di rassegnata:
per la prima volta vedevo la morte negli occhi e mi
piaceva.
Non gli dissi nulla. Non volevo sapere nulla. A che
sarebbe servito?
Mi sedetti di fronte a lui e passai la mano tra i
suoi capelli. Dischiusi la bocca e lui fece lo
stesso. Poi lo baciai. Dapprima fu un bacio dolce
come se nessuno di noi l'avesse mai fatto prima, ma
ben presto i baci si fecero sempre più intensi e le
mani, nello stesso tempo, ispezionavano i nostri
corpi. Cominciai ad ansimare e, sentendo il piacere
che si prova ad avere una mano fra le cosce, provai
d'istinto a dare al mio strano compagno lo stesso
piacere. Mi sbottonai la casacca del pigiama,
scoprendo il pizzo verde chiaro del mio reggiseno,
ma il suo sguardo fu catturato dal mio seno: egli si
leccò voluttuosamente le labbra e poi scese sul mio
petto per leccarmi il capezzolo che spingeva contro
la morbida stoffa. Il reggiseno si bagnò con la sua
saliva. Spinsi con delicatezza la sua testa per
invitarlo a fare di più.
-
Ivan.
Mi guardò e sorrise. Credo fosse contento che
l'avessi riconosciuto e, soprattutto, non avessi
opposto alcuna resistenza al suo dolce attacco.
-
Non farò nulla che tu non desideri. Se mi chiedessi
di fermarmi, lo farei. Se mi chiedessi di donarti la
mia vita, ti direi di prenderla ora perché non
avrebbe senso continuare un'esistenza nelle tenebre
senza il tuo calore.
Lo guardavo completamente catturata dalle sue
parole. Non sapevo se parlare o restare ad
ascoltarlo. Era tutto perfetto: era come se avessi
dormito per tutta una vita e solo ora avessi aperto
gli occhi su quella che sarebbe stata la mia nuova
esistenza. Le sue labbra si muovevano e io mi
chiedevo quando sarebbe arrivato il momento. Gli
sorrisi e non potei fare a meno di accarezzargli il
viso: la sua pelle fredda e liscia era piacevole al
tatto.
Le mie mani lo accarezzavano ancora e la paura che
lui potesse svanire da un momento all'altro era
tutto ciò che provavo. Non ci pensai due volte e
avvicinai senza troppa delicatezza il suo viso al
mio collo.
Ebbi appena il tempo di realizzare: avvertii un
piacevole bruciore e la pelle che si lacerava sotto
i suoi canini. Il sangue scorreva copioso sul mio
collo in un caldo rivolo che inzuppò la delicata
stoffa del reggiseno.
Era strabiliante come la vicinanza della morte
suscitasse in me una reazione del genere. Ivan
continuava a succhiare ed era un doloroso piacere
che cresceva dentro di me. Quando si staccò,
ansimavo ancora come dopo una corsa o, meglio
ancora, dopo aver fatto l'amore.
Il sangue gli sporcava le labbra. Gliele leccai e
sentì il suo corpo protendersi contro di me. Lo
interpretai come un tacito assenso a continuare.
Ivan mi bloccò col suo corpo contro il materasso e
fu allora che la situazione cambiò. Sentii un fuoco
esplodere nel petto e la testa iniziò a pulsare con
un dolore lancinante. La gola si chiuse e respirai
con molta fatica. L'aria iniziava a mancarmi ed ebbi
l'impressione di soffocare. Sentivo nella bocca
un'arsura mai provata e cercai il suo collo, che
continuava a sfuggirmi. Il desiderio di morire
divenne irrefrenabile. Ad un tratto il cuore
rallentò sino a smettere del tutto e io chiusi gli
occhi, mentre gli ultimi rivoli di sudore mi
bagnavano i capelli.
Sembrò che fosse trascorsa un'eternità, ma si trattò
di pochi minuti. Quando riaprii gli occhi, la prima
cosa che vidi fu il soffitto di camera mia. Ero
sola. Mi alzai dal letto e andai in giro per casa
alla ricerca di qualcosa. Mi ritrovai di fronte
camera dei miei genitori.
Non ricordo altro di quella notte, tranne la sirena
della polizia e le urla della mia vicina di casa,
che ruppero il silenzio di quella notte.