SOTTO
LA PALUDE DEI McNAMARA
di Bacchi Ramona
In queste poche ore di vita che mi rimangono, ho
chiesto ai miei confratelli di portarmi l’occorrente
per fissare sulla carta gli eventi sovrannaturali e
terrificanti che ho vissuto. Da questo letto che mi
ospita in punto di morte, voglio tramandarne la
memoria affinché ogni uomo sia dissuaso dal
perpetrare delitti come quelli da me commessi.
Mi chiamo Richard McNamara, secondogenito di uno dei
più antichi casati irlandesi, dai nobili natali ma
dalla fortuna avversa: quando avevo quindici anni la
mia famiglia fu sterminata durante una faida tra
clan rivali ed il nostro patrimonio fu smembrato tra
i nemici. Sopravvivemmo solo io e mia sorella
maggiore Emily, la quale a ventisei anni ebbe
l’astuzia di racimolare quanti più gioielli ed
oggetti di valore potè per poi nasconderli,
sottraendoli così allo sciacallaggio. Vendemmo la
villa monumentale e traslocammo in una magione più
modesta adiacente alla palude di Cork,
quell’affossamento malsano che custodiva la nostra
tomba di famiglia.
I clan rivali vedendoci ridotti all’indigenza
smisero di perseguitarci, e mia sorella sviluppò
un’ossessione religiosa che la portò a divenire
fervidamente credente: sosteneva che per ringraziare
Dio di averci salvato avremmo dovuto vivere con
umiltà e morigeratezza, prese a tappezzare l’intera
casa con crocefissi ed immagini sacre e tentò
caparbiamente di convertire anche me all’ascetismo.
Ma all’epoca io ero un giovane animato da impulsi
adolescenziali, quindi non mi adeguai mai a tale
clausura ed anzi, tentai sempre di estorcerle più
denaro possibile per soddisfare le mie voglie ed i
miei vizi. Infatti essendo Emily la primogenita era
divenuta l’intestataria dell’eredità dei nostri
genitori, ma la fissa di vivere in povertà l’aveva
resa maniacalmente parsimoniosa e dalle sue tasche
non usciva nemmeno una moneta in più del necessario.
Il tempo fomentò in me una frustrazione rabbiosa per
quella miseria forzata e cominciai a covare un odio
spietato verso quella donna emaciata: mi venne così
l’idea di iniziare a setacciare tutta la magione in
cerca dei preziosi e delle opere d’arte che aveva
nascosto con l’intenzione di venderli, fuggire da
quella prigionia clericale e dedicarmi alla vita
dissoluta e libertina che sognavo. Ma le mie
ricerche risultarono vane ed io non trovai mai
quello che ormai chiamavo “il tesoro”.
Il mio risentimento aveva raggiunto l’esasperazione,
così decisi di avvelenare lentamente mia sorella: in
tal modo l’avrei costretta a fare testamento, ed
alla sua morte non solo sarei entrato in possesso di
tutto il capitale, ma avrei anche scoperto dov’erano
nascosti i gioielli e tutto il resto. Se l’avessi
uccisa a bruciapelo invece, ella si sarebbe portata
nella tomba il nome del nascondiglio del tesoro.
Iniziai quindi a somministrarle nel cibo piccole
dosi del veleno che utilizzavamo per eliminare i
topi dalle cantine. I segni dell’intossicazione non
tardarono a presentarsi e mia sorella cominciò a
tossire in maniera convulsa, espettorando grumi di
sangue. Il medico scambiò quei sintomi per
tubercolosi, prescrivendo così ad Emily dei
medicinali inappropriati che peggiorarono
ulteriormente le sue condizioni. Vista la situazione
fu lei stessa a decidere di fare testamento: quando
questo fu convalidato attesi una settimana per non
destare sospetti, e poi le somministrai un
quantitativo letale di veleno che la uccise durante
la notte. Poco prima di spegnersi Emily mi chiese di
avvicinarmi al suo capezzale, si sfilò dal collo un
grosso rosario con la croce ed i grani in onice nero
e me lo fece indossare. “Promettimi che lo porterai
sempre Richard, ti proteggerà dal male” mi scongiurò
“Ma certo cara. Ora riposa...”. Invece non appena
mia sorella spirò io infransi quella promessa poiché
non vedevo l’ora di liberarmi, oltre che di lei,
anche di tutti quei simboli bigotti con cui aveva
reso casa nostra un angosciante mausoleo. Appena
essa chiuse per sempre gli occhi, mi tolsi il
rosario e glielo rimisi al collo.
Trascorsero cinque settimane, tanto fu il tempo
necessario a sbrigare le esequie di Emily e le
pratiche notarili. Quando il notaio leggendo il
testamento rivelò il luogo in cui era stato riposto
il tesoro, un brivido di eccitazione mi fustigò la
schiena mentre mentalmente mi maledissi per non aver
pensato subito ad un nascondiglio così ovvio: Emily
l’aveva racchiuso in un sarcofago vuoto all’interno
della nostra tomba di famiglia, laggiù nella palude.
Giunto a casa mi tolsi il panciotto, arrotolai le
maniche della camicia, e mi procurai una lampada a
petrolio ed un palanchino, dirigendomi quindi di
buon passo verso la palude. Era un afoso pomeriggio
d’agosto, quell’anno l’estate era particolarmente
torrida e la palude sembrava ribollire come un
calderone infernale sotto il sole spietato. In
quella putrida conca dimenticata da Dio l’umidità
saturava l’aria rendendola irrespirabile,
t’incollava i vestiti addosso come un prematuro
sudario e su ogni cosa aleggiava una gravosa cappa
di desolazione e morte: branche di legno marcescente
giacevano a terra disfandosi in una poltiglia scura,
tra le pozze di melma ci s’imbatteva saltuariamente
nella carcassa tarlata dai vermi di qualche animale
sbranato dai lupi, ovunque si respirava un lezzo
dolciastro e nauseabondo di frutta guasta e
fermentata. Le cicale e gli altri insetti che in
densi nugoli appestavano l’aria producevano una
cacofonia incessante, una specie di sibilo monotono
che aveva un effetto ipnotico sulla mia mente
ottenebrata. Mi facevo strada scostando le erbacce
con la spranga e stando attento a dove mettevo i
piedi, onde evitare di scivolare in uno dei tanti
bacini d’acqua stagnante: mi soffermai a domandarmi
quali forme di vita potessero mai popolarli ed il
disgusto mi fece rabbrividire.
Dopo mezz’ora raggiunsi la cripta di famiglia, un
cubo di marmo ed alabastro ornato con fregi di
stampo greco, che dava l’idea di un relitto
naufragato sotto cespugliosi viluppi di edera e
licheni. Cavai di tasca la chiave del cancello in
ferro battuto, la girai nella serratura ed entrai
nell’anticamera. Una ripida scalinata, resa
scivolosa dall’umidità e dal muschio, conduceva alla
camera tombale sotterranea: facendomi luce con la
lampada discesi nelle viscere della terra. Là sotto
l’aria stantia risultava ancora più soffocante e
l’aspetto tenebroso del luogo rendeva l’atmosfera
claustrofobica.
Fino a quel momento, assorto com’ero dalla
trepidazione di recuperare il tesoro, non avevo
ancora realizzato che l’unico sarcofago rimasto
libero era il mio: mia sorella infatti era stata
sepolta in una tomba scavata direttamente nel
terreno, dato che lei stessa aveva espresso il
desiderio di non volere un sarcofago sfarzoso come
quelli che custodivano i resti degli altri parenti.
Emily aveva nascosto i valori nella tomba che
sarebbe stata destinata proprio a me, quale macabra
ironia della sorte! Questo infausto monito che il
destino m’inviava avrebbe dovuto dissuadermi dal
proseguire nei miei venali intenti, ma il sogno di
ricchezze obnubila la mente e così, sorridendo
all’idea di profanare il mio futuro sepolcro, mi
accinsi a rimuoverne il coperchio di pietra con la
leva che avevo portato.
Scoperchiai metà della tomba e vidi che conteneva
ciò che cercavo. Fremendo d’ingordigia iniziai ad
estrarre tutti gli oggetti dal sarcofago e quando
ebbi finito m’incantai a contemplare quel bengodi
che apparteneva soltanto a me. Fu allora che la
terra tremò con un sordo ruggito ed io spaventato
feci per fuggire su per le scale, credendo si
trattasse di un terremoto. Ma la cosa che vidi in
quel momento fu la più terrificante che un essere
umano avrebbe mai potuto scorgere: l’uscita
superiore della tomba era otturata da una formazione
corposa di fango e detriti rappresi in una massa
VIVA, che si alzava ed abbassava ritmicamente come
se respirasse, fissandomi con occhi di brace
dall’alto dei gradini. Quel mostro iniziò a
liquefarsi in rivoli melmosi che si gonfiarono come
un fiume in piena travolgendomi, allagando la cripta
e gettandomi all’interno del sarcofago aperto.
Quell’essere aveva mille mani che mi laceravano i
vestiti e m’immobilizzavano gli arti, iniziai a
trangugiare boccate di melma nel disperato tentativo
di respirare, ma proprio quando mi convinsi che
sarei morto tumulato vivo, quella mostruosità mi
risucchiò al di fuori del sarcofago, su per le scale
ed all’esterno dalla cripta. Riuscì spasmodicamente
a prendere alcune boccate d’aria prima che
l’inarrestabile torrente di fango mi scaraventasse
in un’immonda pozza della palude, trascinandomi sul
fondo attraverso l’acqua marcia e gli animali
viscidi che la infestavano.
Quando mi credetti di nuovo sul punto di morire,
quell’entità vischiosa mi rigurgitò ed io rotolai su
un terreno duro, irto di quelle che in un primo
istante mi parvero pietre. Mi ripulii il viso dalla
fanghiglia e mi guardai attorno ansimando sconvolto:
mi trovavo su un’isola di roccia galleggiante nel
vuoto, ampia circa dieci metri quadri, oltre i cui
confini vi era il nulla assoluto, un buio totale dal
quale spirava una brezza gelida e costante.
M’accorsi con raccapriccio che quelle formazioni che
costellavano il terreno non erano sassi, bensì
calotte craniche di teschi lucide e bianchissime,
incastonate nella roccia come verruche coriacee.
Alzando lo sguardo notai che in quel luogo
atemporale il cielo era sostituito da una specie di
soffitto interminabile, un groviglio nodoso di
radici d’albero e terra paludosa, brulicante di
lombrichi in frenetica attività. Mentre studiavo
quella disgustosa amalgama che si estendeva a
perdita d’occhio, qualcosa di ghiacciato e molle si
posò sulla mia guancia: mi voltai di soprassalto e
lanciai un urlo disumano poiché vidi il cadavere di
mia sorella chino su di me, con gli occhi chiusi e
la mano tesa ad accarezzarmi il viso. Indietreggiai
muovendomi come un gambero, avvicinandomi
imprudentemente all’orlo di quel lembo di roccia
oltre il quale s’apriva l’abisso. La salma di Emily,
già in avanzato stato di decomposizione, avanzò
verso di me strisciando, si sfilò il rosario di
onice nero dal collo e cantilenò “Mi avevi promesso
che lo avresti indossato. Prendilo, ti aiuterà a
redimerti. Ora va’ povero caro, e non peccare più”.
Non appena le dita bluastre ed irrigidite dalla
morte ebbero fatto passare la collana attorno al mio
capo, un intrico di radici ricoperte di melma calò
su di me dall’alto, mi aggrovigliò nelle sue spire e
mi trascinò di nuovo attraverso strati di fango ed
acqua malsana.
Del mio ritorno tra i vivi non ricordo molto poiché
persi i sensi: due cacciatori che si aggiravano per
la palude mi ritrovarono il mattino seguente, ancora
svenuto ed imbrattato di fanghiglia, davanti al
sepolcro dei miei antenati. Curiosamente il cancello
della cripta era chiuso e la camera sepolcrale
perfettamente pulita, non c’era traccia di quella
sovrannaturale inondazione che mi aveva rapito: gli
oggetti che avevo estratto dal sarcofago erano
spariti ed il coperchio era chiuso, ma io non osai
riaprirlo per controllare se il tesoro fosse tornato
a giacere di nuovo al suo interno.
I due uomini mi riaccompagnarono a casa dove i miei
servitori fecero chiamare il medico ed il prete:
oltre ad essere in evidente stato di shock, andavo
farneticando di mostri ed isole galleggianti, perciò
i miei domestici pensarono fossi posseduto da
qualche demonio. Il medico suggerì di rinchiudermi
in manicomio, ma io supplicai Padre Lovecraft di
aiutarmi ad intraprendere la carriera monastica per
riconciliarmi con Dio, e lui acconsentì dissuadendo
il dottore dal suo proposito d’internarmi. E così
fu, da quel giorno acquisii una reverenziale
religiosità e mi dedicai ossessivamente alla
preghiera, presi i voti e divenni monaco.
Durante questi cinquantacinque anni ci sono state
molti notti insonni che ho trascorso ascoltando un
rumore sommesso, proveniente dall’uscio della mia
cella. La prima volta che lo udii mi alzai ed aprii
la porta credendo si trattasse di qualche topo, ma
alla vista di ciò che mi aspettava le ginocchia mi
cedettero e persi conoscenza: il cadavere di Emily
era venuto a trovarmi, i capelli e le unghie erano
cresciuti a dismisura e con quelle raspava contro il
legno della mia porta.
Anche ora sento la sua presenza strisciante là
fuori.
So cosa vuole: che io mi redima dal delitto che ho
commesso.
Vuole che io lo faccia un’ultima volta, prima di
abbandonarmi alla morte, è l’unico modo per farla
smettere.
Così mi tolgo il saio, mi sfilo il rosario di onice
e comincio a flagellarmi la schiena con esso,
andando ad aggiungere altre ferite alle innumerevoli
cicatrici a forma di croce che mi istoriano la
pelle.