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Biografia dell'autore

 

 

 

 

SUPPLENZE

di Musolino Luigi

 

 

Il professor Bianco si fermò titubante sulla soglia della 5° B; gocce di sudore gli rotolarono lungo la testa calva, cercando un passaggio tra le rughe di preoccupazione che solcavano la fronte.

Merda, fortuna che tra un mese sarà tutto finito, pensò, asciugandosi con un fazzoletto.

Tirò un profondo respiro ed entrò in aula, cercando di non guardare gli ovali rosa che sbucavano da dietro i banchi, i volti dei suoi piccoli, enigmatici alunni. La consueta sensazione di disagio gli fece correre azoto liquido lungo la schiena. Si lasciò cadere sulla sedia e afferrò il registro. Voltò con lentezza le pagine, contemplando i voti dei suoi studenti: temporeggiava. Poi, tenendo gli occhi bassi, iniziò l’appello mattutino.

“Mollar?”

“Presente.”   

“Descrovi?”

“Presente.”

“Martini?”

“Presente.”

Elencò i tredici nomi, tentando di non far caso all’inflessione atona delle vocine che gli rispondevano. Tutti presenti, come sempre, fasciati nei loro grembiulini.

Mercoledì aveva detto loro di studiare la proprietà commutativa, ma non li avrebbe interrogati, no. Temeva di tornare a casa sconvolto, come quando il piccolo Descrovi era partito dal semplice teorema di Pitagora per giungere a un’articolata digressione sulle funzioni cartesiane e la geometria euclidea, spigliato come un brillante studente universitario. I suoi alunni mostravano inquietanti conoscenze algebrico-matematiche. La 5° B, l’unica classe della cadente scuola elementare di Idrasca, una bruttura di mattoni ereditata del discutibile gusto architettonico degli anni sessanta, era differente.

 Sissignore. Sono… strani.

Una cimice si alzò in volo e cominciò a impattare sulla finestra, distogliendo l’insegnante dai suoi cupi pensieri.

“Allora, bambini, oggi niente interrogazione. Facciamo un bel disegno, vi va?”

“Sì, signor maestro.”

La risposta giunse all’unisono e finalmente Bianco sollevò lo sguardo, scrutando quei faccini diversi eppure così simili nella loro imperturbabilità. Gli alunni presero i fogli dal sottobanco, in silenzio; nemmeno una risatina, un bisbiglio, un parere.

Insopportabili. Non sapeva come altro definirli. Bianco era alla quarta supplenza della sua breve carriera; le ambizioni professionali si erano arenate in eterne graduatorie che lasciavano intravedere un futuro fatto di precariato, stipendi mediocri e rare soddisfazioni. Quell’anno l’avevano mandato a Idrasca, un nebbioso paesino di trecento anime incastonato nella pianura piemontese, per sostituire il professor Garrone, il supplente che l’aveva preceduto, trasferito in una località vicina per motivi familiari. Così gli aveva detto la direttrice della scuola, la signora Martinelli, un donnone dal triplo mento che ciondolava per i corridoi della scuola avvolta in ridicoli tuniconi sgargianti.

Qualche giorno prima, inquieto, le aveva parlato delle insolite capacità dei bambini.

“Suvvia, Bianco,” l’aveva rabbonito la direttrice, masticando un krapfen unto come una palla di sugna, “da quando un professore si lamenta perché i suoi alunni sono troppo bravi?”

La donna era scoppiata in una risata fragorosa e il professore, intimidito dall’irruenza dello sghignazzo, si era limitato ad annuire.

 

Occupò le prime due ore di lezione leggendo. Ogni tanto lasciava vagare il suo sguardo dalla carta stampata ai bambini che disegnavano, piegati sui fogli. Poi, alle dieci, la campanella lanciò lo stridulo lamento che annunciava l’intervallo; Bianco fece un cenno agli scolari, che uscirono dalla classe ordinatamente

Si alzò e camminò tra i banchi; i disegni dei bambini mostravano assurde mescolanze di forme geometriche, ellissi disegnate a mano libera che s’intersecavano con strutture poligonali di estrema complessità. In alcuni poliedri ricorrevano simboli bizzarri, cuneiformi, che si ripetevano in maniera ipnotica. Non era la prima volta che succedeva.

“Gesù Cristo,” sussurrò Bianco, passandosi una mano sulla pelata. Doveva fumare. Mentre si voltava per raggiungere il cortile, notò qualcosa; dal sottobanco di Gianni Mollar, uno degli alunni più brillanti, spuntava l’angolo di un foglio. Lì, in quell’innocuo triangolo di carta, c’era un occhio grigio che lo scrutava.

Il professore prese il disegno, lo esaminò e dovette sedersi; ricominciò a sudare, il cuore che gli rombava nelle orecchie come un martello pneumatico. Era troppo. Un bambino non poteva concepire uno scempio simile; forse un adulto, un uomo rinchiuso nella stanza imbottita di un manicomio criminale.

Il disegno, eseguito a matita, era di una nitidezza raggelante; raffigurava uno dei boschetti di pioppi tanto comuni nella campagna idraschese, contro cui si stagliava una creatura colossale, un organismo in cui si fondevano elementi del mondo animale e vegetale in un odioso collage fuoriuscito dall’incubo di un invasato. Il mastodontico corpo della cosa, in cui si spalancavano ottusi occhi da batrace, era sormontato da una testa deforme, metà umana metà caprina. Due paia di corna sfidavano un cielo punteggiato di costellazioni aliene. Il ventre semi-antropomorfo dell’essere era tempestato di mammelle flaccide, e sulle aureole la matita si era soffermata a intessere complicati crocicchi di vene e piaghe; i capezzoli fornivano un immondo beveraggio a creature più piccole, pietosamente abbozzate. L’effetto complessivo era sconcertante. Scellerato.

Bianco si alzò e corse in direzione. Poteva rimandare la sua fumata, anche se non aveva mai desiderato tanto una sigaretta.

La mastodontica Martinelli era seduta alla scrivania; l’intrusione dell’insegnante la colse impreparata. Bianco gettò il foglio A4 sulla cattedra e la donna si allungò sulla sedia; sotto il vestito il suo ventre ondeggiò come un’onda adiposa a malapena contenuta dal tessuto.

“Ora lei vuole dirmi che questo è un disegno da bambino?” ringhiò il maestro. Il tono della sua voce era salito di un’ottava.

La direttrice prese il disegno e lo esaminò. Poi lo mise in una cartellina emettendo un sospiro.

“Così l’ha scoperto… be’, c’era da aspettarselo.”

“Scoperto cosa? Perdio, vuole spiegarmi cosa succede qua? Cos’hanno ‘sti bambini, perché i loro genitori non si presentano ai colloqui, perché sanno tutte quelle cazzo di cose?”

Un anno di dubbi e pensieri trovava libero sfogo. La Martinelli sorrise, passandosi la lingua sulle labbra carnose.

“Stanotte, diciamo a mezzanotte, venga nel pioppeto dietro la scuola. Ho qualcosa da mostrarle.”

“Ma cosa dice, dann…”

“Se vuole capire, faccia come dico. Può andare.”

“Io non vengo proprio da nessuna parte, puttanaeva!”

Bianco uscì dall’ufficio, irato, senza riuscire a scacciare il pensiero che nell’invito della donna ci fosse una perentoria nota di comando.

 

In cortile abbrustolì la Marlboro in poche avide boccate. Mentre se ne stava a fumare sotto il sole, adocchiò il pioppeto; nell’intricato incrociarsi dei rami c’era qualcosa che gli ricordava l’orribile disegno di Mollar. Cosa diamine voleva rivelargli la Martinelli?

Forse ha bisogno di qualcuno che le dia due colpi, ironizzò.

Buttò il mozzicone e rientrò in classe. L’intervallo era finito, i bambini erano seduti e disegnavano. Tutti tranne Mollar, che continuava a fissarlo, rigido come un simulacro. Bianco accolse il trillo della campanella di fine lezioni come il suono di trombe celestiali.

Tornò a casa, dove si tormentò per ore sul da farsi. Era una follia; magari uno scherzo, o, peggio ancora, un astuto stratagemma della Martinelli per fargli delle avances.

Alle dieci si riempì un bicchierino di Jägermeister. Alle undici aveva bevuto mezza bottiglia. Si alzò, accese una bionda e decise di raggiungere la direttrice, pensando che, ubriaco com’era, avrebbe anche potuto dare due colpi a quelle chiappe cellulitiche.

 

Quando arrivò al pioppeto, la Martinelli era già lì, infilata in un’ampia veste nera. L’occhio assonnato della mezzaluna li scrutava dal firmamento

“Buonasera, prof. È venuto. Mi fa piacere.”

 “Sì,” tagliò corto Bianco. Aveva voglia di vomitare. “Cos’è che voleva mostrarmi?”

La direttrice indicò qualcosa che spuntava nell’erba: sembrava una roccia, di un materiale poroso, giallastro, quasi iridescente. Bianco si avvicinò e notò che la pietra presentava delle incisioni. Segni cuneiformi. Simboli che aveva già visto nei disegni dei suoi alunni. Rabbrividì.

“Vede quella pietra? E un antico altare druidico, ciò che ne resta. Veniva utilizzato dai Celti liguri per oscuri rituali, per invocare entità innominabili. Nel Medioevo le streghe, le masche, come le chiamiamo qui in Piemonte, lo utilizzavano per i loro Sabba. Nella sostanza cambiava poco. L’ha scoperto un contadino tre anni fa; un ritrovamento eccezionale, arrivarono persino dei professoroni da Torino.

“Ebbi l’idea di scrivere un libro sulla leggenda delle masche, e una notte venni qui, avevo bisogno d’ispirazione, capisce. Mi tagliai con dei rovi e un po’ del mio sangue finì sulla pietra. È stato allora che Lui è arrivato.”

“Lui chi?” chiese Bianco.

La Martinelli fece una pausa plateale e si accese una sigaretta. Bianco non capiva. L’assurdità della situazione lo faceva sentire in un brutto sogno, di quelli in cui è difficile muoversi, parlare.

Lui,” sibilò la direttrice, “il Nero Capro. Terrificante, bellissimo. Mi ha montato, tutta la notte. Oooh, se mi ha montato, e ha spinto la sua polpa dentro di me, e il suo seme mi ha detto cosa dovevo fare. Da allora le cose sono molto cambiate per Idrasca.

“I bambini sono molto ricettivi, lei dovrebbe saperlo,” continuò la donna. “ Imparano in fretta a piegare gli Angoli, a infilarsi negli interstizi cosmici per manipolare il Flusso delle Stelle. Sono la via per farli tornare. Ho insegnato loro molte cose, e adesso insegneranno qualcosa anche a lei, mi creda.”

Pronunciò le ultime sillabe con una voce che non era più la sua, ma centinaia di voci fuse in un unico, abietto vocalizzo. Voci di bambini. Voci di mostri.

Poi la direttrice, con un gesto fulmineo, sganciò l’enorme spillone che le chiudeva l’abito al collo.

“Ma che…” fu l’unica cosa che riuscì a dire Bianco prima di contemplare l’esecrabile.

Dove finiva il collo della Martinelli, cominciava il delirio. Una massa pingue di carne e peduncoli, untuosa, in cui germogliavano bocche senza denti. E mammelle, a decine, umide, pulsanti, e i capezzoli che stillavano quel latte nero…

L’insegnante si voltò per fuggire, inciampò, cadde. Quando si rialzò, loro erano lì, nudi e immobili nel bosco; lo fissavano con occhi carichi d’aspettativa. La luna illuminava i loro corpi glabri e pallidi, i peni flosci dei maschietti, i primi accenni di pubertà delle femminucce. La 5° B.

Bianco, stravolto, non riuscì a comunicare alle sue gambe di filare; i bambini lo afferrarono con forza sovrumana.

“Lasciatemi! Lasciatemi!” sbraitò.

Il piccolo Mollar lo prese per i capelli, sbavando come una bestia, e gli incollò le labbra a uno dei seni della cosa-Martinelli.

Il liquido cagliato che gli inondò la bocca arrostì all’istante le sue papille gustative. Fu invaso da un latte marcio, extraterrestre, e il terrore lasciò gradualmente spazio a una nuova consapevolezza.

La sua mente attraversò costellazioni, visitò galassie morte, si sollazzò nel trascorrere dei millenni. Meraviglia e raccapriccio lo accompagnarono. Il vuoto lo inghiottì e precipitò in un vortice ossidiana senza fine.

Pace.

Riposo.

Il silenzio degli eoni.

 

 

Si svegliò, la fronte poggiata sulla cattedra della 5° B. Stava bene. L’aula era vuota, ma i bambini, in qualche modo etereo e terribile, erano ancora lì. Una voce che non era voce, ma concetto, prese a rimbombargli nella testa.

 

Lei è il 576° Cucciolo. Il prossimo anno insegnerà presso la scuola di Allivellatori, trenta chilometri da qui. Hanno bisogno di un supplente; il professore in carica si è tagliato le vene stanotte. Sognava brutte cose ultimamente, bruttissime.

Esporrà alla nuova classe quello che ha imparato stanotte, come sta facendo il suo predecessore, Garrone, in un altro paesino. Poi se ne andrà, arriverà un nuovo supplente e i Cuccioli gli insegneranno quello che lei ha insegnato loro, e così via. È il ciclo perpetuo dell’insegnamento. Arriveremo presto a quota Mille. Dobbiamo. Le Stelle si stanno disponendo. I Mari Violacei di Yuggoth ribollono. E quando verrà il giorno sarà Gloria senza Fine.

 

Adesso sapeva. Era tutto cambiato. Lui era cambiato, poppando quell’ambrosia infetta.

Osservò grani di polvere piroettare nell’aula, pianeti impazziti di cosmi in sfacelo. Rimuginò sulle entità che abitano gli spazi vuoti della materia, rivide i giorni gloriosi in cui Loro regnavano, plasmando gli Shoggoth, scagliando il loro seme purulento nel cosmo.

La nuova supplenza lo eccitava. Prima non era mai successo. Il Nuovo professor Bianco si alzò e uscì dalla scuola. Nonostante l’ora, l’afa spandeva il suo manto appiccicoso sulle strade di Idrasca. L’insegnante fissò il pioppeto, pensieroso.

“Ià, Shub Niggurath,” sussurrò con esultanza, “Ià!”

S’incamminò verso casa, fischiettando. Gli osceni zoccoli che cominciavano a lacerargli le piante dei piedi e i capezzoli turgidi che premevano sotto l’epidermide non gli davano nemmeno troppo fastidio.