TENTACOLI
di Laner Omar
Sedutosi sulla panca presso la porta d’ingresso,
raccolse i pesanti stivali di cuoio da dove li aveva
scagliati dopo la sua ultima uscita e con
esasperante lentezza se li infilò ai piedi uno dopo
l’altro, infilando i lacci nei passanti con una cura
maniacale. Una volta calzati gli stivali, aprì le
ante dell’armadio che gli stava di fronte e ne
prelevò il giaccone di pelle, scrollò dalle spalle
la polvere dell’ultimo viaggio e lo indossò
altrettanto lentamente, abbottonandolo con cura.
Prelevò dalla tasca destra un pesante passamontagna
di lana, nero come gli stivali e il giaccone, e lo
infilò sul capo, attento a raccogliere i capelli
sulla nuca in modo che non ne rimanesse scoperto
nessuno. Dalla tasca sinistra estrasse un paio di
guanti, pure essi neri e di pelle, e li indossò con
la stessa attenzione riservata agli altri indumenti.
Strinse i pugni con forza, facendo stridere il cuoio
come per saggiarne la tenuta, e con un grugnito di
soddisfazione richiuse le ante dell’armadio. Tutto
in ordine, ogni cosa doveva essere al suo posto.
C’era troppa confusione sia dentro che fuori di lui.
La casa, prima immersa nel silenzio, fu attraversa
da un mugolio sommesso, proveniente da una delle
stanze al piano superiore. Lo attraversò il pensiero
di desistere dai suoi propositi, ma cos’altro
avrebbe mai potuto fare? Uscire era pericoloso, lo
era ogni giorno di più, ma continuare a mantenere
quella cosa nella propria abitazione avrebbe di
certo attirato su di lui l’occhio dei Cacciatori.
Loro non sarebbero andati di certo per il sottile,
avrebbero incolpato anche lui, l’avrebbero
sospettato di essere un infetto, un contaminato.
Lui era puro, era ancora un uomo, forse non nel
pieno delle proprie facoltà mentali, ma almeno un
uomo.
Aprì la porta di casa, lasciando il debole chiarore
delle candele per immergersi nella luminosità
crepuscolare di mezzogiorno. Il vento che spirava
incessante ormai da anni lo investì con il suo
spiacevole tepore, ricoprendolo della grigia cenere
che veniva trasportata da una città all’altra
attraverso distese desertiche e prive di vita. Ogni
volta che cercava di scrollarsi di dosso quella
polvere, non poteva fare a meno di pensare alla sua
provenienza: erano quelli i resti di un uomo, di una
famiglia, di una città intera? Il vento che si era
sollevato a seguito degli sconvolgimenti climatici
dovuti alla venuta degli Esterni trasportava quelle
ceneri ormai da anni attraverso il globo devastato,
testimone del baratro in cui l’uomo era stato
scagliato. Un giorno avrebbe trasportato anche le
sue, di ceneri, facendole ballare una danza eterna
assieme a quelle di tutti i suoi simili che come lui
ancora strisciavano tra le macerie del loro mondo.
Volgendo lo sguardo verso ovest, poteva scorgere
l’immane sagoma del tentacolo fendere il cielo e la
terra con la sua mole spaventosa, il corpo pulsante
di una vita aliena ed incomprensibile, proveniente
dai più bui recessi dello spazio cosmico, da abissi
di terrore tali che mai l’uomo avrebbe potuto
esplorarli, nemmeno se ne avesse mai avuto la
possibilità. Un terrore che gli Esterni, nella loro
crudele indifferenza nei confronti degli abitanti di
quel pianeta, avevano portato con sé, instillando
nelle menti degli uomini una follia che li stava
portando all’annientamento.
Fu percorso da un brivido che lo costrinse a
distogliere lo sguardo allucinato dalla sagoma
semitrasparente che occupava gran parte del cielo:
follia. Quella cosa stava iniettando follia pura
nell’essenza stessa della realtà che un tempo gli
uomini consideravano l’unica possibile.
Chinò il capo, fissando i propri piedi già
semisepolti nella cenere che si era accumulata in
quei pochi istanti di riflessione. Il grigio della
cenere e il rosso pazzia, erano questi i soli colori
che l’uomo aveva saputo ricavare dal nero
insondabile del proprio terrore. Fu scosso da un
tremito inconsulto. Ecco che ricominciava. Una
macchia rossa spiccava di fronte a lui in mezzo a
tanto grigiore. Non poteva farci niente, il suo
spirito logorato non avrebbe retto ancora per molto,
un altro giorno e lei avrebbe perso ogni umanità. Il
tremito si fece incontrollabile. Scoppiò a ridere.
Una risata isterica, il cui suono, trasportato dal
vento assieme alla cenere, percorse le vie deserte,
rimbalzò sulle mura sbrecciate, si mescolò al
fruscio delle foglie morte, risuonò nei vuoti
giardini, per giungere forse alle orecchie di
qualche altro suo simile. Forse.
Probabilmente non c’era più nessuno nel raggio di
qualche centinaio di metri, e le cose turgide e
marcescenti che spuntavano dal suolo non avevano
orecchie per ascoltare i rumori del suo mondo.
Probabilmente non erano nemmeno consapevoli che
quello fosse stato il suo mondo, se avevano una
qualche forma di consapevolezza.
“Inutile”. Fu la prima parola che la sua mente
riuscì a formulare una volta che ebbe ripreso
controllo di sé e che la macchia rossa si fu
finalmente dileguata. Era del tutto inutile
continuare a indagare sulla natura dei tentacoli e
di tutte le mostruosità che erano comparse assieme
ad essi. Lo avevano già fatto uomini molto più
competenti di lui, quando credevano che il mondo
potesse essere ancora dell’uomo; avevano studiato
gli Esterni, avevano cercato di parlarci, li avevano
attaccati. Da quelle cose non era giunta alcuna
risposta diretta. Tranne la cenere e la follia. Ma a
nutrire queste ultime erano stati soprattutto i suoi
simili.
Si rialzò, questa volta senza curarsi della cenere
che gli era rimasta addosso: non aveva tempo, doveva
continuare nella sua missione, doveva liberarla per
liberare sé stesso.
Si incamminò nelle vie deserte, su cui si
affacciavano abitazioni abbandonate, alcune delle
quali ancora ben conservate, altre completamente in
rovina. Dubitava che in qualcuna di quelle
costruzioni vivesse ancora qualcuno, e tanto meno
che ci si potessero trovare del cibo o altri generi
di prima necessità. Avevano tutti abbandonato quel
quartiere più di un anno prima, quando le prime
“patate”, così erano state comunemente chiamate le
cose nere simili a tuberi da cui poi crescevano
delle versioni in miniatura dei tentacoli più
grandi, avevano iniziato a spuntare dal suolo.
Due ore dopo si trovava di fronte ai cancelli della
cosiddetta “zona decontaminata”, anche se per la
precisione di decontaminato non c’era proprio nulla,
in quanto gli uomini si erano limitati a rifugiarsi
il più lontano possibile dalle aree dove si erano
piantati i tentacoli giganti o erano spuntati i
bulbi neri. Nessuno era mai riuscito a liberare una
zona occupata.
Una volta appurato il suo stato di salute
all’interno di un ambulatorio male attrezzato, i
militari a guardia del cancello lo lasciarono
passare, non senza uno sguardo che lasciava
trasparire tutta la loro diffidenza verso un uomo
che ancora conviveva con l’orrore delle terre
perdute.
Non faticò a trovare quello che cercava: il
complesso era in tutto e per tutto simile ad una
caserma, anche se un tempo era probabilmente stato
una scuola o un qualche ufficio pubblico, ma non era
sotto il controllo dell’esercito né tanto meno del
traballante governo. Una bandiera con una spada,
simile a quelle degli antichi samurai, campeggiava
sul tetto dell’edificio più alto. Il simbolo dei
Cacciatori, un gruppo di guerrieri indipendente e
fuori controllo, che godeva di libertà d’azione
quasi assoluta in quanto erano gli unici in grado di
opporsi in qualche modo agli Esterni. Il loro
compito era eliminare i contaminati.
La sua vista iniziò ad offuscarsi nuovamente, la
bandiera dei Cacciatori sventolava alta nel cielo,
dietro di essa si stagliava enorme un altro
tentacolo, distante parecchi chilometri dalla zona
abitata, ma pur sempre ben visibile vista la sua
mole.
Abbassò lo sguardo, e la macchia si affievolì, senza
però scomparire del tutto. Non poteva perdere il
controllo, doveva procurarsi un’arma e tornare a
casa prima del calare delle tenebre, prima che le
patate iniziassero ad emettere i loro richiami.
Allungò una mano per bussare alla porta di ferro.
Lasciatisi alle spalle i cancelli della “zona
decontaminata”, lasciò che la macchia rossa
prendesse il sopravvento. La sua risata giunse fino
alle orecchie delle guardie, ma queste si limitarono
ad osservarlo: probabilmente non lo avrebbero più
lasciato entrare. Ma non aveva importanza, solo la
sua missione ne aveva. Avrebbe avuto la forza per
compiere quanto si era prefisso?
L’avrebbe trovata, e se non fosse bastata, allora
avrebbe attinto alla follia. Quella non aveva
rimorsi, non seguiva alcuna logica, non rispettava
alcun sentimento, soffocava ogni emozione.
Nonostante le risa lo scuotessero ancora, si
incamminò verso casa reggendosi sulla spada come
fosse un bastone da passeggio. Ora quell’arma era
una parte del suo essere, gli avevano detto i
Cacciatori dopo avergliela donata, inaspettatamente
senza chiedergli nulla in cambio. L’avevano fatto
spogliare, lo avevano annusato sotto il suo sguardo
esterrefatto, e poi lo avevano costretto a bagnare
la lama col suo stesso sangue; un rito alquanto
singolare, ma su cui non aveva obiettato. Aveva
bisogno di quell’arma, e non era il caso che si
mettesse a criticare la pazzia altrui.
Il suo sangue avrebbe ucciso il demone che albergava
in lei, privandola anche della sua vita umana, ma
almeno sarebbe morta per mano di una persona che la
amava e che un tempo aveva amato, anche se ora non
ne aveva più memoria.
Richiusa dietro di sé la porta di casa, non perse
tempo a spogliarsi o a togliersi la cenere di dosso,
il richiamo dei bulbi neri era attutito dentro
quelle mura, ma giungeva ugualmente alle sue
orecchie. Se non si sbrigava, la sua mente avrebbe
ceduto a quella specie di canto, facendolo
sprofondare in un sonno senza sogni, da cui si
sarebbe risvegliato solo al mattino. E allora forse
sarebbe stato troppo tardi.
Salite di corsa le scale, spalancò la porta della
camera in cui era rinchiusa. Un essere che ormai
aveva poco di umano. Tranne il volto. Quello era
rimasto inalterato, non corrotto dalla mutazione cui
era stata vittima. Dimenando i numerosi tentacoli
bluastri che spuntavano dal corpo deforme, volse lo
sguardo verso di lui. Uno sguardo che implorava
pietà. Pietà per cosa? Desiderava essere uccisa,
come aveva sempre creduto lui, affinché la loro
mutua sofferenza avesse finalmente fine, o chiedeva
di avere salva la vita?
La macchia rossa stava tornando. Questa volta
pulsava, in perfetta armonia con il canto disumano
che proveniva dall’esterno. La mano che teneva la
spada sfoderata tremava.
Non poteva fermarsi. Per mesi aveva covato quel
proposito, non era passato un minuto senza che non
pensasse a lei, a come era prima, a cosa era
divenuta in seguito. Più e più volte si era ripetuto
che non era più umana, che quella che un tempo era
stata sua moglie era ormai stata soffocata dagli
Esterni. Ma poteva esserne sicuro? No, non poteva.
Sentì la spada cadergli di mano, un suono lontano,
ovattato.
Non aveva la forza di prendere una decisione.
Lasciò che la macchia rossa prendesse il
sopravvento.
I vetri della stanza esplosero verso l’interno,
investendolo con una pioggia di frammenti e
lasciando entrare la melodia delle patate in tutto
il suo vigore.
Forme scure si materializzarono attorno a lui, una
di esse gli afferrò il braccio che stava per
sferrare il colpo mortale e lo disarmò con
destrezza. Un'altra si accucciò nei pressi
dell’essere che un tempo era stata una donna senza
alcun timore o segno di ripulsa.
Dietro la macchia rossa che gli nascondeva quasi
ogni cosa, riuscì ad intravedere un simbolo sui loro
abiti. Cacciatori. L’avrebbero uccisa, o forse
portata via per esaminarla. Lo stesso sarebbe
probabilmente avvenuto a lui.
Una puntura sul collo.
Prima di svenire gli parve di scorgere un tentacolo
fuoriuscire dal polso dell’uomo che si era proteso a
sorreggerlo.
Forse erano giunti non per uccidere, ma per salvare.