TERRORE IN CANTINA
di Quinson Loredana
“Ancora! È la terza volta che si fulminano le
lampadine! Meglio che vada a prendere una torcia...
ma cosa... c'è qualcuno?” la voce le tremava e
sentiva freddo
Una folata, quasi un sospiro, d'aria calda l'aveva
investita proprio sul collo. Ma lì, in
quell'oscurità, c'era solo lei, lei con la sua
paura. Una paura che aveva già provato altre due
volte, le due volte precedenti in cui era mancata la
luce: sei lampadine si erano fulminate tutte
insieme, proprio come in quel momento, le lampadine
si erano accese e spente più volte fino a spegnersi
completamente.
Dal cancello sul cortile il vento freddo che
sferzava l'aria entrò con prepotenza, ma quella che
Niky sentì sul collo, per la seconda volta, era aria
tiepida, tiepida come il respiro di qualcuno. Ma per
la seconda volta non vide nessuno. La torcia non
illuminò altro che pareti sporche e le porte chiuse
delle altre cantine. Nessun rumore. Solo quell'aria
calda e la sua sensazione di essere osservata.
Salì di corsa le scale della cantina e si chiuse il
cancello alle spalle per non essere seguita.
Quando entrò nell'appartamento era agitata e aveva
il fiatone. Il cuore le batteva in petto come un
martello pneumatico. Si sedette per calmarsi, ma la
paura non l'abbandonò. Era sicura che qualcuno
l'avesse osservata da molto vicino in quel buio.
Solo dopo lungo tempo si rese conto che doveva
ritornare in cantina: aveva bisogno di alcuni
oggetti che conservava lì. Anche se non voleva,
doveva ritornare. Il cuore tornò a batterle
velocemente.
Prese la torcia e prese le scale, scendendo piano i
quattro piani che l'avrebbero portata al cancello
della cantina nell'atrio dell'edificio.
Aprì il cancello e illuminò la scala. Osservò per un
po' quel chiarore, avendo la sensazione che non
riuscisse a spezzare il buio, come se delle ombre
non volessero essere illuminate. Per un istante vide
un lieve bagliore. Guardò di nuovo ma non vide
nulla. Tirò un sospiro, poi un altro e ancora uno,
poi scese piano la prima rampa e al bivio guardò a
destra e accese la luce. Il chiarore improvviso la
spaventò e tranquillizzò nello stesso tempo. Esplorò
il corridoio delle cantine superiori e non vide
nulla e nessuno.
Ritornò al bivio e svoltò a sinistra. Premette
l'interruttore della luce e queste si accesero.
Felice corse lungo la rampa per prendere in fretta
ciò che le serviva e andarsene via. Ma a metà della
scala la luce iniziò a tremolare e poi si spense. Il
buio profondo l'avvolse come una coperta fredda. Si
arrestò ad ascoltare il silenzio. Poi un sospiro la
fece trasalire. Si voltò di scatto con la torcia
accesa ma non c'era nessuno. Di nuovo il sospiro,
stavolta davanti. Il fascio di luce illuminò il
nulla.
Iniziò a scendere gli ultimi gradini che conducevano
al corridoio della sua cantina. Si fermò e decise di
risalire per andare via. Sentiva la necessità di
fuggire da quel posto.
Corse su per la rampa mentre l'ululato del vento
della strada riecheggiava nei corridoi delle cantine
come un sinistro presagio. Corse più veloce, senza
pensare che avrebbe potuto inciampare e cadere. Si
rese conto con angoscia che le scale non finivano.
Ormai avrebbe dovuto essere arrivata.
Con la torcia bassa e il fiatone si rese conto che
era davanti a una porta. Il cancello della salvezza.
Alzò la torcia e allungò la mano per aprirlo, ma la
bloccò a mezz'aria: era la porta della sua cantina.
Come aveva potuto correre in tondo? I corridoi delle
cantine erano dritti e con un solo lato che faceva
da ingresso e uscita.
La luce riflessa sulla porta iniziò a tremare come
la sua mano. Si girò di nuovo su se stessa e fece
per andarsene nuovamente, anche se temeva che non
avrebbe ottenuto un risultato migliore. Poi si
ricordò di avere il cellulare. Lo prese e chiamò. Ma
la chiamata non partiva mai. Mentre aspettava che la
chiamata giungesse a destinazione si incamminò. Il
cellulare si spense per mancanza di segnale. Girò a
destra e poi a sinistra e vide il cancello
d'ingresso. Mai una porta di metallo le era sembrata
tanto bella. Riuscì a uscire e chiuse il cancello a
chiave. Non sarebbe mai più tornata in cantina. Si
voltò... non riusciva a credere a quello che vedeva:
la porta della sua cantina era lì e quello non era
più l'atrio del condominio, era il corridoio delle
cantine. L'incubo non era finito.
La porta di legno era davanti a lei scura e
minacciosa come non le era mai sembrata. Da sotto di
essa filtrava una luce giallognola. C'era qualcuno
dentro. Aveva la sensazione di essere osservata
attraverso quelle assi di legno.
Sentì un sussurro, poi un altro e un altro. Era
circondata. Illuminò con la torcia attorno a sé ma
non vide nulla. Poi l'oscurità si mosse. Rimase a
illuminare quel punto. Fece dei passi in direzione
opposta senza distogliere lo sguardo. Ma qualcosa la
bloccò. Si girò di scatto con la torcia, ma un tocco
gliela fece cadere di mano. La vide rotolare a terra
e fermarsi a illuminare l'angolo di una delle porte
di legno.
“Entra! Vieni mia cara, è da molto che ti aspetto.”
sussurrò una voce dolce ma autoritaria alle sue
spalle.
Lì c'era la sua cantina. C'era veramente qualcuno
dentro.
Si voltò, impossibilitata a fare il contrario di
quell'ordine. Non aprì con le chiavi, ma spinse la
porta ed entrò. Davanti a lei vide un uomo che la
osservava. In quell'istante seppe che era il suo lo
sguardo che aveva percepito prima e le volte
precedenti. Era elegante nel suo completo scuro. La
luce gli disegnava ombre ipnotiche sul viso
evidenziandone i tratti mascolini. Il suo sguardo fu
catturato dai suoi occhi scuri e profondi che
sembravano inghiottire la luce e la sua volontà,
perché si avvicinò a lui, malgrado la paura le
dicesse di andarsene. Non era padrona di sé.
Continuava ad avvicinarsi finché le sue mani la
cinsero forte. La guardava sorridendole dolcemente
mentre poco a poco le forze le venivano meno e
sentiva il cuore battere sempre più lentamente.
L'oscurità prevalse quando si sentì svenire. Percepì
le labbra dell'uomo su di lei, poi i suoi denti
sembravano mordicchiarla. Pensò che la volesse
violentare. Aprì gli occhi e vide l'uomo trasmutare:
i suoi occhi erano due pozzi neri, la pelle sembrava
emanare energia pura, che sentiva scorrere sul
proprio corpo, e in bocca aveva del sangue. Si
guardò il braccio e vide che proveniva da lì... non
percepiva dolore ne aveva voglia di urlare. Eppure
avrebbe dovuto sentire dolore e urlare per esso.
“Non preoccuparti. Finirà tutto in fretta, mia
dolcezza!” le sussurrò lui avvicinando il viso al
suo e sfiorandole la guancia con un bacio. Una
goccia di sangue le finì in bocca.
“Ora sarai per sempre mia!”
Sentì le forze abbandonarla e la vista le si oscurò
di nuovo. Svenne.
Si senti sollevare poi non percepì più nulla. Pensò
di essere morta, avvolta nel più assoluto silenzio.
Si svegliò avvolta da una luce soffusa. Sentì il suo
sguardo su di sé. Lo cercò e lo vide accanto alla
finestra che la guardava.
Si alzò e si diresse verso la porta. Uscì dalla
casa. Era in una zona che non conosceva, ma riuscì a
ritornare a casa propria. I nervi le cedettero e
fece appena in tempo ad arrivare a letto.
Lo vide nei suoi sogni: il suo bel viso le sorrideva
e la sua voce la cullava, poi vide i proprio sangue
nella sua bocca e percepì il suo richiamo, il suo
desiderio per il suo sangue e il proprio desiderio
di compiacerlo. Non era possibile che veramente
volesse andare da lui, eppure era così. Cercò di
resistere.
Non riuscì a stargli lontano che una decina di
giorni, poi dovette andare da lui. Aveva bisogno di
lui come aveva bisogno dell'aria. Era notte quando
il tassista la lasciò all'indirizzo indicatogli.
Il cancello si aprì appena lo toccò. Si incamminò
per il giardino ben curato fino alla porta
d'ingresso. Posò la mano sulla maniglia e per un
momento rimase lì ferma, indecisa. Una parte di sé
voleva andare via. Forse doveva darle retta.
“La porta è aperta se vuoi entrare. Se vuoi puoi
andartene... se veramente riesci a stare lontano da
me. Ma la tua vita sarà molto breve se non stai con
me. Ti ho reso mia e se vuoi vivere mi devi stare
vicino. Cosa vuoi fare?”
Sapeva che stava dicendo la verità, sentiva la sua
mancanza e si sentiva languire per la sua
lontananza, ma sapeva anche che se fosse rimasta
sarebbe diventata come lui, l'avrebbe trasformata.
Aveva fantasticato spesso sui libri di genere, ma
che potesse accadere nella realtà... era pronta a
tutto quello?
Lui le posò la mano sulla sua e girò il pomello.
Spinse la porta e questa si aprì. Le teneva ancora
la mano. Si portò il braccio alla bocca e lo baciò.
Lei incrociò i suoi occhi e lui la condusse dentro
casa, capendo in quel momento il suo desiderio.
La fece accomodare su un divano e le si sedette
accanto. Indugiò con le labbra sul suo collo e lei
gli sussurrò:”Fallò!”.
Percepì i suoi denti sulla propria carne, ma non
sentì dolore, solo il suo succhiare profondo e la
sua estasi. Poi più nulla. Quando si svegliò sapeva
che per lei era iniziata una nuova vita.