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Biografia dell'autore

 

 

 

 

VENDETTA

di Riva Emiliano Carlo

 

 

Tutti dissero che aveva metabolizzato il lutto per la morte del marito in modo sorprendentemente breve, e in effetti Elena G. aveva deciso quasi subito di dare un taglio netto ai legami col suo recente passato. Dopo aver incassato un cospicuo risarcimento dall'assicurazione, si era trasferita in un signorile appartamento al quarto piano di un lussuoso condominio residenziale. La nuova vita sembrava procedere bene: aveva un buon lavoro e tutta la tranquillità domestica che desiderava. I figli, ormai grandi, erano a studiare all'estero, e tornavano a casa solo per le feste e la pausa estiva. C'era pure una gradevole novità sentimentale, visto che da qualche settimana aveva iniziato ad uscire con un ricco dentista della borghesia locale, ben accessoriato di Maserati nuova e villa in Costa Azzurra. In sostanza, anche se non l'aveva mai ammesso in pubblico, la dipartita di suo marito le aveva migliorato la vita, che era diventata molto più leggera e piacevole. Anzi, andava tutto così bene da arrivare alla conclusione che in fondo, quel lutto era stato più fortuna che disgrazia, visto che sotto sotto non credeva di averlo mai amato davvero. E si era convinta che nemmeno lui dovesse mai aver corrisposto qualsiasi sentimento ci fosse stato fra loro. Quindi, era una storia finita così, come certe ciambelle che escono un po' sformate senza un preciso perché. Perciò, finita la commedia del lutto, di suo marito erano rimaste pochissime cose: la doverosa foto nella cornice d'argento sul tavolino del salotto, qualche vestito firmato e un po' di carte e documenti. Tutto il resto, cose di valore e non, era stato eliminato, ceduto, prestato o regalato, peraltro con un discreto profitto.

 

Per cui, quella sera di ottobre, quando tornò a casa, Elena G. non aveva per la testa alcun pensiero particolare, se non quello di fare un bel bagno caldo rilassante. Indossò l'accappatoio, andò in bagno e riempì la vasca. Accese un bastoncino d'incenso per dare un tocco di fragranza in più all'atmosfera, e si distese nell'acqua tiepida con estremo piacere. Allungò la mano e sintonizzò la radio su una stazione che trasmetteva un gradevole sottofondo di musica new age. Ora con incenso, musica e tepore il relax era totale. Così totale che ben presto si assopì.

 

Quando si riprese, probabilmente per via dell'acqua che si era raffreddata, non vedeva più nulla, fatta eccezione per la punta incandescente del bastoncino di incenso. La stanza era al buio. Buio pesto, era saltata la luce. Dalla radio, che funzionava a pile, non usciva più il rilassante misto di musica new age, ma solo un confuso fruscio di disturbi elettrostatici. E in più, avvertiva una stranissima sensazione di disagio, come se qualcuno avesse sostituito l'acqua della vasca con qualcosa di molto più vischioso e dall'odore strano.

 

Per riattaccare la luce bisognava azionare il pulsante nel quadro generale di fianco alla porta, ma prima voleva provare con l'interruttore del bagno. Mentre tastava la porzione di muro di fianco al lavabo, improvvisamente la luce tornò.

 

Elena si trovò di fronte allo specchio, davanti al riflesso del suo volto completamente macchiato di schizzi rossi, come rosse erano diventate le mani, i piedi e tutto il resto del corpo fino alle spalle, che aveva lasciato tracce e impronte su tutte le superfici toccate. Girò lo sguardo verso la vasca, stracolma dello stesso liquido purpureo. L'odore vagamente metallico, appiccicoso, non lasciava dubbi. Era sangue.

 

Le gambe iniziarono a tremarle, e sentì una strana sensazione nelle viscere che produsse un mezzo conato di vomito. Pensò di essere prossima alla morte, per via di una devastante emorragia o di qualche pestilenza che le stava liquefacendo gli organi interni. Ma non avvertiva alcun dolore, e sul suo corpo non vedeva ferite, lesioni o segni che potessero giustificare quel dissanguamento, che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere fatale. Per cui, cercando di controllare lo sgomento, si chiese se quel sangue non provenisse da altrove. Si avvicinò alla vasca con sommo disgusto, e vi immerse il braccio tastando il fondo fino allo scarico, ermeticamente chiuso. Aprì allora il rubinetto, dal quale scendeva normalissima, limpida acqua leggermente clorata. Fece defluire tutto il sangue, e pur rimanendo in preda al terrore e all'angoscia cercò di ripulirsi con il getto d'acqua. Fu un'operazione un po' goffa e pasticciona ma che tutto sommato le restituì una vaga parvenza di ordine. Si infilò le ciabatte e uscì dal bagno per raggiungere il telefono. Doveva chiedere aiuto, non importava se al pronto intervento, alla polizia, o alla prima persona che le veniva in mente. Compose il 112 solo perché era il numero più immediato e corto, ma quando portò all'orecchio il cordless dalla linea proveniva solo un fischio acuto e stridente, come se qualcuno stesse friggendo la centralina telefonica del palazzo. Gettò lontano il cordless e si guardò intorno. Due indizi non facevano una prova, ma erano un chiaro segnale: stava succedendo qualcosa di molto strano.

 

Provò ad urlare, ma l'assenza totale di eco lasciava intuire che le grida non arrivavano all'esterno: si spegnevano subito nell'aria, ovattate da una forza inspiegabile, come all'interno di una stanza imbottita.

Il panico iniziò a far accelerare il cuore di Elena, che sentiva le vampate di adrenalina salirle nelle vene. La frequenza del respiro aumentò, mentre la pelle si ricopriva di gocce di sudore che si mischiavano alle tracce di sangue rimaste.

 

L'istinto le suggerì di gettarsi sulla maniglia della porta e scappare. Era chiusa. Afferrò il mazzo di chiavi dallo svuotatasche e sbloccò la serratura, ma la porta non voleva saperne di aprirsi. Sembrava che dall'altro lato una macchina per il vuoto avesse succhiato tutta l'aria, schiacciandola contro lo stipite con una forza sovrumana. Cercò di fuggire dalla finestra del salotto, ma le tapparelle non volevano saperne di alzarsi: la cinghia, scollegata dal meccanismo, scorreva a vuoto, e i serramenti della finestra sembravano cementati fra di loro.

 

Non c'erano altre vie d'uscita, a meno che non avesse sfondato tutto con qualcosa di pesante, ma occorreva troppa forza. Adesso era sola e intrappolata in casa sua, prigioniera di una serie di eventi incomprensibili. Avvertì l'urgenza di prendere qualcosa per difendersi; anche se non sapeva bene quale fosse e dove si trovasse esattamente la minaccia. In casa non c'erano armi o oggetti adatti allo scopo, a parte un paio di soprammobili un po' massicci e qualche coltello. Optò per quest'ultimo, per cui corse in cucina e aprì il cassetto a colpo sicuro. Ma tutti gli oggetti dentro il cassetto erano ricoperti da centinaia di foto di suo marito, tutte uguali a quella che si trovava nella cornice d'argento sul tavolino del salotto.

 

Elena fece una smorfia a metà strada fra il sorpreso e il terrorizzato, convincendosi definitivamente che le stranezze degli ultimi minuti erano causate da qualcosa che trascendeva la soglia della realtà. Ribaltò il cassetto sparpagliando le foto sul pavimento e afferrò il coltello più grosso del lotto, per tornare di là rasentando il muro con passo felpato. Temeva che dietro l'angolo ci fosse qualcuno pronto a colpirla, ma non c'era nessuno, a parte una nuova presenza sull'attaccapanni - quella del cappotto di suo marito, che aveva svenduto la settimana precedente per una trentina di euro in un mercatino dell'usato. Adesso per Elena era finalmente chiaro chi c'era dietro tutto quanto. Il suo cuore si riempì di rabbia. Era una vendetta dello spirito di suo marito, ma lei era determinata a non cedere, qualunque cosa avesse in serbo. Si sistemò con le spalle contro la libreria, facendosi scudo col coltello e ripetendo fra sé e sé: "Verme, lurido verme, non ti ho mai amato davvero nemmeno quando eri vivo... puoi far succedere tutto quello che vuoi, ma giuro che non te la darò vinta!".

 

A quel punto la casa impazzì totalmente. Le lampadine esplosero, i fuochi del fornello si accesero al massimo, libri e pentole si rovesciarono sul pavimento, e la televisione iniziò a gracchiare ad un volume assurdo, mentre tutti gli oggetti di cui si era disfatta apparivano qua e là a mezz'aria. Elena vi si gettò sopra tentando di squarciarli, di farli a pezzi col coltello, ma era inutile. Per ogni oggetto distrutto ne apparivano altri due, e così via, in un'assurda rincorsa senza fine. La casa assomigliava ormai ad un campo di battaglia disseminato di cose distrutte, mobili danneggiati e pezzi di suppellettili.

 

Il flusso di apparizioni si arrestò improvvisamente quando qualcuno sfondò la porta. Forse non era poi tanto vero che dall'esterno non si sentiva nulla.

 

Tentarono di calmare Elena, ma nessuno si prendeva il rischio di trattare con una pazza insanguinata che brandiva un coltello blaterando minacce. Dovettero chiamare un'ambulanza dalla quale uscirono due robusti infermieri e un dottore che, rischiando di prendersi delle coltellate, provvedettero a immobilizzarla e calmarla con delle robuste iniezioni di sedativo. La portarono via, e dovettero internarla per curare quello che i dottori avevano diagnosticato essere una "grave forma di esaurimento nervoso". L'appartamento venne sistemato alla bell'e meglio e poi chiuso. Per quanto si sa, Elena non vi ha ancora fatto ritorno.

 

La vendetta aveva funzionato.