VICOLI
di Biancaniello
Mauro
La lama del pugnale tagliò di netto la gola della
ragazza. Un taglio lieve, non così profondo da far
spruzzare il sangue della vittima, ma in modo da far
gocciolare il suo fluido vitale lentamente. Massimo,
soddisfatto, si godette appieno l’agonia della
ragazza.
Era diventato bravo a coltivare il suo hobby: i
tagli divenivano sempre più precisi. Quella ragazza
era la sua quattordicesima vittima e lui non aveva
affatto intenzione di smettere.
Guardò in viso la ragazza, godeva nel vedere il
volto spaventato, vedere la certezza che la morte
sarebbe presto sopraggiunta.
Ci volle del tempo, ma Massimo osservò pazientemente
la sua opera. Poi, con calma, uscì dal vicolo buio
in cui aveva trascinato la sua vittima e si avviò
verso casa.
Rientrò senza fare troppo rumore: era tardi e sua
figlia stava già dormendo. Tamara era già a letto,
stava leggendo una rivista di moda.
“Ciao.”
“Ciao, sei ancora sveglia?”
“Loredana ci ha messo un po’ ad addormentarsi… Com’è
andata l’uscita coi colleghi?”
“Niente di particolare, abbiamo bevuto qualche birra
e poi ognuno è andato per la sua strada.”
Mentire alla propria moglie era una cosa che Massimo
odiava, ma era ben conscio del fatto che lei non
avrebbe mai potuto capirlo. Tamara era una persona
timida e impressionabile, faceva gli incubi quando
alla televisione vedeva una scena violenta, non
avrebbe mai capito la fulgida bellezza del sangue
che scorre sul corpo della vittima.
Massimo si mise il pigiama.
“Ti dispiace se resto ancora un po’ su? Mi è venuta
una gran fame…”
“Figurati, fai pure. Io leggo ancora un paio di
pagine e poi vado a dormire.”
Massimo diede un bacio sulla nuca di sua moglie.
“Buonanotte.”
Lei sorrise.
“Buonanotte anche a te.”
Massimo andò in cucina, prese del pane e della
mortadella, ci aggiunse un pomodoro tagliato a fette
e mangiò con gusto: vedere spegnersi una vita lo
elettrizzava, rendendolo incapace di dormire. Mangiò
con gusto, leggendo il giornale.
Il giorno dopo Massimo andò a lavorare.
Scaricare pacchi e mettere la merce sugli scaffali
del supermercato dove lavorava non gli dava nessuna
gioia, eppure ormai si era rassegnato a quel lavoro
e viveva il suo lavoro con sereno distacco.
Stava sistemando gli scaffali della pasta quando
sentì una voce dietro di lui.
“Mi scusi, dove trovo i sottaceti?”
Si voltò brevemente, ormai erano domande a cui era
abituato.
“Due corsie sulla destra, signora.”
La donna, una cinquantenne in carne vestita con
un’elegante camicia, lo ringraziò brevemente e si
allontanò.
Alla sera, finito il suo turno, Massimo rientrò a
casa. Dalla fermata della metropolitana al suo
appartamento doveva camminare per ancora cinque
minuti. Era un po’ stanco per aver dormito poco
quella notte.
“Massimo..”
La voce che lo chiamava era bassa, quasi un
bisbiglio. Massimo si voltò ma non vide nessuno.
“Massimo…”
Tese l’orecchio per individuare da dove venisse quel
suono, ma non riusciva a capirlo.
“Massimo, sei una cattiva persona con delle brutte
abitudini.”
Massimo sentì il sudore che cominciava a scendergli
dalla fronte. Si guardò ancora in giro, ma
continuava a non vedere nessuno. I passanti gli
camminavano accanto, ognuno badando ai fatti propri,
non facendo caso a lui, fermo in mezzo al
marciapiede. La voce era scomparsa, ma a Massimo ci
volle ancora del tempo prima di rimettersi a
camminare. Non riusciva a capire cosa fosse
successo, era certo di aver udito una voce, come era
sicuro di non aver visto nessuno pronunciare quelle
parole. Non gli riusciva di tornare a casa e far
finta di niente; si sedette su una panchina vicino a
una fermata dal bus per raccogliere i suoi pensieri.
“Massimo….”
Questa volta la voce era più chiara, più vicina,
pareva a pochi passi dietro di lui. Massimo si
voltò, guardando la gente passare indifferentemente.
“Massimo…”
Riuscì a capire da dove arrivava la voce: c’era un
vicolo alle sue spalle, un vicolo stretto, buio come
i vicoli in cui aveva assassinato le sue vittime. Un
brivido freddo gli scorse giù per la schiena.
“Massimo… Massimo… Massimo…”
La voce era divenuta una cantilena. Massimo si
chiese perché gli altri passanti non ci facessero
caso. Avanzò, lentamente, nel vicolo. La voce si
zittì, alle sue spalle c’era solo il rumore del
traffico e la voce di qualcuno che parlava a voce
alta al cellulare. Stava per tornare indietro,
quando di nuovo udì la voce chiamarlo.
“Massimo…”
Pareva più distante e Massimo cominciò ad avanzare,
il vicolo diventava sempre più stretto e buio,
mancava ormai poco al tramonto.
“Massimo…”
La voce ora era diversa, si voltò e vide una figura
femminile dietro alle sue spalle. Iniziò ad avere
paura; non aveva udito nessuno avvicinarsi. La donna
si fece avanti, Massimo, con inquietudine, riconobbe
la sua camicia elegante. Massimo sentiva il bisogno
di parlare, di chiedere cosa stesse succedendo, ma
la sua bocca era paralizzata. Non era solo la sua
bocca: anche le sue membra rifiutavano di muoversi.
Era pietrificato, solo lo sguardo era libero.
“Ieri hai scelto la persona sbagliata, caro Massimo,
tu non sei in cima alla catena alimentare, come ti
piace credere, vi sono predatori molto più forti di
te. Lei si chiamava Margherita, era una ragazza
tenera, una giovane figlia della luna con del grande
potenziale… ma era ancora troppo umana, troppo
suscettibile alle vostre debolezze, come la paura,
per usare il suo potere in caso di pericolo. Perché
è solo in caso di pericolo che noi siamo autorizzate
ad usare i nostri poteri… in caso di pericolo o per
vendetta….”
La donna lasciò volontariamente in sospeso la frase.
“Noi, solitamente, siamo esseri miti, viviamo in
pace con la natura e col mondo. Ma tu sei molto
diverso, godi in quello che fai. Io ho schifo di te,
Massimo. Oh sì, io so il tuo nome, so dove lavori,
so che strada fai mentre rientri a casa. Io so molte
cose, Massimo, molte cose… Ma ho parlato abbastanza,
forse troppo, è sempre stata una mia debolezza
quella di parlare molto, lo facevo anche prima,
quando ero solo umana. Però che importa, di sicuro
non andrai in giro a raccontarlo.”
Dietro la donna apparve un essere nero, piccolo e
con dei denti affilati dietro a quello che pareva un
sorriso.
“Massimo…”
Era la stessa voce che Massimo aveva udito prima.
“Ora devo andare.”
Massimo, con fatica, staccò gli occhi dal mostro che
aveva davanti per guardare la donna.
“Al contrario di te non amo osservare la crudeltà.
Ti auguro una buona morte, Massimo… anche se so che
non sarà così.”
La donna scomparve all’improvviso. Il piccolo essere
nero si avvicinò, lentamente, sogghignando.
“Massimo… Massimo… Massimo…”